AGGIORNAMENTI
Cerca
Attualità
05 Gennaio 2026 - 11:27
Capodanno in Kenya, lontano dai palazzi: il viaggio umano di Alberto Cirio
Atterra all’alba, quando Nairobi è ancora sospesa tra il sonno e il traffico che verrà. Il governatore Alberto Cirio scende dall’aereo il 31 dicembre, mentre in Europa si prepara il cenone e qui, in Kenya, inizia un viaggio che ha poco di istituzionale e molto di umano. L’aria è fresca, la luce morbida, la città africana si muove lentamente, come se stesse prendendo fiato prima di una nuova giornata. Accanto a lui c’è Bruno Frea, medico, amico, uomo che da anni ha scelto di stare dove la medicina non è un servizio scontato ma una frontiera quotidiana, fatta di carenze, emergenze e ostinata dedizione.
Davanti, tre ore di strada. Asfalto che diventa polvere, periferie che scivolano via, palazzi che lasciano spazio ai campi, all’altopiano, a un paesaggio che si fa sempre più essenziale. Il Kenya si apre così, senza filtri: villaggi sparsi, mercati improvvisati, bambini lungo la strada, donne che camminano con carichi sulla testa. È un viaggio che non si misura in chilometri ma in cambi di prospettiva, fino a North Kinangop, nel cuore dell’altopiano centrale, a oltre duemila metri di altitudine.
Il Kenya non è una cartolina. È fatica, attesa, comunità. È un luogo dove il tempo ha un altro ritmo e dove ogni arrivo non è mai solo un arrivo, ma un incontro. A North Kinangop ad accoglierli ci sono don Sandro Borsa e le suore Giuseppine. Volti segnati dal sole, mani che lavorano, occhi che conoscono il dolore ma non hanno smesso di credere. Qui, negli anni, è cresciuto qualcosa che va oltre un’opera missionaria: un vero ospedale cattolico, 300 posti letto, migliaia di persone curate ogni anno, l’unico presidio sanitario di riferimento per un’area vastissima e isolata. Un presidio di vita nel cuore dell’Africa, dove nascere, ammalarsi o guarire non è mai un fatto scontato.










Camminando tra i reparti si capisce subito che questo non è solo un luogo di cura, ma un’idea concreta di futuro. I corridoi sono pieni di voci, di attese silenziose, di storie che si incrociano. Qui si curano bambini, madri, anziani. Qui arrivano pazienti da decine e decine di chilometri di distanza, spesso a piedi o su mezzi di fortuna. Qui la sanità non è un diritto astratto, ma una conquista quotidiana.
Intorno all’ospedale cresce una comunità vera. Si coltivano ortaggi e legumi per garantire cibo e autosufficienza, si allevano animali, si costruiscono case. Sono nati asili e scuole, perché la salute senza istruzione resta fragile, e l’istruzione senza comunità resta vuota. È un modello che cresce dal basso, mattone dopo mattone, giorno dopo giorno, grazie al lavoro di missionari, volontari, medici italiani che periodicamente raggiungono North Kinangop per portare competenze, formazione, presenza.
Il 31 dicembre qui non ci sono lustrini. Niente abiti eleganti, niente brindisi patinati. La sera, Alberto Cirio indossa un grembiule e si ritrova in cucina a preparare la cena di Capodanno insieme agli operatori della missione. Mani che affettano, pentole che bollono, ingredienti semplici, verdure coltivate lì accanto. È un gesto piccolo, ma potentissimo: stare, condividere, non osservare da lontano. È il linguaggio universale del cibo che unisce, che azzera distanze, che trasforma una visita in una presenza.
Poco dopo arriva la messa di fine anno all’ospedale. Una chiesa piena, luci calde, canti che si alzano nella notte africana. Preghiere che parlano tutte la stessa lingua: quella della speranza. Non c’è retorica, solo gratitudine. Per chi è guarito, per chi lotta, per chi non ce l’ha fatta. È un passaggio di soglia silenzioso, intenso, che accompagna il vecchio anno fuori e accoglie il nuovo con la forza mite di una comunità che resiste.
Poi arriva il primo giorno dell’anno. E arriva Melody. Una bambina piccola, curata nell’ospedale pediatrico di North Kinangop. Tra le braccia del governatore, il suo volto racconta tutto senza bisogno di parole. Melody non ha nulla, eppure sorride. Sorride lei, sorride sua madre. Sorridono alla vita. In quello sguardo c’è una lezione che attraversa continenti e ruoli istituzionali, che scavalca agende e proclami: ciò che conta davvero non si misura in numeri, ma in vite che trovano ancora la forza di sorridere, anche quando tutto intorno sembra chiedere il contrario.
Da questo angolo di Kenya, lontano dalle sale del potere e dai palazzi della politica, Alberto Cirio sceglie di mandare gli auguri per il nuovo anno. Non da un palco, ma da un reparto pediatrico. Non con uno slogan, ma con una bambina tra le braccia. È un augurio che pesa più di molte parole: un invito a guardare l’essenziale, a ricordare che la politica, quando ha un senso, nasce proprio da qui. Dall’incontro. Dalla cura. Dalla capacità di fermarsi e riconoscere ciò che conta davvero.
E mentre il 2026 inizia, tra le colline di North Kinangop, resta l’immagine di un viaggio che non è solo geografico. È un attraversamento umano. Un passaggio che lascia il segno. Un promemoria silenzioso ma potentissimo: che il mondo si cambia anche così, un gesto alla volta, una cura alla volta, uno sguardo alla volta.
C’è chi attraversa l’Africa per una missione, e chi la attraversa perché lì ha deciso di stare. Bruno Frea appartiene alla seconda categoria. Medico urologo, italiano, ma soprattutto uomo che da anni ha spostato il baricentro della propria vita professionale e umana lontano dagli ospedali comodi, dalle corsie lucide, dalle certezze occidentali. Il suo orizzonte è North Kinangop, sugli altipiani del Kenya, dove la medicina non è mai routine e ogni intervento è una sfida contro il tempo, la distanza, la scarsità di risorse.
Qui, a oltre duemila metri di altitudine, Bruno Frea non arriva come chi porta soluzioni dall’alto. Arriva come chi conosce i limiti, li accetta e li affronta. Da anni è in prima linea accanto a don Sandro Borsa e alle suore Giuseppine, nell’ospedale cattolico che è diventato il cuore sanitario di un territorio vastissimo. Un luogo dove si nasce, si soffre, si spera. Dove spesso si arriva tardi, ma non troppo tardi per tentare.
La sua non è una presenza episodica. È una costanza. Missione dopo missione, Bruno Frea ha costruito un ponte reale tra l’Italia e il Kenya, portando competenze specialistiche, interventi chirurgici, formazione per il personale locale. Ma soprattutto portando una cosa che non si può spedire nei container: la fiducia. Fiducia nel fatto che curare bene, anche in condizioni difficili, è possibile. Fiducia nei giovani medici kenyoti, negli infermieri, nelle ostetriche che ogni giorno tengono in piedi l’ospedale con professionalità e sacrificio.
Nel reparto operatorio di North Kinangop non ci sono scorciatoie. Ogni gesto è misurato, ogni strumento è prezioso, ogni intervento è una responsabilità enorme. Bruno Frea lo sa. Eppure continua a tornare. Continua a operare, a visitare, a insegnare. Ha contribuito a sviluppare progetti per nuove sale operatorie, per migliorare le attrezzature, per rendere l’ospedale sempre più autonomo e sostenibile. Non per lasciare un segno personale, ma per fare in modo che il segno resti anche quando lui non c’è.
C’è qualcosa di profondamente umano nel suo modo di stare in Kenya. Non l’eroismo raccontato, non la retorica del “medico missionario”, ma la normalità del lavoro fatto bene, con rispetto, senza clamore. Bruno Frea ascolta, osserva, si adatta. Sa che qui la medicina è anche mediazione culturale, è dialogo con famiglie che hanno paura, con madri che arrivano dopo giorni di cammino, con uomini che affidano la propria vita a mani sconosciute.
Chi lo vede lavorare racconta la sua calma, la sua capacità di non perdere lucidità neppure nei momenti più difficili. Racconta di un medico che non alza la voce, ma alza il livello della cura. Di un uomo che non si mette al centro, ma resta sempre un passo indietro, lasciando spazio alla comunità che cresce.
Quando accompagna Alberto Cirio in questo viaggio di fine anno, Bruno Frea non fa da guida turistica. Fa da testimone. Racconta storie vere, mostra reparti, presenta persone. Spiega che qui ogni miglioramento è il frutto di anni di lavoro silenzioso. Che dietro ogni bambino curato c’è una rete di volontari, donatori, operatori sanitari che non compaiono nelle foto, ma senza i quali nulla sarebbe possibile.
In Kenya, Bruno Frea non cerca gratitudine. Cerca continuità. Cerca futuro. Sa che la vera vittoria non è l’intervento riuscito, ma l’ospedale che funziona anche domani, anche senza di lui. Ed è forse questo il tratto più forte del suo impegno: l’idea che la solidarietà autentica non crea dipendenza, ma autonomia.
Tra le colline di North Kinangop, dove il vento corre veloce e la notte arriva presto, il suo nome non è pronunciato come quello di un benefattore, ma come quello di un medico che torna. E tornare, qui, è già una promessa mantenuta.
C’è un momento, nella vita di ogni politico italiano ambizioso, in cui smette di viaggiare per piacere e comincia a viaggiare per curriculum. Alberto Cirio oggi è esattamente questo. In Kenya, certo. Ma soprattutto in transito.
Il viaggio africano del governatore piemontese non è una vacanza, non è nemmeno una missione umanitaria nel senso stretto. È qualcosa di più raffinato e più utile: una prova costume per il futuro. E il futuro, come sanno anche i bambini di North Kinangop, non passa più da Torino.
Cirio in Africa con il medico Bruno Frea, tra missionari, suore, bambini curati e sorrisi autentici. Tutto vero, tutto nobile, tutto giusto. Ma sarebbe ingenuo non notare che il governatore non sta solo guardando il mondo: sta facendosi guardare. E soprattutto, sta facendo vedere che lui, il mondo, lo sa frequentare.
Dopotutto, che cos’è oggi un politico nazionale senza un passaggio africano nel curriculum?
Il punto non è il Kenya. Il punto è dove vuole andare Cirio dopo il Kenya.
E qui l’orizzonte si allarga: Roma, Bruxelles, forse entrambe.
In Forza Italia il tema è noto anche ai soprammobili: Tajani non è eterno, Berlusconi non c’è più e il partito ha un disperato bisogno di qualcuno che sappia essere moderato senza sembrare spento, europeista senza sembrare noioso, istituzionale senza sembrare un mobile dell’Ikea. Cirio, in questo, è perfetto: parla piano, sorride molto, non fa mai rumore. Un uomo che non divide mai, e proprio per questo ambisce a comandare.
Il viaggio in Kenya racconta tutto questo senza dirlo. Racconta che Cirio non è solo un presidente di Regione, ma un uomo che si prepara a essere “altro”. Forse un ministro. Forse un commissario europeo. Forse, perché no, il volto presentabile di una Forza Italia che sogna ancora di contare qualcosa.
È la politica del terzo millennio: si governa meno e si rappresenta di più. Non si risolvono i problemi, li si frequenta.
Non si decide, si testimonia. Non si cambia il mondo, ma si si fa vedere di averlo attraversato.
Cirio prepara il cenone in missione, partecipa alla messa di fine anno, tiene in braccio una bambina africana per gli auguri. Tutto vero, tutto toccante. Eppure tutto perfettamente allineato a quella nuova forma di leadership che non alza mai la voce e non dice mai nulla di definitivo. Una leadership fotogenica, pronta per ogni scenario, adattabile come una giacca blu.
Intanto il Piemonte resta dov’è. Con i suoi problemi, le sue liste d’attesa, le sue infrastrutture lente, le sue promesse a medio termine. Ma il governatore è già oltre. Sta facendo quello che fanno tutti quelli che sentono che la Regione è diventata stretta: guarda altrove, mentre governa qui.
Non è una colpa. È una strategia.
E allora ben venga il Kenya, ben vengano le missioni, ben vengano i sorrisi veri. Purché non ci si racconti che si tratti solo di altruismo. È politica. Politica fatta con il tono basso, con il passo leggero, con l’aria di chi non chiede nulla ma spera tutto.
Cirio viaggia. Non sappiamo ancora dove arriverà. Ma una cosa è certa: non sta tornando indietro.
Edicola digitale
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.