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Ludopatia, schiaffo al Canavese: il virus del gioco che divora il Piemonte

Nel Canavese la ludopatia diventa emergenza: giovani connessi e famiglie indebitate, servizi e leggi locali in affanno

Ludopatia

Ludopatia, schiaffo al Canavese

Nel Canavese, la parola “azzardo” non evoca più solo un passatempo o un vizio, ma una vera e propria emergenza sociale. I numeri che arrivano dai servizi territoriali raccontano una realtà difficile da ignorare: centinaia di persone sono oggi seguite dai centri di cura per ludopatia, e molte altre restano nell’ombra, prigioniere di una spirale che unisce solitudine, debiti e vergogna. Le storie si somigliano: un gratta e vinci per caso, una puntata su una partita di calcio, poi un’altra, fino a perdere il controllo. Nel Canavese occidentale — tra Rivarolo, Cuorgnè e i comuni più piccoli — il fenomeno ha raggiunto proporzioni preoccupanti, con decine di casi presi in carico dal servizio per le dipendenze dell’ASL TO4.

A Rivarolo e Cuorgnè si concentra la maggior parte delle segnalazioni, ma la diffusione è capillare: non esistono confini geografici o sociali per una dipendenza che si infiltra ovunque. La ludopatia non è solo il frutto di una scelta individuale: è un disturbo comportamentale che modifica i meccanismi di ricompensa del cervello, trasformando il piacere del gioco in necessità patologica. Chi ne soffre inizia a mentire, a chiedere prestiti, a isolarsi, spesso senza che i familiari se ne accorgano fino a quando non è troppo tardi.

Negli ambulatori dei Ser.D del Canavese arrivano persone di ogni età. Il profilo del giocatore patologico non è più solo quello del pensionato che passa le giornate davanti alle slot: sempre più giovani, e persino studenti, si avvicinano al gioco digitale. L’azzardo è diventato mobile, invisibile, a portata di smartphone. Le piattaforme online, pubblicizzate in modo martellante, promettono vincite facili e immediate, alimentando un’illusione che spesso si trasforma in dipendenza. L’isolamento e la precarietà economica fanno il resto: un terreno fertile per chi cerca nel gioco un modo per evadere o per tentare di “svoltare” la propria vita.

Nel Canavese, alcuni comuni hanno iniziato a reagire. Le scuole collaborano con le ASL per progetti di prevenzione, gli sportelli sociali cercano di intercettare i casi prima che degenerino, e le parrocchie organizzano incontri per parlare apertamente del problema. Ma non basta. Chi lavora ogni giorno sul campo lo sa: la vera battaglia è contro il silenzio. Troppi ancora non chiedono aiuto per vergogna o per paura del giudizio. L’azzardo, nella sua forma patologica, resta un tabù, una malattia invisibile che corrode lentamente.

Eppure i segnali ci sono tutti: la spesa in videopoker e slot cresce anno dopo anno, mentre le perdite economiche legate al gioco nel solo Piemonte hanno superato i due miliardi di euro. Dietro quelle cifre ci sono famiglie in crisi, case ipotecate, relazioni spezzate. E c’è un sistema che, tra interessi economici e normative altalenanti, fatica a mettere davvero al centro la tutela dei cittadini. La legge regionale in vigore impone limiti alle sale giochi e distanze dai luoghi sensibili, ma le deroghe e i ricorsi ne hanno ridotto l’efficacia.

Sul piano più ampio, la ludopatia è una delle nuove dipendenze del XXI secolo. A differenza dell’alcol o delle droghe, non ha odore né sintomi evidenti, ma il meccanismo è lo stesso: l’adrenalina del rischio, l’attesa della ricompensa, l’incapacità di smettere. Le cause sono molteplici: fattori economici, fragilità personali, facilità d’accesso al gioco e, soprattutto, la spinta costante di un marketing aggressivo che trasforma l’azzardo in intrattenimento.

Le soluzioni non sono semplici, ma una strada esiste. Servono leggi più chiare, che regolino il settore e proteggano i cittadini; serve un’educazione al gioco consapevole fin dall’adolescenza, capace di smontare i miti della “vincita facile”; servono servizi di supporto accessibili, che offrano ascolto e accompagnamento senza stigma. Ma serve anche una presa di coscienza collettiva. Perché finché il gioco sarà considerato solo un passatempo, e non una possibile malattia, la piaga della ludopatia continuerà a scavare in silenzio — anche tra le colline tranquille del Canavese.

Il Piemonte perde un'occasione enorme

Lo scorso giugno, il Consiglio regionale del Piemonte ha respinto l’emendamento del Partito Democratico che mirava a reintrodurre norme più rigide per contrastare la ludopatia. La proposta, firmata da Monica Canalis, avrebbe ampliato l’elenco dei luoghi sensibili includendo centri giovanili, impianti sportivi e case di riposo, e imposto nuove distanze minime dalle sale da gioco nei comuni più grandi. Un passo indietro rispetto alla legge del 2016, considerata all’epoca un modello per la riduzione delle dipendenze da azzardo.

Il voto contrario della maggioranza di centrodestra ha scatenato la protesta dei dem. Canalis ha accusato Fratelli d’Italia e Lega di incoerenza e di aver “ignorato la sofferenza di famiglie e malati travolti dai debiti”. L’opposizione sottolinea che i dati parlano chiaro: in Piemonte, dopo l’abrogazione della legge nel 2021, le giocate sono aumentate, così come le richieste di aiuto ai Ser.D.

Il Piemonte, che un tempo aveva fatto scuola nella lotta alla ludopatia, oggi appare in ritirata. La bocciatura dell’emendamento segna l’ennesima occasione mancata per contenere un fenomeno che, sotto il profilo umano ed economico, continua a devastare comunità e territori.

La ludopatia in Italia

La situazione in Italia rispetto alla ludopatia — o disturbo da gioco d’azzardo patologico — è complessa e in evoluzione: non si tratta di una piaga confinata alle periferie, ma di un fenomeno che interessa l’intero Paese, con numeri in ascesa, nuove fasce di rischio e sfide istituzionali non ancora risolte.

Le stime più recenti parlano di cifre allarmanti: si calcola che tra i 300 mila e 1,3 milioni di italiani possano soffrire di forme significative di dipendenza da gioco, con un’ulteriore quota ancora non emersa che vive in situazioni borderline. Le statistiche del settore mostrano che nel 2024 gli italiani hanno giocato oltre 157 miliardi di euro, superando i volumi dei periodi precedenti, con perdite che sfiorano i 21 miliardi. Questo incremento del gioco è trainato anche dall’offerta digitale, che ha guadagnato terreno soprattutto dopo la pandemia. In Italia più del 40% degli uomini adulti ha praticato il gioco in almeno un anno, contro quasi il 30% delle donne, evidenziando una marcata differenza di genere.

Sul fronte demografico, la fascia maggiormente coinvolta è quella tra i 25 e i 34 anni, ma la parte più inquietante è la crescita del fenomeno nelle generazioni più giovani. Si segnalano aumenti nei comportamenti ludici anche tra adolescenti minorenni: alcune ricerche indicano che oltre il 5% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni manifesti già segnali di gioco compulsivo o problematico, spesso attraverso scommesse sportive online o meccanismi simili alle “loot box” dei videogiochi. Il dramma è che queste nuove modalità, percepite come “normali” o “sociali”, rendono il confine tra intrattenimento e dipendenza meno visibile.

Dal punto di vista dell’offerta, l’Italia è tra i paesi con regolamentazioni avanzate del gioco pubblico: esiste una rete di concessioni e controlli tramite l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM). Tuttavia, il gioco illegale — quello non autorizzato — rappresenta l’altro lato oscuro: slot pirata, scommesse clandestine e piattaforme online non regolamentate sottraggono clienti al circuito legale e alimentano comportamenti a rischio, spesso senza alcuna tutela o monitoraggio. A ciò si aggiunge il fatto che nei piccoli comuni l’offerta online ha avuto una crescita significativa, rendendo il gioco d’azzardo digitale diffuso anche in luoghi isolati.

In risposta a questa emergenza, esistono circa 200 centri dedicati alla cura della ludopatia sparsi per l’Italia, con una presenza più marcata in regioni come Toscana e Piemonte. Questi centri dipendono dai Servizi per le Dipendenze regionali e offrono percorsi che combinano supporto psicologico, psichiatrico e sociale. Organizzazioni del terzo settore come Konsumer Italia promuovono progetti di prevenzione e ascolto, offrendo linee telefoniche e consulenze per chi vuole uscire dal vortice. Nonostante ciò, molti esperti denunciano che la risposta pubblica ancora non è all’altezza: i servizi non sempre sono diffusi uniformemente, la consapevolezza è bassa, e spesso mancano risorse strutturali per seguire i nuovi casi emergenti.

In definitiva, l’Italia si trova oggi a dover affrontare una doppia sfida: da un lato contenere l’espansione della ludopatia, dall’altro prevenire che sempre più categorie (giovani, donne, territori deboli) cadano nella dipendenza. Se non si rafforza il sistema preventivo, educando fin dalla scuola, e se non si potenziano i centri di cura, gli effetti sociali — famiglie rovinate, indebitamento, relazioni distrutte — rischiano di amplificarsi nel tempo. La lotta contro la ludopatia non è più una questione locale: è una questione che riguarda il futuro del paese.

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