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Costume e società
29 Novembre 2025 - 17:37
Marilyn Monroe
La 43ª edizione del Torino Film Festival si chiude in una serata che ha il sapore della grande festa del cinema, con le ultime luci pronte a spegnersi sulle sale e, al tempo stesso, con un annuncio che già proietta il pubblico all’anno prossimo: il 2026 sarà l’edizione di Marilyn Monroe, mito assoluto del Novecento. Ma prima di guardare avanti, il festival diretto da Giulio Base ha voluto celebrare chi, quest’anno, ha portato sullo schermo storie capaci di incidere, sorprendere, ferire e, spesso, raccontare ciò che altrove non trova spazio.
A dominare la serata è stato il verdetto della giuria del Concorso Lungometraggi, presieduta da Ippolita di Majo e composta da Lolita Chammah, Wannes Destoop, Sergei Loznitsa e Giona Nazzaro. Il premio per il miglior film, 20.000 euro, è andato a “The Garden of Earthly Delights” di Morgan Knibbe, un’opera che ha conquistato la giuria per la sua capacità di fondere immagini di grande potenza con un approccio narrativo audace, capace di afferrare il pubblico e trascinarlo in uno spazio cinematografico fuori dal tempo. Nel momento della proclamazione, un lungo applauso ha sottolineato la forza visionaria di un film che ha saputo imporsi in una selezione ricca e complessa. Il Premio speciale della Giuria (7.000 euro) ha invece premiato il coraggio narrativo di “Ida Who Sang So Badly Even the Dead Rose Up and Joined Her in Song”, titolo già di per sé programmatico, firmato da Ester Ivakič, mentre la migliore sceneggiatura è stata attribuita a “Ailleurs la nuit” di Marianne Métivier, esempio di scrittura densa, stratificata, capace di scavare nei personaggi con precisione chirurgica. Le migliori performance, infine, hanno premiato Sadie Scott per Fucktoys e Maria Wróbel per Que ma volonté soit faite, due interpretazioni che non solo reggono il peso emotivo delle rispettive opere ma le rendono indimenticabili.
Se i lungometraggi hanno acceso il dibattito, i documentari lo hanno alimentato con una forza forse ancora più politica. La giuria presieduta da Giovanna Gagliardo, insieme a Orkhan Aghazadeh e ai fratelli De Serio, ha assegnato il premio al miglior film (10.000 euro) a “Seeds” di Brittany Shyne, motivando la scelta “per la capacità di raccontare per immagini potenti la vita quotidiana di una comunità, costretta a subire l’ipocrisia delle parole delle leggi”. Una motivazione che suona come una dichiarazione d’intenti per tutto il festival: la ricerca di storie vere, scomode, capaci di mostrare ciò che spesso viene taciuto. Il Premio speciale della Giuria è andato a “Coexistence, My Ass!” di Amber Fares, un titolo provocatorio che trova la sua forza nel raccontare tragedie attraverso l’ironia, metodo narrativo tutt’altro che semplice. Menzione speciale per “Bobò” di Pippo Delbono, un film che la giuria ringrazia “per la saggezza che c’è nella follia”, riconoscendo il valore di un cinema che non cerca soluzioni ma apre varchi emotivi.
Molto intensa anche la sezione dedicata ai cortometraggi, presieduta da Lina Sastri, che ha premiato come miglior film “What Have You Done, Zarina?” di Camila Sagyntkan. Una storia durissima: una quindicenne rimasta incinta dopo una violenza, interpretata da una straordinaria Yenlik Kozike, in un racconto che cammina sul filo del dolore senza mai cadere nella retorica. Il Premio speciale della Giuria è stato assegnato a “175” di Sepehr Nosrati, che affronta il tema dell’immigrazione con una messa in scena dirompente, mentre la menzione speciale è andata a “Fin” di Ward Kayyal, premiato “per aver tradotto con sintesi emozionante la dialettica tra guerra e normalità nel dramma palestinese”, segno che il festival ha voluto ascoltare le voci dei luoghi del conflitto, senza filtri né semplificazioni.
A completare il mosaico dei riconoscimenti ci sono i premi trasversali, a partire dal FIPRESCI, assegnato da una giuria internazionale di critici a “The Anatomy of the Horses” di Daniel Vidal Toche, definito “opera di poesia visiva, inattaccabile dal tempo”, capace di riflettere sulla rivoluzione come stato d’animo destinato al fallimento. Il Premio Rai Cinema Channel, assegnato da studenti e studentesse della Scuola Holden, è andato a “175” per la sua capacità di calare lo spettatore in medias res in un’atmosfera claustrofobica che non concede fiato. Il Premio Achille Valdata dei lettori di TorinoSette ha scelto Fucktoys di Annapurna Sriram, film esplosivo e irriverente, giudicato emotivamente potente e visivamente travolgente.
Il Premio Occhiali di Gandhi, assegnato dal Centro Studi Sereno Regis, ha voluto premiare ex aequo due opere capaci di trasformare l’umorismo in gesto di resistenza: “Coexistence, My Ass!” e “The Clown of Gaza” di Abdulrahman Sabbah, due film che affrontano la guerra e le sue contraddizioni illuminandole con un sorriso che diventa un atto politico. Menzione speciale ancora per Bobò, riconosciuto come esempio di incontro e reciprocità. E il Premio Interfedi, promosso dalla Chiesa Valdese e dalla Comunità Ebraica, ha premiato nuovamente “Bobò”, definito “racconto di dignità e inclusione, capace di trasformare l’invisibilità in presenza”. Un vero e proprio caso festivaliero, quello del film di Delbono, che ha conquistato giurie diverse e sensibilità differenti.
Poi l’annuncio che ha colpito la platea: la 44ª edizione del TFF, in programma nel 2026, sarà dedicata a Marilyn Monroe, nel centenario della sua nascita. Una scelta che Giulio Base ha spiegato con parole limpide e appassionate: “Non soltanto un’attrice, ma un mito, un’icona luminosa dell’immaginario collettivo. L’immagine scelta proviene dal suo ultimo servizio fotografico: custodisce bellezza e fragilità, con quel lieve senso di nostalgia del futuro, come se sapesse di essere destinata a vivere nell’eternità più che nel presente”. Lo scatto, realizzato da George Barris sulla spiaggia di Santa Monica nel 1962 e noto come parte del ciclo “The Last Photos”, fu acquistato dal Museo Nazionale del Cinema nel 1997 e oggi è esposto alla Mole insieme a una piccola ma preziosa collezione di oggetti personali, fotografie e gioielli della diva. È un richiamo emotivo potentissimo, che già anticipa la linea che il festival seguirà per la sua prossima retrospettiva: uno sguardo sulla fragilità luminosa, sull’ultima immagine prima che il mito diventasse leggenda.
La chiusura del festival, come da tradizione, è stata accompagnata dai ringraziamenti alle istituzioni che sostengono l’evento: il Museo Nazionale del Cinema, il Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema, la Regione Piemonte, la Città di Torino, la Fondazione Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT. Un sistema culturale che continua a dare forma a un festival che, più che una rassegna, è un osservatorio internazionale su ciò che il cinema può ancora raccontare: conflitti, identità, rivoluzioni intime, corpi che resistono, comunità che lottano per non essere dimenticate.
E così la 43ª edizione del Torino Film Festival si chiude come deve chiudersi un festival vero: con premi che fotografano lo stato del cinema contemporaneo e con un desiderio, già acceso, per ciò che verrà. Marilyn Monroe attende sull’orizzonte del 2026, fragile e magnetica, pronta a tornare a Torino per risplendere ancora una volta sul grande schermo.
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