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03 Maggio 2025 - 07:20
Il Parco dei Pogliani abbandonato: dieci anni di favole, fideiussioni evaporate e giochi dello scaricabarile
C’era una volta un parco. Doveva sorgere tra le colline artificiali di rifiuti della discarica "Chivasso 3", proprio accanto alla sottile linea che separa la frazione Pogliani dal resto dell’universo conosciuto. Un parco polifunzionale, verde e gioioso, con giochi per bambini, panchine, aiuole e magari pure le fate. Era il 2010. Siamo nel 2025. E sapete dov’è quel parco?
Recintato. Chiuso. Inaccessibile. E no, non perché l’amministrazione comunale abbia pensato a proteggerlo dalla barbarie. Ma perché non è mai stato consegnato ai cittadini. E la proprietà? "Privata, ovviamente". Come la vergogna.
Dal 2008 al 2010 il Comune di Chivasso e la società SMC (poi SGRA) stipulano convenzioni, modificano accordi, progettano, disegnano, correggono. Intanto le ruspe delle discariche avanzano, l’area viene “bonificata” (si fa per dire), e spunta l’idea del parco compensativo. Sì, perché una montagna di rifiuti in faccia alle case della frazione Crova andava pur riscattata con un’area verde.
Nel 2012 il progetto viene rivisto: una parte del parco viene completata (forse), ma la documentazione per certificare l’ultimazione non arriva mai. Il Comune? Sollecita. E attende. Sollecita ancora. E poi attende un altro po’. Passano gli anni, passano i sindaci, e il parco resta lì: incompiuto, invisibile, irraggiungibile. Un monumento all’inerzia.

Clara Marta
A riaccendere i riflettori su questa barzelletta urbanistica ci ha pensato la consigliera di Forza Italia, Clara Marta, con un’interrogazione a risposta scritta che sembra un atto di accusa davanti alla Corte dell’Aja.
«È sconcertante constatare – scrive Marta – che dopo oltre un decennio il Comune non abbia mai escusso la fidejussione da oltre 525.000 euro, richiesta formalmente nel 2019, pur avendone tutti i titoli e gli estremi». E ancora: «Il parco è rimasto proprietà privata, chiuso e inaccessibile, recintato da cancelli che rappresentano un desolante vuoto di responsabilità».
E poi, il carico da undici: «Si parla di aggiornare un progetto del 2017 come se fossimo ancora fermi ai plastici del Lego. Il Comune continua a parlare, ma intanto i bambini crescono e giocano in mezzo all’erba alta, fuori dai cancelli».
Cinque domande precise: i soldi della fidejussione sono stati riscossi? La convenzione è ancora valida? Chi gestisce il parco? Che interventi sono previsti? E soprattutto: il Comune ha intenzione di fare qualcosa? O continuerà a girarsi dall’altra parte, come se Pogliani fosse il Borneo?
Alla consigliera Marta risponde… rullo di tamburi… non il sindaco Claudio Castello, nemmeno l’assessore all’ambiente Fabrizio Debernardi, ma un funzionario tecnico, l’ingegner Fabio Mascara. Come dire: non disturbateci, abbiamo cose più importanti da fare, tipo guardare crescere le ortiche attorno ai giochi.
E la risposta, se possibile, è ancora più grottesca della vicenda stessa.
Si legge: «L’area è di proprietà privata, di competenza della società SGRA (non Green Up, sia chiaro!)». E quindi? «Il Comune non può e non deve sostituirsi agli impegni della società». Tradotto: noi ci laviamo le mani, come Ponzio Pilato, ma senza neppure la scusa di una condanna capitale da evitare.
Poi si ammette candidamente che la fidejussione da 525.521 euro non è stata riscossa, perché prima bisogna aggiornare il progetto del 2017. Nel frattempo, passano altri otto anni. E i bambini? Giochino con i sassi.
Infine, il colpo di genio: «Abbiamo parlato con la Pro Loco per vedere se si può fare una area giochi alternativa». Magari un’altalena. Magari nel 2043.
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Il degrado all'interno della casetta
In tutta questa vicenda, c’è un solo vero protagonista: il Comune di Chivasso, che da anni si comporta come un coinquilino fastidioso che lascia l’immondizia sul pianerottolo e poi dà la colpa al vicino.
Quando SMC era viva e vegeta, si è lasciata cuocere a fuoco lento. Quando è diventata SGRA, si è aspettato il miracolo. E oggi, con l’area ancora in stato pietoso, la strategia è chiara: scaricare tutto sulla proprietà privata, senza prendersi neppure la briga di pretendere il rispetto degli accordi sottoscritti nel 2010 e modificati nel 2012.
E la fidejussione? Quella è lì, in banca. A prendere la polvere. A garantire che nessuno – nemmeno il Comune – abbia il coraggio di fare il passo.
Il parco è solo la punta dell’iceberg. I Pogliani, come noto, sono una delle frazioni più trascurate dell’intero chivassese. Le fognature non ci sono, le discariche incombono come cattedrali di mondezza, e i residenti – poco più di duecento – sembrano condannati a un’esistenza ai margini. Quando chiedono spiegazioni, ricevono in cambio il solito balletto di buone intenzioni, promesse elettorali e patti da Bene Comune che, a giudicare dai risultati, tanto bene non fanno a nessuno.
Nel 2017 Claudio Castello, allora assessore, promise le fognature per la primavera 2018. Sono arrivate? Solo fino all’ingresso della frazione. Poi basta. Le case? Ancora servite dalle fosse Imhoff. E nel 2024 si è detto che partiranno i lavori a Borghetto, Mosche e Montegiove. Pogliani? Boh. Forse nel 2026. Forse.
A oggi, il Parco dei Pogliani è un non-luogo. C’è, ma è come se non ci fosse. Non è pubblico, ma neppure privato nel senso pratico del termine. È solo un recinto arrugginito attorno a una promessa mancata. E i responsabili? Nessuno. Tutti con le mani pulite. Tutti pronti a dire che la colpa è di qualcun altro.
Intanto i bambini crescono. Le famiglie aspettano. E il Comune redige progetti aggiornati su progetti aggiornati, in attesa che qualcuno – chiunque – faccia qualcosa. Magari Clara Marta, che almeno ha avuto il merito di rompere il silenzio assordante di una politica che su Pogliani ha detto troppo poco e fatto ancora meno.
Nel frattempo, se avete tempo, fatevi un giro nei Pogliani. Magari portate i figli. Raccontategli che là dietro quella rete, un giorno, forse, ci sarà un parco. Magari rideranno. O forse vi chiederanno: «Ma perché non fanno niente?». E voi, come il Comune, potrete rispondere con una spallata e un’alzata di sopracciglio. Perché la colpa è sempre di qualcun altro. E Pogliani, d’altronde, non esiste.
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