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Esteri
04 Gennaio 2026 - 18:04
Nella serata di sabato 3 gennaio 2026, mentre l’attenzione internazionale resta concentrata su altri fronti del Medio Oriente, nei cieli sopra le montagne a nord di Palmira, in Siria, si svolge un’operazione aerea che racconta come la guerra contro ISIS (Stato Islamico, noto anche come Daesh) non sia mai davvero finita. A colpire sono i caccia Typhoon FGR4 della Royal Air Force (RAF, Aeronautica militare del Regno Unito), supportati da un aerocisterna Voyager per il rifornimento in volo e affiancati da velivoli francesi. Il bersaglio, secondo quanto comunicato dal Ministero della Difesa britannico, è una struttura sotterranea individuata in un’area montuosa, lontana da centri abitati, ritenuta “molto probabilmente” utilizzata da ISIS per lo stoccaggio di armi ed esplosivi. L’attacco viene condotto con bombe guidate Paveway IV, munizioni di precisione progettate per colpire obiettivi puntiformi riducendo i danni collaterali, e prende di mira in particolare gli accessi ai tunnel che conducono al complesso.
La localizzazione non è casuale. Palmira, oltre al valore simbolico legato alla distruzione del patrimonio archeologico durante gli anni di occupazione jihadista, si trova in una zona della Siria centrale, nella provincia di Homs, che da tempo rappresenta un’area di manovra per le cellule residue di Daesh. Qui il deserto, le alture rocciose e le gole naturali offrono copertura e anonimato, facilitando la creazione di depositi nascosti e vie di comunicazione difficili da intercettare. Colpire un sito sotterraneo in questo contesto significa intervenire su uno degli elementi meno visibili ma più cruciali della capacità operativa jihadista: la logistica. Non si tratta di neutralizzare combattenti sul campo, ma di interrompere la catena che permette a un’organizzazione clandestina di rifornirsi, pianificare e colpire nel tempo.

Secondo la ricostruzione ufficiale diffusa da Londra, l’operazione si è svolta in un’area priva di insediamenti civili e tutti gli aerei coinvolti sono rientrati senza incidenti. Le autorità parlano di “prime indicazioni” positive sull’esito del raid, precisando che la valutazione completa dei danni è ancora in corso. È una cautela lessicale tipica delle operazioni contro obiettivi sotterranei, dove la conferma dell’effettiva inutilizzabilità di un sito richiede tempo, immagini satellitari, analisi di intelligence e, in alcuni casi, verifiche indirette attraverso fonti sul terreno. La scelta di colpire gli imbocchi dei tunnel, piuttosto che il presunto contenuto interno, indica l’obiettivo reale dell’azione: rendere impraticabile la struttura, negarne l’uso e costringere eventuali cellule a spostare materiali e uomini, esponendoli a maggiore sorveglianza.
L’attacco si inserisce nel quadro delle operazioni della coalizione internazionale contro ISIS, nota come Operation Inherent Resolve (Operazione Determinazione Inerente), all’interno della quale il contributo britannico rientra in Operation Shader e quello francese in Opération Chammal. La cooperazione tra Regno Unito e Francia non è episodica, ma parte di una strategia consolidata che prevede condivisione di intelligence, pianificazione congiunta e interoperabilità dei sistemi d’arma. In questo caso, la partecipazione francese viene confermata dallo Stato maggiore di Parigi, che ribadisce l’impegno a prevenire qualsiasi tentativo di riorganizzazione dello Stato islamico in Siria e Iraq.
Il tempismo dell’operazione non passa inosservato. A fine dicembre 2025, le forze statunitensi avevano condotto una serie di attacchi contro obiettivi legati a Daesh dopo un’imboscata nell’area di Palmira costata la vita a due militari americani e a un interprete. In questo contesto, il raid anglo-francese appare come parte di una pressione coordinata volta a colpire le infrastrutture che consentono al gruppo di mantenere una presenza operativa nel deserto siriano. Non una risposta spettacolare, ma un’azione mirata a ridurre la capacità di accumulare esplosivi, componenti per ordigni improvvisati e armi leggere.
Nonostante la perdita del controllo territoriale nel 2019, ISIS resta una minaccia persistente. Stime delle Nazioni Uniteindicano tra 5.000 e 7.000 affiliati ancora attivi tra Siria e Iraq, organizzati in cellule disperse che fanno leva su conoscenza del territorio, nascondigli e reti logistiche essenziali. In questo scenario, un deposito sotterraneo rappresenta molto più di un semplice magazzino: è un nodo che consente al gruppo di sopravvivere, pianificare e colpire con azioni mordi e fuggi. Interdirlo significa aumentare i costi operativi per le cellule jihadiste e ridurre la loro libertà di movimento.
Resta, inevitabilmente, il tema della verifica indipendente. Al momento, le informazioni disponibili provengono quasi esclusivamente da comunicati ufficiali britannici e francesi, ripresi dalle principali agenzie di stampa internazionali. Non sono state diffuse immagini dettagliate di valutazione post-attacco né conferme esterne sul contenuto effettivo della struttura colpita. È il limite strutturale di questo tipo di operazioni, soprattutto quando avvengono in aree remote e su obiettivi sotterranei. La prudenza con cui vengono descritte le conclusioni preliminari riflette questa incertezza e segnala che l’efficacia reale del raid potrà essere valutata solo nelle settimane successive, osservando eventuali cambiamenti nei movimenti e nelle attività delle cellule jihadiste nella regione.
Ciò che emerge con chiarezza è la continuità di una strategia che punta a logorare Daesh colpendo ciò che lo mantiene in vita lontano dai riflettori. Non ci sono bandiere da abbattere né città da riconquistare, ma tunnel da chiudere, depositi da rendere inutilizzabili e rotte da interrompere. È una guerra meno visibile, fatta di intelligence, sorveglianza e interventi mirati, che raramente produce immagini iconiche ma che continua a segnare il conflitto siriano anche nel 2026. L’operazione a nord di Palmira si colloca esattamente in questa logica: non un episodio isolato, ma un tassello di una campagna lunga, silenziosa e ancora aperta.
Fonti: Ministero della Difesa del Regno Unito, Forze armate francesi, Reuters, Associated Press, Nazioni Unite.
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