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Settembre 1925. Le grandi manovre in Canavese. Le truppe sfilano a Ivrea

Le grandi manovre tenutesi in Canavese dal 22 al 28 settembre 1925 presentavano una rinnovata situazione “triplicistica”: infatti il presunto invasore arrivava dalla Repubblica francese e su alcuni aspetti tattici ricordava un’analoga manovra tenutasi nel 1907 nella zona più orientale, tra Novara, Ivrea e le Alpi del gruppo del Monte Rosa a Nord. La situazione ideata dal Comando del regio esercito prevedeva una difesa/offesa dell’Italia Nord-Occidentale: il nemico attraverso l’occupazione della Valle d’Aosta doveva venir bloccato allo sbocco della medesima in Piemonte. Torino risultava già occupata da analoghe punte invasive provenienti dai valichi alpini del Moncenisio e del Monginevro. La controffensiva per ricacciare l’invasore al di la dei confini alpini partiva dalla Lombardia ed era basata principalmente sull’esperimento della divisione ternaria e dei suoi rapporti con l’aeronautica. Si trattò anche di una grande operazione mediatica curata nei mini termini: il 21 settembre 1925 su Ivrea uno stormo d’aerei volteggiava per illustrare ai giornalisti il teatro delle operazioni: Gigi Bastogi della rivista «Aviazione», Buffoni del «Secolo», Santini della «Gazzetta dell’Aviazione», Freddi del «Popolo d’Italia», Maisto del «Mattino», Trevisan della «Gazzetta dello Sport», Troiso di «Epoca» e Banti del «Nuovo Giornale» decollati da Cinisello Balsamo osservavano il bacino morenico del Canavese e la strettoia di collegamento con la Valle d’Aosta. Così il giornalista Renato Casalbore – che sarà dopo la Seconda Guerra Mondiale il fondatore di «Tuttosport» e destinato a perire con il grande Torino a Superga nel 1949 – commentava da Viverone le manovre sulla «Gazzetta del Popolo» del 23 settembre 1925: «(..) anche i giornalisti fanno le grandi manovre. Le fanno per un corso d’istruzione che non è superfluo e che, per quanto riguarda l’aviazione potrà riuscire utile alla preparazione di un nucleo di specializzati, ora veramente esiguo, che si occupi nell’avvenire del problema aviatorio italiano. (..) Il Capitano Mecozzi (1), un pilota della vecchia guardia, si è assunto l’ufficio di pedagogo  aeronautico della schiera di giornalisti (..) Il corso procede regolarmente con visite agli stabilimenti, con presa di contatto costante coi segreti delle costruzioni e dell’impiego degli ordigni aerei, sicché l’entrata in… guerra della stampa aviatoria è avvenuta in piena efficienza». La direzione generale dell’arma aerea è posta a Ivrea con un proprio stato maggiore comandato dal generale Andriani e sarà una delle principali protagoniste delle manovre.  L’organigrama delle manovre era così composto: il generale Gaetano Giardino aveva assunto la carica di Direttore superiore delle Esercitazioni che riferiva direttamente al Capo di Stato Maggiore del regio Esercito, Generale Badoglio e l’Ammiraglio Amedeo Acton, Capo di Stato Maggiore della regia Marina. Il Generale Cattaneo viene nominato direttore delle manovre e il generale Danioni capo dei giudici di campo. Le truppe impegnate sono agli ordini dei generali d’Armata Carlo Petitti di Roreto (2) e Ferrari e del Generale Scipione comandante delle Scuole Centrali. Tre sono gli Ispettori: il generale Modena per le truppe Alpine, il generale Berardi per la Cavalleria, il generale Buffa di Perrero per l’Artiglieria. A pari livello viene convocato il generale Barbieri della M.V.S.N. della zona di Milano. Le zone di residenza “eccellenti” erano Mazzè e Masino: nella prima si trovavano Badoglio presso la villa della marchesa di Bugnano, Cavallero presso la villa Bellotti, il gerarca Teruzzi presso la villa Ruggeri e a pochi passi di distanza presso il castello di Mazzè, residenza estiva degli industriali Ghelfi, l’onorevole Benito Mussolini presidente del Consiglio e ministro della Guerra. I settori che si fronteggiavano erano due, il partito azzurro e il partito rosso. L’invasione del territorio nazionale si supponeva già avvenuta secondo questa progressione:  il partito rosso ha attaccato in corrispondenza dei principali valichi alpini, fra il Gran San Bernardo e il mare. La difesa azzurra, mentre è riuscita a contenere l’urto nemico nelle Alpi Marittime, è stata travolta nei settori Dora Riparia e Baltea. Nel settore Dora Riparia, l’attacco nemico, violentemente sferrato ed efficacemente coadiuvato da contemporanei attacchi al Moncenisio e lungo le valli del Pellice e Germanasche, ha costretto la difesa azzurra a ripiegare verso la pianura torinese. Nel settore Dora Baltea l’attacco nemico pronunciatosi di sorpresa e rapidamente alimentato da truppe di montagna, è riuscito a progredire profondamente lungo la valle, portando il disordine nella nostra difesa incapace di affermarsi nelle successive linee di resistenza, e che ha dovuto ripiegare fino all’altezza di Ivrea. La situazione difensiva nel settore “Baltea” era orientata a bloccare lo sbocco dell’offensiva nemica nella giunzione tra Valle d’Aosta e pianura: il terreno di scontro era questa “porta” geograficamente rappresentata dall’anfiteatro morenico del Canavese, un “catino” coronato da colline, frutto della spinta del ghiacciaio valdostano sceso in pianura e successivamente scomparso per l’innalzamento termico. L’operazione di sbarramento e controffensiva affidata al partito azzurro prevedeva: a) l’immediato invio in Val Baltea di una Divisione (di riserva nella zona di Vercelli) per ricacciare il nemico nella valle, o quanto meno per imbastire una linea di difesa lungo il margine meridionale dell’anfiteatro morenico di Ivrea; b) la costituzione, con le truppe di riserva, di un fronte difensivo lungo il margine occidentale delle colline del Monferrato e appoggiatesi al Po; c) l’avvicinamento di un’aliquota della riserva generale, che si sta concentrando nella pianura lombarda per collegare la difesa di Val Baltea col fronte difensivo a sud del Po, e opporsi ad una possibile puntata nemica lungo la sinistra di detto fiume, intesa a facilitare lo sbocco in piano delle colonne operanti lungo la Val Baltea (3). Le premesse delle esercitazioni vengono illustrate alle ore 10 del 21 settembre dal generale Giardino nei saloni del castello di Masino, dove era alloggiata la Direzione effettiva delle manovre. Erano presenti  i capi dei giudici di campo, i comandanti dei partiti che partecipano alle manovre, il Capo di stato maggiore della regia marina, l’ammiraglio Acton, il generale d’armata Petitti di Roreto, il generale Giuseppe Ferrari comandante dell’armata, il generale Cattaneo direttore delle manovre, il generale Ferrario, comandante la divisione di Novara e capo del partito nazionale “azzurro”, il generale Martinengo comandante del partito invasore “rosso”, il generale Danioni comandante la divisione militare di Milano e i capi dei giudici di campo, il generale Scipioni direttore della Scuola centrale di Civitavecchia e i generali Giacomo Ferrario e Cei a disposizione del Ministero della Guerra, il generale Barco comandante la divisione di Roma, il generale Trebolli capo dei giudici del partito azzurro e il generale Andriani dell’aviazione.  In quella conferenza, il generale Giardino aveva illustrato gli scopi della manovra, «essenzialmente sperimentale con particolare riferimento ai problemi riflettenti la Divisione ternaria e il battaglione con arma leggera, sviscerando l’importante argomento con larga competenza e autorità. Le direttive emanate dal generale Giardino sono la base d’impostazione per la raccolta dei risultati degli esperimenti che si eseguiranno con larghezza non mai sinora attuata».  Le operazioni  per il giorno successivo prevedevano la marcia di trasferimento del partito azzurro dal Vercellese al Canavese: il tempo del giorno prima era stato nebbioso nelle prime ore del mattino anche per effetto delle abbondanti piogge del 21 proseguite anche nella notte del 22. Un aspetto che avrebbe reso la marcia di avvicinamento invisibile al “nemico” per il mancato sollevamento di polvere provocato dalle colonne in marcia sulle strade che all’epoca erano in gran parte sterrate.  Alle 5 di mattina del 22 settembre venne impartito l’ordine di marcia. Le truppe che avevano passato la notte nei pressi delle campagne di San Germano Vercellese si levarono e si misero in marcia per il Canavese attraverso le rotabili della direttrice Tronzano, Viverone quadrivio quota 201 ad ovest di Cascina Carbonara. Le truppe erano divise in tre scaglioni precedute da un gruppo di truppe leggere del Colonnello Raggio, comandante del  12° Bersaglieri, e composte da un gruppo di tre squadroni di Savoia cavalleria e da un battaglione di Bersaglieri ciclisti.  A seguire il primo scaglione comandato dal generale Sircana composto dal 3° reggimento di fanteria divisionale del colonnello Ruggeri, un gruppo someggiato di obici Skoda da 100 mm, un battaglione zappatori e una compagnia minatori del Genio, una compagnia di mitragliatrici, elementi di sanità, radiotelegrafisti e autoreparti carreggiati.  Con il secondo scaglione veniva il comando tattico della divisione al completo. Dietro il comandante generale Ferrario, il comandante l’artiglieria divisionale, colonnello Bregoli con i relativi stati maggiori.  Il terzo scaglione era composto dal 2° reggimento di fanteria divisionale del colonnello Pagano, un gruppo di obici da 100/17 del 17° artiglieria da campagna, un gruppo di cannoni da 75 mm Deport (4) del 27° artiglieria da campagna, tre compagnie mitragliatrici da posizione e la sezione someggiata. L’ultimo scaglione delle truppe divisionali era costituito dal 1° Reggimento fanteria divisionale del colonnello Poggesi, un gruppo di cannoni da 75 mm Deport e un guppo di cannoni da 100 mm, entrambi del 17° artiglieria da campagna, la compagnia telegrafisti divisionale, la sezione ottica, la fotoelettrica carreggiata, la sezione radiotelegrafica e reparti di sanità e sussistenza ed un plotone di carabinieri. La colonna nel suo complesso si snodava per 11 chilometri e mezzo. Seguiva poi una colonna lunga 8 chilometri di reparti non divisionali, costituiti da bersaglieri ciclisti, autocarreggiate, una sezione di autoblindo, seguite dalle artiglierie pesanti di corpo d’armata, messe a disposizione del Comando della divisione ternaria, con un gruppo di carri armati e servizi sussidiari (radiotelegrafici, pompieri, colombi viaggiatori, sezione mascheramento) e infine le salmerie, il grosso carriaggio divisionale, il quartier generale dei reali carabinieri.  A quota 201 la posizione era convenzionalmente osservabile dal “nemico”. Sulla sinistra della divisione, lungo la rotabile Borgo d’Ale – Borgomasino – Tina si trovava una supposta divisione a cui la ternaria doveva solo simulare il collegamento. Le posizioni della ternaria invece si concentravano sulle alture comprese tra la strada Borgo d’Ale – Borgomasino – Tina, ad ovest e il lago di Viverone a est. Le truppe non divisionali tendevano ad estendere l’occupazione ad oriente del lago di Viverone fino alle adiacenti pendici di Andrate. 22 settembre 1925. I primi contatti con il “nemico”. Senza incontrare resistenza alle 10,30 il capitano Bardò del Savoia cavalleria con una squadra di mitragliatrici pesanti occupa Masino e il castello. A Tina e Azeglio i bersaglieri ciclisti entrano in contatto con i “rossi” occupando le posizioni dopo qualche resistenza. Il 3° fanteria con artiglieria someggiata occupa il tratto Masino – Bric Camolesa per coprire le posizioni conquistate di Tina e Azeglio. Contemporaneamente il 2° battaglione ciclisti con autoblindate, attraverso la strada di Santhià si porta tra il lago di Viverone e la Serra di monte Orsetto (5), sbarrando le vie di accesso orientali del lago. Il Comando della fanteria divisionale si installa a Cossano con il 2° reggimento di fanteria a disposizione. Invece il Comando divisionale installatosi a Borgo d’Ale con il 1° reggimento con 4 compagnie di mitragliatrici venne bloccato ad Alice Castello. Prima di mezzogiorno il settore occupato dal 3° fanteria viene raggiunto dai 4 gruppi di artiglieria da campagna: un gruppo da 105 e uno da 149 A  si installano a Borgomasino per battere d’infilata le direttrici d’avanzata “nemiche”. Un gruppo di obici da 149 si sposta da Santhià a Cavaglià a disposizione del Comando azzurro dal quale dipende il 61° gruppo aeroplani. Alle 11 sono pronte le batterie antiaeree a sud di Borgomasino per contrastare la ricognizione avversaria. Le manovre del partito “rosso”. L’ordine che arriva con una motocicletta partita dalla fortezza di Bard, contempla il proseguimento dell’avanzata per giungere a nord della strada Ivrea – Bollengo, e alle 11 i “rossi” dilagano nel territorio del comune di Andrate diretti verso sud – sud est. Reparti celeri (composti da reparti del Nizza cavalleria e da Bersaglieri ciclisti) dilagano verso Tina e si registra il primo contatto in forze con i “nazionali” che non riuscirono a tenere Azeglio.  Ma lo scontro più rilevante sarebbe stato quello per Andrate. L’attività aerea dei “rossi” è paralizzata dalla foschia, ma una schiarita verso le 12,45 permette il “bombardamento” di Borgo d’Ale con due squadriglie di bombardieri B.R protetti da due squadriglie di caccia. La linea azzurra, al finire del tempo (16,30) concesso dai giudici di campo, si stabilizza partendo da Ovest a Masino, passando per le alture a nord di Cossano, Francia, quota 289 e pendici occidentali di monte Orsetto. I rossi tengono Tina, Azeglio, Abbano di Anzasco, mentre il grosso dei “rossi” occupa la zona sud di Zimone. L’aviazione azzurra è stata impegnata nel bombardamento dei campi volo di Mirafiori  e Venaria nei pressi di Torino e sulla stazione di Ivrea. Il bollettino delle esercitazioni combinate fra esercito e aeronautica concludeva:  Durante queste prime esercitazioni la parte sperimentale ebbe completa applicazione, per quanto riguarda l’incolonnamento e lo sviluppo in marcia della Divisione ternaria, e il suo schieramento in terreni collinosi. Molti altri esperimenti ebbero efficace sviluppo nelle ricognizioni aeree, nei collegamenti, nei servizi di informazioni, nelle varie specie di trasporto con automezzi. Presenziarono alle esercitazioni il generale Badoglio, il generale Giardino, il Generale Cattaneo direttore effettivo.  L’azione dell’aviazione per il 22 è ostacolata dalla foschia ma si registra un “bombardamento” su Ivrea da parte di 3 Caproni Ca33 da 450 cavalli del partito azzurro, con il lancio di fumogeni al posto delle bombe. I velivoli erano decollati da Malpensa e Lonate Pozzuolo. I rossi invece attaccano Borgo d’Ale con 6 velivoli Ansaldo 300 e 23 cacciatori su Spad 200 piombando sulle truppe azzurre in marcia e simulando un mitragliamento e un bombardamento leggero a poche decine di metri d’altezza. A questa azione, condotta dal maggiore Matricardi a cui aveva partecipato l’asso Ferruccio Ranza (6) al comando del 13° Gruppo viene assegnato un punteggio molto elevato per la foga dell’assalto e per la mancata reazione contraerea, ma viene anche diramato un comunicato della direzione dell’aeronautica che ordina ai piloti un comportamento più prudente. 24 settembre: linee contrapposte. Dopo la sosta valutativa del 23, la giornata del 24  prevedeva la difesa del fronte raggiunto dalla divisione azzurra e il passaggio alla controffensiva mediante la ricerca del fianco debole dell’avversario. Gli scopi sperimentali, fissavano numerosi punti d’analisi, tra cui: il concorso di mezzi aerei di collegamento tra aerei e forze terrestri, l’impiego di elementi ciclisti, di cavalleria e di artiglieria pesante, l’occultamento e il mascheramento, la difesa aerea diurna, il passaggio di corsi d’acqua su un ponte gettato e su passerelle militari.  Per il partito rosso invece rimanevano le finalità d’attacco con consegne specifiche suddivise in tre punti:  1) Impiego di carri armati in cooperazione con un battaglione di vecchio tipo;  2) Impiego di mezzi fumogeni per la azione dei carri armati;  3) Azione isolata di un battaglione composto da due compagnie di mitragliatrici leggere, di una compagnia mitragliatrici pesanti e di una compagnia fucilieri. Le condizioni meteorologiche sono sfavorevoli, ma non proibitive all’aeronautica e al genio pontieri. Forte vento e nubi sono presenti per la maggior parte della giornata. La Dora Baltea cresce di livello e di velocità per le piogge dei giorni precedenti. Il partito azzurro con due scaglioni di bombardieri veloci “colpisce” le vie di accesso che mettono in comunicazione Ivrea con la Bassa Valle d’Aosta con azioni alle 10,50 e alle 11,15.  Alle 11,50 la terza incursione vede il giungere i bombardieri pesanti con protezione di caccia per completare le azioni sui ponti e sulla stazione ferroviaria, per bloccare l’afflusso nemico dalla Valle d’Aosta virtualmente occupata. Le potenzialità di bombardamento vengono stimate in 130 quintali di bombe.  I velivoli decollati nelle file del partito azzurro sono 145, compresi i velivoli di osservazione e collegamento. Le forze aeree rosse, seguendo l’itinerario Mirafiori, Ivrea, Salussola, Cameri, eseguono un bombardamento su quest’ultimo campo volo anche se incontrano l’opposizione di gruppi caccia azzurri e di fuoco antiaereo. Il risultato dell’incursione, secondo i giudici, ha visto la perdita di quattro bombardieri veloci e sei caccia del partito attaccante e quattro caccia azzurri. Le forze aeree rosse, sulla via del ritorno, eseguono un’altra incursione contro il campo di Massazza con potenzialità di bombardamento restante di 78 bombe. L’aviazione ausiliaria rossa esegue ricognizioni di sorveglianza sulla zona di Azeglio, Viverone, Roppolo, Borgo d’Ale, eseguendo varie fotografie sugli autoparchi e truppe ammassate, gettando con il paracadute il “filmpack” appena impressionato al posto d’antenna di Albiano. Complessivamente tra le due parti si registrano in volo 203 velivoli con tre lievi incidenti al materiale e nessuno al personale. Renato Casalbore, a bordo di un Caproni da bombardamento pilotato dal tenente Ignazio Bevilacqua e dal sottotenente Renzo della Pura ci offre il racconto di quel volo. Il giornalista occupa il posto dell’osservatore-mitragliere a prua del primo velivolo di una formazione di 15 Ca.33 del  4° Gruppo del capitano Leveroni, del  25° Gruppo del maggiore Rizzo e del 28° Gruppo del capitano Padovani:  «(..) Filiamo sui gruppi di cacciatori che stanno mettendo in azione in motori. Le eliche girano vertiginosamente. Scorgo da lontano magnifiche partenze simultanee dei piccoli caccia per squadriglie. (..) Ad un tratto mi sembra di essere solo nello spazio. Le ali del grosso apparecchio mi chiudono l’orizzonte. Non vedo più compagni di spedizione; ma Bevilacqua mi chiama e mi fa segno di guardare a sinistra e a destra c’è la nostra scorta, una miriade di piccoli caccia ci accompagna, si allontana da noi, punta audacemente verso la zona nerastra nella quale le colline di Ivrea si nascondono, torna verso di noi. (..) Sessantatré apparecchi da caccia ci accompagnano. Sono i Newport del maggiore Mazzucco e del capitano Santerno del 29° e del 23° Gruppo e gli Spad del capitano Fucini e del capitano Lodolo del 7° e del 47° gruppo. I cacciatori ci precedono formando una specie di cortina protettiva che si scompone e si ricompone per la bizzarria delle manovre, ci fiancheggiano e chiudono la nostra marcia. Ce ne sono in alto tanto più sopra di noi, e ce ne sono laggiù così radenti la terra che sembra la sfiorino con i loro carrelli».  Ormai l’avvicinarsi dell’obbiettivo, il simulare un bombardamento della stazione ferroviaria di Ivrea, è imminente:  «Ecco finalmente il lago di Viverone. Soffia un vento noioso che ci fa danzare ed obbliga i piloti ad attente correzioni di marcia. Sorvoliamo il lago e filiamo verso Ivrea, che ci si offre in uno sfondo nuvoloso tutta abbagliata dal sole. L’esercito aereo investe la città turrita e tutti gli apparecchi prendono di mira la stazione ferroviaria. I razzi (7) si distaccano dalle carlinghe e fanno capricci nel cielo (8)». Nella giornata del 24 si registra un primo incidente: il sergente Vittorio Rivonello, decollato da Lonate con gli azzurri, al ritorno dalla simulazione di bombardamento, effettuava alle 17 un atterraggio di fortuna a causa del blocco del motore, nelle campagne di cascina Rampa, nei pressi di San Germano Vercellese, e il velivolo andava completamente distrutto. Invece il velivolo pilotato dal sottotenente Mario Brandolini, del partito rosso, trovatosi senza benzina sul cielo di Vercelli,  atterrava senza danni in Piazza d’Armi alle 18,00. L’indomani mattina, trovata della benzina, decollava dalla medesima piazza tra lo stupore dei vercellesi. Per l’attraversamento della Dora Baltea, l’esercitazione per il partito azzurro prevedeva la costruzione di un passaggio attraverso il fiume nei pressi di Vische: in effetti alle 4 del mattino la compagnia genio pontieri aveva iniziato a gettare un ponte da 95 metri per permettere il passaggio di reparti celeri (cavalleria e bersaglieri).  Lottando contro la corrente per le pioggie cadute, i soldati riuscivano a terminare l’opera in un’ora e quarantacinque minuti. Dovevano essere sperimentate le passerelle tipo Habert e tipo Kapok, ma nel frattempo la Dora Baltea aveva raggiunto la velocità di 2,80 metri al secondo. La piena inoltre portava grandi tronchi d’albero che a tutta velocità si sarebbero schiantati contro il ponte di barche. Il livello del fiume era ancora cresciuto di 1,50 metri per cui è stata annullata l’esercitazione di transito pedonale anche per la scarsa impermeabilizzazione riscontrata nei galleggianti. Praticamente la penetrazione nel fianco  del partito rosso venne a mancare. Il re Vittorio Emanuele III assisteva alla manovra dalla terrazza del castello di Masino. Alle 9,10 i carri armati (9), protetti da un densa cortina fumogena, iniziavano l’attacco nei pressi di Borgomasino. L’uso di pezzi anticarro da 37 mm a distanza ravvicinata avrebbe avuto ragione delle corazze dei Fiat 3000, mossi da un motore da 50 cavalli.  Intanto gli azzurri muovevano all’attacco del fronte “rosso” tra Tina e Azeglio. Da Monte Orsetto attraverso le falde della Serra, gli azzurri dovevano prendere l’importante nodo di Andrate in grado di mettere in comunicazione diretta con la statale della Valle d’Aosta evitando il nodo di Ivrea. 25 settembre: l’attacco aereo al campo di Cameri. Dopo un’incursione di prova del 24, il partito rosso effettuava una nuova incursione.  Il tempo è buono, il cielo è limpido. La difesa azzurra del campo scuola “Gabardini” è demandata ai caccia e a quattro batterie antiaeree. L’esercitazione viene osservata da Mussolini. Un razzo viene lanciato da una torre di avvistamento tra gli hangar e decollano poco dopo 36 velivoli da caccia che hanno l’ordine di non impegnare la caccia avversaria ma di puntare contro le formazione di bombardieri. All’arrivo della caccia avversaria, proveniente da Venaria Reale e Mirafiori, le batterie aprono il fuoco che getta nel cielo nitido fiocchi di fumo con lo scoppio degli «shrapnel» innocui. Gli incursori, per simulare lo spezzonaggio, lasciano cadere sugli obbiettivi mucchi di fogliettini di carta bianchi e rossi che portano stampati i numeri di squadriglia e dei gruppi. La caccia azzurra prende l’iniziativa contro i bombardieri a 1500 metri d’altezza (sono 12 BR.1 e 21 Ansaldo A 300/4, 23 caccia partiti da Mirafiori e 16 caccia partiti da Venaria Reale) che viene disturbata dalla caccia rossa.  Mussolini visita gli hangar e saluta le maestranze, poi gli viene “offerto” lo spettacolo del volo degli istruttori, Paraboschi, Butti, Burrei in acrobazia. Paraboschi si impegna nella “capotate” di prova davanti al duce: rulla verso il podio, poi quando l’aereo sta per decollare, lo spinge verso terra e con dolce manovra lo capovolge (!): «È uno dei tanti ammaestramenti che si danno ai piloti. Si insegna loro a capovolgersi con l’apparecchio di propria iniziativa». L’esercitazione di Cameri ha visto impegnati 108 velivoli delle due parti e con la stima di sgancio pari a 5800 kg di ordigni. Si registra la caduta di un ricognitore “rosso” in un campo di grano a Cavaglià, senza danni per il pilota e il fotografo. 26 settembre: sfondamento e aggiramento del fronte rosso. Gli ordini prevedevano lo sviluppo dell’azione controffensiva per portare il nemico a retrocedere fino all’imbocco della Valle d’Aosta. La battuta d’arresto dell’avanzata “rossa” aveva posizionato le truppe appena a valle di Ivrea. La situazione era la più classica: due linee rette, fronte a fronte. I tre corpi di battaglia azzurri, fronteggiavano altrettanti tre corpi rossi alla sinistra orografica della Dora Baltea. Gli scopi connessi al foglio d’ordini del partito azzurro erano i seguenti: a) azione notturna compiuta inizialmente da qualche reparto della divisione ternaria; b) marcia d’avvicinamento e meccanismo d’attacco frontale della divisione ternaria; c) impiego di carri armati in cooperazione con un battaglione armato con mitragliatrici leggere; d) impiego di mezzi fumogeni per l’azione dei carri armati; e) impiego dei reparti celeri in azioni aggiranti; f) gittamento di un ponte e di passerelle sulla Dora con passaggio di truppe; g) collegamenti nella divisione ternaria; h) occultamento e mascheramento; i) difesa aerea attiva diurna e notturna delle truppe operanti; l) sistemi di collegamento con aerei. Il partito rosso, battuto e respinto nella giornata precedente, si era attestato tra Mena e le alture a sud di Bollengo. La consegna prevedeva la resistenza sulla linea per permettere alle forze restanti di ripiegare sulla linea Andrate – Dora Baltea. Curiosamente, il fallito tentativo del 24 settembre di guado del fiume, non aveva interrotto le manovre teoriche. Mentre alla riva sinistra le truppe realmente c’erano sul lato destro dello schieramento azzurro, l’ala sinistra, al di là del fiume, procedeva di pari passo verso il monte Appareglio per attestarsi e chiudere l’intervallo Pavone – Dora Baltea riva destra. Manovra effettuata solo sulla carta. Gli ordini per il partito azzurro erano così strutturati: 1) L’attacco sarà eseguito dai reggimenti: 1° fanteria sulla destra, 3° sulla sinistra, il 2° a disposizione in riserva ad Azeglio; 2) Il comandante della fanteria divisionale dirigerà l’azione di tutta la prima linea facendo iniziare  alle ore 4; 3) Le compagnie mitragliatrici divisionali si disporranno sulla strada fra Piverone e Palazzo Canavese,  a disposizione del Comando; 4) Il gruppo carri armati si addosserà alla Serra presso Palazzo a disposizione del comando della fanteria divisionale; 5) La compagnia zappatori-minatori del genio si porrà a disposizione del suddetto Comando fanteria divisionale. L’azione vide un primo attacco fallito alla Cascina Barbania “scoglio” del partito rosso (10). Un secondo attacco, con l’ausilio dei carri armati, venne giudicato riuscito dai giudici di campo. Alle 7 la divisione azzurra raggiungeva e “attaccava” l’intera linea di osservazione avversaria tra Torre Balfredo e la Serra. Contemporanemente un battaglione bersaglieri ciclisti, sostenuto da una squadriglia di autoblindate, attaccava Serra Broglina. Quindi un secondo battaglione ciclisti, passata la Dora su un pontile eretto nei pressi delle cascine Moriale e Marinelli, occupava la sommità di Bric Appareglio a nord-est di Pavone dominando la stretta fra Pavone Canavese e il fiume. La direzione della manovra si era stabilita al castello di Bollengo, luogo ideale per l’osservamento.  Alle 8.15 in automobile dal castello di Racconigi erano giunti il re, il principe ereditario, il duca di Bergamo e il duca di Pistoia. Accompagnavano il re il contrammiraglio Rota, il tenente colonnello dei bersaglieri Messe (11), accolti dal generale Giardino. Alle 9 la divisione azzurra si era attestata lungo la linea che da Bric Appareglio, per Torre Balfredo e cascina Barbania, si appoggiava alle alture della Serra a sud di Broglina. Il fronte d’arresto si stava trasformano in fronte d’attacco, puntando soprattutto alla penetrazione verso l’ala destra, per conquistare le alture con una testa di ponte. Alle 9.30 l’azione era in pieno sviluppo con lo sparo a salve di artiglierie e mitragliatrici. Alle 10.00 i giudici decisero di eliminare due battaglioni d’assalto messi fuori combattimento dalle mitragliatrici fra quota 248 e San Pietro a sud di Bollengo.  Alle 10,25 due compagnie di bersaglieri ciclisti occupavano Terrazzo e aggiravano le posizioni dell’ala destra dei rossi sulla Serra. L’azione sarà convalidata dai giudici: una breccia è aperta nella difesa rossa. Dopo venti minuti di sosta, alle 11.20 l’azione riprese e poiché al centro e alla sinistra la difesa rossa non cedeva, l’ala destra azzurra ripercorreva il ponte di barche sulla Dora e si spostava verso la Serra. Alle 11.35 avveniva un bombardamento aereo sugli obbiettivi rossi di retrovia e contro l’impianto idrico di Pont Saint Martin. Circa un quarto d’ora più tardi, partiva l’attacco alla Serra di tutte le riserve azzurre contro quota 648.  Diciotto “Fiat 3000” delle squadriglie Angusti e Pizzoni, coperte dalla boscaglia di casa Parise irrompono da est sulla rotabile di Bose scompaginando la difesa avversaria a Bossolengo. I sette carri della squadriglia D’Avegna battono la fanteria rossa sulla medesima rotabile a quota 239 e a quota 248. Durante l’azione, sulla medesima rotabile passa l’on. Mussolini a bordo della sua Alfa Romeo sportiva dopo aver lasciato il castello di Mazzè ove aveva incontrato il marchese Paolucci de Calboli per la questione tedesca del Reno. L’ultimo caposaldo dell’ala rossa, a quota 648  difeso da bersaglieri e reparti appiedati del Nizza cavalleria al comando del generale Martinengo, viene travolto da un assalto frontale con l’ausilio dei carri. Da notare che il pubblico locale all’arrivo dei carri armati si diede alla fuga… Alle 12.15 cessano le operazioni e nel pomeriggio, dalla sua residenza provvisoria, Mussolini diramerà il seguente comunicato: Castello di Mazzè, 28 settembre 1925. Ufficiali, sottufficiali e soldati dell’esercito e dell’aeronautica. In nome del Re e della Patria voglio esprimervi il mio elogio per la resistenza alle fatiche e la perfetta disciplina di cui avete dato prova superba durante queste esercitazioni.  Quanti di voi lasceranno tra pochi giorni la gloriosa divisa per fornire alla Patria le opere della pace ricordo il legionario di Roma che era soldato sempre, e che lasciava per le armi l’aratro a mezzo il solco se la diana di nuovi cimenti suonava. Domani avrete l’atto d’onore di essere passati in rassegna dalla Maestà del Re. Le considerazioni della manovra. Dopo lo “sfilamento” davanti al re a Ivrea, venne il tempo delle valutazioni dell’intera operazione. Su una ventina di esperimenti tattici, due dovevano essere prevalenti: la divisione ternaria e la composizione del battaglione tipo. Singolare invece ci appare oggi la motivazione “sindacal-corporativista” della manovra che avrebbe determinato – tra l’altro – un modo di pensare nel ventennio a seguire propenso a salvaguardare l’intoccabilità del “modus operandi” della classe degli alti ufficiali, piuttosto che creare presupposti per un serio aggiornamento tecnico:  «Come è noto – affermava il tenente colonnello Carlo Romano dell’ufficio stampa – le esercitazioni (..) non avevano scopi strategici e sovratutto, non si intendeva sperimentare la capacità dei capi nel comando delle grandi unità, ma si voleva  inquadrare, nello svolgimento reale di un presupposto bellico, lo studio pratico e particolareggiato di alcune questioni che hanno diretta attinenza coll’ordinamento dell’esercito in elaborazione e che dovrà essere quanto prima adottato».  La divisione ternaria. Il sistema articolato su 9 battaglioni anziché 12 della divisione quaternaria, era uno snellimento numerico di truppa supportato dall’aumento della meccanizzazione dell’esercito che avrebbe colmato questo deficit.  In realtà molti militari, già nel corso delle manovre avevano espresso pareri discordi colti dalla stampa medesima. La meccanizzazione della guerra, la potenza di fuoco maggiorata e il movimento delle truppe, erano diventate incognite pesanti: il problema dell’equilibrio tra le macchine impegnate e gli uomini da utilizzare.  La ternaria aveva un senso se il minor numero di uomini era compensato da un maggior numero di mezzi e armamenti. Ma in caso di distruzione del parco macchine della divisione ternaria, o la mancanza di carburante, quanto avrebbe influito sulla residua forza di fuoco? Altra notazione riguardava la consapevolezza che nella manovra l’armata “rossa” non aveva adeguato supporto di armi pesanti. La “visibilità” degli obbiettivi poi aveva ribaltato i vantaggi dell’armata “azzurra”. Le azioni dell’aviazione “rossa” nelle incursioni sulla ternaria in avvicinamento aveva totalizzato il massimo punteggio, mentre gli obbiettivi secondari dietro la linea d’avanzata rossa, pur essendo strategicamente importanti, non avevano causato gravi problemi tattici nell’immediato. Il battaglione tipo. Nella manovra si era notato che il battaglione tradizionale era troppo pesante: le sezioni di mitragliatrici avevano bisogno di un continuo apporto logistico di munizioni, acqua e olio. Il numero di fucilieri previsto per la copertura della manovra sembrava esigua e la mobilità di avanzata su terreno impegnativo risultava rallentata. Inoltre la Direzione della manovra aveva progettato le azioni tenendo conto principalmente delle esigenze di battaglione, cioè orientate verso una grossa massa di fuoco a scapito della manovrabilità. Ne era emerso che il battaglione era stato fino ad allora un modello “chiuso”: istruito e impiegato come modello anziché come strumento di guerra. Questa situazione aveva fatto riflettere anche sulla misura e sull’assegnazione organica della compagnia rispetto al battaglione e rispetto al reggimento. L’istruzione militare. Lo sviluppo dei sistemi d’arma complessi aveva denotato che un gran numero di sottufficiali e truppa era praticamente impegnata a dirigere cannoncini e mitragliatrici distaccati dalla direzione degli ufficiali, soprattutto nella priorità della scelta immediata dei bersagli. La presenza in manovra di scaglioni di leva di diciotto mesi e di altri di cinque, avrebbe dato indicazioni per calibrare la ferma degli uomini chiamati annualmente sotto le armi. Il resoconto dell’arma aerea. Il 30 settembre venne tenuta una vera e propria conferenza-seminario presso la sala cinematografica di Ivrea dal generale Andriani a tutti i piloti coinvolti nelle manovre. La relazione verteva sui compiti principali che restavano vincolati alla ricognizione, al collegamento con la fanteria e al collegamento con l’artiglieria. I risultati raggiunti erano stimoli a migliorarne tecnica e procedure:  «Non sempre questo servizio è andato bene; occorre che in periodi non di manovra i contatti tra i reparti dell’esercito e quelli dell’aeronautica siano frequenti e che le istruzioni a riguardo siano continue ed accurate».   Andriani faceva un quadro analogo per i collegamenti con l’artiglieria, mentre soddisfacente era il servizio di ricognizione fotografica e recapito dei negativi via paracadute (dal rilascio del contenitore alla disponibilità delle immagini al comando passavano pochi minuti) mentre sperimentali erano le comunicazioni radiotelefoniche tra aerei e stazioni a terra, efficaci quando funzionavano.  Sulla difesa aerea Andriani era molto scettico, viste le manovre, mediante l’uso di reparti aerei da caccia antibombardieri: «mentre richiede una rilevante quantità di mezzi, può con facilità venire a risultare nulla, o presso a poco». Secondo Andriani il fallimento di queste azioni era determinato principalmente dal fattore tempo. Anche nel raro caso che dall’avvistamento all’obiettivo i bombardieri non avessero cambiato rotta, tra comunicazione d’allarme e decollo sarebbero passati 5 minuti, considerando una squadriglia sempre in piena efficienza. Andriani portava un esempio concreto: «Immaginiamo si trovi a 5000 metri (caso probabile). Velocità 240 km. all’ora, pari a 4 km. al minuto primo (i nostri apparecchi hanno velocità anche maggiori). Se il posto di avvistamento è a 50 km (come nel caso di questi due esperimenti) si avranno 12 minuti e mezzo di tempo (4 x 12 = 48, ecc) per l’avvertimento. Tra comunicazione telefonica  e per la partenza degli apparecchi se pronti alla perfezione (ciò che può avvenire praticamente per breve tempo e non per 12 ore nella giornata e per molti giorni di seguito) tra comunicazione telefonica e partenza occorrono, dico, almeno 5 minuti, restando perciò 7 minuti a disposizione perché gli apparecchi di difesa si mettano in condizione di offendere per difendere. Per andare a 5000 metri occorrono almeno 15’ perciò allorché dopo 7 minuti l’avversario è giunto sul posto e lancia le bombe, la caccia si trova ad un paio di chilometri più bassa del nemico. Il bombardamento ha luogo e gli apparecchi nemici vanno via indisturbati». Il bombardamento. Sul bombardamento Andriani sollevò la questione del limite operativo imposto alle manovre, ma in una situazione reale, il generale non si faceva illusioni: il nemico non avrebbe bombardato la val Baltea, o gli aeroporti, ma avrebbe puntato sui grandi centri urbani con un’incursione ai danni «dell’animo dei cittadini e degli operai, non su quello dei soldati in campo». Nel caso presentato dall’esercitazione, Andriani prevedeva senza mezzi termini un bombardamento su Milano con forze così rifornite:  «carico massimo di bombe (un terzo ad esplosione, un terzo a gas, un terzo incendiarie) su tutti i velivoli da bombardamento, carico di spezzoni su tutti gli altri velivoli». Senza pudori, Andriani indicava anche gli obiettivi prioritari:  «le zone popolose del centro, le Banche, il Municipio, le officine di qualsiasi genere, la stazione ferroviaria, i depositi (..) La massima crudeltà è la massima umanità, perché tanto più la guerra è condotta energicamente, tanto più sarà breve».  La visita di Mussolini non destò l’entusiasmo atteso in Canavese, al contrario il Vercellese dimostrò un maggiore attaccamento al duce. Ciò determinò l’orientamento politico a ridisegnare la mappa delle provincie: Ivrea e Canavese divennero provincia di Aosta e il “tiepido” atteggiamento del giornale locale, «La Sentinella del Canavese», ne determinò la chiusura d’autorità di lì a poco, per riprendere le pubblicazioni solo nel secondo dopoguerra. Il Consiglio d’amministrazione de «La Stampa» venne azzerato e ricomposto con personaggi più in linea con il fascismo. Mussolini non sarebbe più apparso in frac ma soltanto in divisa. Del resto erano passati più di otto mesi dal famoso discorso alla Camera del 3 gennaio 1925 e la svolta verso il regime totalitario era inarrestabile. Ringraziamenti Si ringrazia sentitamente il personale della Biblioteca Civica di Ivrea e della Biblioteca Civica Centrale di Torino. Note 1. Si tratta di Amedeo Mecozzi (Roma, 17 gennaio 1895 – Roma, 2 novembre 1971), medaglia d’argento al V. M. con 5 velivoli nemici abbattuti nella Prima Guerra Mondiale, propugnatore dell’aviazione d’assalto in contrapposizione all’aviazione strategica di Douhet. 2. Comandò l’Armata Italiana in Macedonia nel 1916. 3. Capitano L. Beccaria di Incisa di Santo Stefano, ufficio stampa dell’esercito, in: “La Gazzetta del Popolo” del 22 settembre 1925. 4. Si tratta del pezzo da 75/27 mod. 1911 Deport. 5. Posizione strategica che affonda le sue origini nella storia antica: si ritiene che sull’altura dell’anfiteatro morenico, nel tratto dal fiume Dora Baltea alla cresta della Serra, dovesse correre un grande vallo difensivo facente parte delle “chiuse longobarde”, identificate anche in Val di Susa nei pressi di Condove. Sistema difensivo voluto da re Desiderio al fine di chiudere la via per la pianura Padana agli eserciti di Carlo Magno provenienti dalle valli di Susa e Aosta. Il vallo è documentato da Frà Jacopo da Acqui nel Chronicon Imaginis Mundi nel 1330. 6. Ferruccio Ranza, (Fiorenzuola d’Arda, 9 settembre 1892 – Bologna, 25 aprile 1973) 17 vittorie aeree accreditate nella Prima Guerra Mondiale. 7. I razzi di segnalazione sganciati dalla formazione avevano valore convenzionale pari a 130 quintali di bombe sganciate. 8. Renato Casalbore in: Le azioni dell’aviazione su Ivrea e Cameri, in: “La Gazzetta del Popolo” del 25 settembre 1925. 9. Fiat 3000-L5/21 costruiti su licenza, erano uguali al carro Renault F.T. 17. 10. Posto di scoglio:  caposaldo avanzato oltre le linee nemiche per “rompere” l’irruenza dell’assalto. 11. Si trattava di Giovanni Messe (Mesagne, Brindisi 10/12/1893 – Roma, 18/12/1968), aiutante di Campo Effettivo del Re, era stato in Cina per la rivolta dei Boxers (1903 – 1905), di stanza in Libia dal 1913 al 1917, sul fronte italiano e nel 1920 in Albania. Nel 1939 sarà Vice Comandante del Corpo di Spedizione in Albania e nel 1941 verrà nominato comandante del CISR (1941-42) ma per dissidi con Gariboldi, dal 1943 è in Tunisia e all’atto della resa è fatto Maresciallo d’Italia. Catturato dagli alleati viene rimpatriato “degno della carica di Capo di S.M. Generale del nuovo esercito del Sud” carica che mantiene dal 19 novembre 1943 al 1° maggio 1945. Nel 1953 viene eletto senatore.  
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