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Contadini vischesi, in un momento di riposo tra i campi (da Ij casin-e. Il paesaggio agrario sul territorio di Vische di G. Baro, G. Avataneo e T. Bussetti.

VISCHE. La storica Cassa Rurale di Vische.Oltre un secolo di vita

Molteplici sono le peculiarità della comunità di Vische, ma quella che rappresenta forse al meglio la sua crescita sociale più ampia e profonda da 122 anni a questa parte è sicuramente la Cassa Rurale, fondata nel 1896, che prosegue oggi la sua attività attraverso l’unione nel 2012 con la Banca d’Alba, a sua volta nuova realtà nata pochi anni fa dall’unione delle storiche Casse Rurali di Diano d’Alba (nata nel 1895), di Vezza d’Alba (del 1899) e di Gallo di Grinzane Cavour (del 1900).

L’Albese oggi ben rappresenta con l’agricoltura, l’industria e il turismo enogastronomico di qualità, il cuneese più operoso. La sensibilità del vischese Giovanni Cucco, Presidente della Fondazione Banca del Canavese ha permesso questa breve riflessione storica, facendo proprio il motto che per progettare il futuro, con i piedi ben piantati nella realtà del presente, bisogna capirne la storia.

Il lavoro di ricerca è stato ben inquadrato dallo storico della Cassa, l’appassionato Giovanni Franzone, curatore e conservatore dei cimeli dello storico Istituto presso la filiale di Strambino e al libro di Sandro Ronchetti La Cassa Rurale a Vische, 100 anni di storia comune, edito nel 1996 per il primo centenario.

L’origine della Cassa Rurale di Vische nasce, attraverso il Veneto, dalla Germania dell’Ottocento.

I primi cooperatori

«Secondo le mie profonde convinzioni, esiste solo un mezzo per migliorare le condizioni socio-economiche della popolazione, ovvero mettendo in atto i principi cristiani nell’ambito della libera cooperativa».

Così descriveva Friedrich Wilhelm Raiffeisen (1818-1888) il concetto ispiratore della sua opera. Nominato Borgomastro al paese di Weyerbusch, di fronte alla grave indigenza dei suoi amministrati, vittime della crisi economica ed alimentare del 1846-48, Raiffeisen (1) fondò la Commissione di assistenza per i poveri, che chiedeva prestiti ai cittadini più ricchi per distribuire danaro a quelli più poveri, introducendo come copertura il principio della responsabilità illimitata dei soci.

Con quel danaro comprò il grano a Colonia e distribuì la farina ai contadini affamati e promosse la costruzione di un forno di comunità.

Così la commissione si trasformò in Società del pane, per venderlo a credito e a costo bassissimo. Trasferito ad amministrare il paese di Flammersfeld, nel 1849 fondò la Società di mutuo soccorso per l’assistenza degli agricoltori sprovvisti di mezzi. Nacque così la prima Cassa Rurale ed Artigiana.

Le casse rurali arrivano in Italia

Leone Wollemborg (1859-1932), di famiglia ebrea padovana di origini tedesche, avendo letto l’opera di Raiffeisen (2) e collaborando alla sua rivista, iniziò l’azione di cooperazione trovando l’appoggio incondizionato del basso clero per la lotta contro la miseria dei contadini veneti. Laureato in giurisprudenza (diventerà ministro delle Finanze del governo Zanardelli del regno d’Italia) a 24 anni aprì, con l’industriale vicentino Alessandro Rossi e Luigi Luzzati (teorico delle banche popolari), la prima Cassa Rurale d’Italia a Loreggia, nel padovano, il 20 giugno 1883.

L’intento era quello di aiutare fittavoli, piccoli proprietari, chiusuranti e in genere tutto il mondo agricolo, a sollevarsi dalla miseria e a liberarsi dagli strozzini con la concessione di prestiti in denaro a basso interesse e a scadenze lunghe. Nel volgere di pochi decenni il numero delle casse rurali di prestiti italiane toccò le 3500 unità. In Trentino (allora ancora Tirolo Austro-Ungarico) opera analoga fu compiuta dal presbitero italiano e cittadino austriaco don Lorenzo Guetti (1847-1898).

La Cassa Rurale a Vische e i primi anni

La Cassa Rurale di Prestito in Vische nacque quindi sull’onda di centinaia di realtà analoghe. Fu proprio il Pievano del paese, don Giuseppe Reano (originario di Castellamonte), che con atto del regio notaio Sangiorgio del 6 febbraio 1896, costituì una società cooperativa in nome collettivo «con lo scopo di migliorare la condizione materiale e morale dei suoi soci, fornendo loro il denaro a ciò necessario ed accettarlo dai medesimi, ed anche da altri, denaro in deposito» (3).

Nel dicembre si contavano già 53 soci con quasi 15 mila lire di movimenti, cioè di prestiti concessi, 46,50 lire in cassa con un attivo di lire 4,71 (4). L’intento sociale della Cassa vischese non tardò a porre in essere somme destinate non soltanto al prestito agevolato, ma a fondo perduto.

Il socio Bartolomeo Villa, ad esempio, nel 1906 presentò una mozione per «distribuire un sussidio ai poveri per un importo complessivo di circa 150 lire, e ciò attesa la scarsità dei raccolti dello scorso anno» (5). Mozione che venne accolta all’unanimità dal Consiglio.

Con la presidenza di Eusebio Bertone, il 26 marzo 1911 l’assemblea dei soci deliberò di aderire alla Federazione Piemontese delle Casse Rurali.

A differenza di molte altre Casse Rurali, i conti a Vische andavano bene: gli attivi di cassa superarono le 722 lire nel 1911, per attestarsi a 552 lire allo scoppio della Grande Guerra, e per superare quota 1.000 lire nel 1917; una salita inaspettata malgrado la guerra, come evidenziano i verbali dell’epoca. Alla fine del 1918 i depositi ricevuti dalla Cassa superarono le 400.000 lire con un profitto che triplicò le 1.000 lire dell’anno terribile di Caporetto.

Così furono stanziate somme ragguardevoli all’Asilo Infantile, al Patronato Scolastico, al Ricreatorio Maschile e a quello Femminile. La cassa elargì anche un prestito al Comune di Vische, che in assenza di stanziamento governativo, necessitava di 4.000 lire per pagare il sussidio ai profughi di guerra.

La guerra, a Vische come in altri centri, portò numerosissimi lutti tra i giovani in età di lavoro e la situazione generale economica era molto pesante. L’utile maturato dalla Cassa nel 1919 fu di 4.161,76 lire, delle quali 1.679,84 accantonate come riserva, ma ben 2481,92 lire furono devolute in beneficenza a Vische. Ancora nel 1920, 1.500 lire furono devolute al locale Circolo Cattolico «Stanislao Solari» per ripianare le spese del nuovo impianto elettrico e per l’acquisto della macchina da proiezione cinematografica, sistemata in teatro.

Inoltre la Cassa concorreva, immediatamente dopo la fine della guerra, a lavori di restauro e all’installazione di un nuovo organo Vegezzi Bossi nella parrocchiale, in sostituzione di quello vetusto del 1771.

L’acquisto dell’antico latifondo.

Dopo gli anni di guerra e per evitare un radicale impoverimento della propria gente, con lungimiranza e straordinaria coesione sociale, la comunità si avviò a quel grande evento che fu la divisione della Tenuta Savoia, un latifondo dei marchesi Birago, con la conseguente distribuzione della terra ai braccianti e ai nullatenenti di Vische che divennero finalmente contadini, contadini proprietari della loro terra, grazie alla garanzia economica fornita dalla loro Cassa, la principale «attrice» di questo atto «rivoluzionario», pacifico e forse unico in Italia, che coinvolse la maggior parte di un latifondo feudale complessivo di oltre 310 ettari di terreno.

Altra causa determinante fu la fine della dinastia dei marchesi Birago con la morte, avvenuta a 38 anni, dell’ultimo discendente, Carlo Emanuele, nel 1895. Tralasciando le liti tra i vari congiunti e il ramo torinese dei Birago, si arrivò alla sentenza della Corte d’Appello del 1913, che assegnava la tenuta Savoia con la cascina Luisina all’Opera Pia Cottolengo di Torino, fusa dal 1899 con l’Ospedale Amedeo di Savoia.

A Vische, con il ritorno dei reduci, l’estrema povertà stava ipotecando il futuro delle famiglie nullafacenti. Ai loro occhi, i terreni incolti del feudo, la terra che da generazioni avevano coltivato per l’aristocrazia in cambio di un tozzo di pane, poteva cadere nelle mani di qualche speculatore esterno. I sacerdoti vischesi e alcuni maggiorenti del paese, preoccupati di questa prospettiva, iniziarono a coltivare l’idea di rivendicare quei terreni «ove tanti vischesi da tanto tempo avevano versato il sudore lavorando con poco profitto ed ingrossando sempre di più quella proprietà che era divenuta la maggior parte del territorio di Vische» (6).

Il commendator Giovanni Zaccone, esponente del Partito Popolare, Consigliere comunale di Torino e direttore della Federazione Agricola torinese, ritenne possibile un frazionamento della tenuta con un’opera collettiva, nella speranza dell’appoggio del Governo che aveva promesso, dopo la rotta di Caporetto, la terra ai contadini. Proprio con questo slogan si presentò a Vische il 13 aprile 1919. Si costituì un comitato con rappresentanti di tutte le organizzazioni sociali e sette rappresentanti dei nullatenenti e piccoli proprietari.

Ma le richieste di terra raggiunsero il doppio di quella a disposizione, allora il Comitato stabilì dei criteri: in primo luogo bisognava essere nati a Vische, poi ai naturalizzati vischesi che pagavano a Vische le imposte, poi chi esercitava altri mestieri, ma tra i più bisognosi, e in ultimo i vischesi non agricoltori. Non esclusi, ma ultimi in graduatoria, coloro che avessero venduto terreni nel biennio 1918-19.

Mentre la cascina Savoia, che poteva ospitare 18 famiglie, sarebbe stata assegnata a chi non aveva una propria abitazione, con sei o sette giornate di terreno per ciascuna. Il 25 maggio venne fondato con atto notarile il Consorzio, sottoscritto da circa 300 capifamiglia, e delegando Giovanni Zaccone a trattare con il Municipio di Torino – ente che amministrava l’Ospedale Amedeo di Savoia, che stava mettendo in vendita la tenuta.

I Vischesi promossero un ricorso al sindaco di Torino, il senatore Secondo Frola, in cui si fornivano le motivazioni del fatto che a Vische spettava il diritto di precedenza nell’acquisto, con la triste prospettiva che se la tenuta fosse andata ad altri senza essere assegnata ai contadini, «la maggior parte dei membri validi al lavoro delle 279 famiglie, dovrebbero forzatamente emigrare in cerca di pane.

Così tanti giovani e padri di famiglia (impotenti ad acquistare da un terzo, speculatore) pur avendo servito la madre patria per quattro anni, dovrebbero ricorrere nuovamente al pane straniero» (7).

Così il Consorzio voleva ripartire le terre: ai nullatenenti assoluti in numero di 17, 17 abitazioni con 7 giornate ciascuna. Ai nullatenenti con casa propria 6 giornate ciascuno. Ai piccoli proprietari con casa ma con meno di 2 giornate (75 famiglie), sarebbero andate 4 giornate di terreno per ciascuna. Ai piccoli proprietari con casa ma con meno di 4 giornate (83 famiglie), sarebbero andate 2 giornate di terreno per ciascuno. Infine, 94 giornate di terreno restante sarebbero andate una per ciascuno ai 94 piccoli proprietari con casa e con meno di 6 giornate.

Il piano era la risposta alla fame che sarebbe calata su Vische l’anno successivo se la speculazione privata avesse messo mano sui terreni, e di fatto, levato la terra da lavorare ai braccianti. Questa istanza ebbe l’effetto di provocare un incontro tra il sindaco di Torino e il Prefetto Taddei, che aveva ricevuto il professor Osella, delegato della Federazione Italiana Piccoli Proprietati. Così il Prefetto emanò un decreto che garantiva la vendita esclusivamente alla popolazione di Vische. La reazione in paese fu di festa collettiva: campane a martello propagarono la notizia tra i campi e la popolazione si radunò in piazza con la Filarmonica e le bandiere dell’associazionismo. Così il professor Osella tenne un comizio e il Pievano garantì l’equa distribuzione. Il caso divenne un esempio di livello nazionale di piena legalità su come ottenere le terre senza occupazioni violente e al prezzo di mercato, e ciò venne rimarcato da quotidiani come la «Gazzetta del Popolo», «La Stampa», «Il Giornale d’Italia» e dalla «Riscossa Nazionale».

Il prezzo della vendita venne fissato per la cifra di 1.800.000 lire. Quindi venne stilato un atto di vendita e il sorteggio per garantire una equa distribuzione, tutti atti in cui la Cassa era costantemente presente: 35 soci ricorsero al mutuo ad un interesse sul capitale del 2,25% e ne entrarono altri 184 per richiedere il proprio mutuo. Subito la Cassa erogò mutui per 1.300.000 lire, e la somma mancante da versare all’Opera Pia venne recuperata dalla Cassa Rurale di Caluso con un mutuo di 650.000 lire, che venne rapidamente estinto nel 1924. Così la Cassa approvò la fidejussione bancaria insieme alla Mutua Incendi il 24 febbraio 1920. A settembre venne concluso l’acquisto, il tempo per dissodare e lavorare le nuove terre era giunto, e scongiurato il pericolo dell’emigrazione di massa per i vischesi. Non solo, a Vische la povertà degli ultimi tempi venne debellata con questa azione di alto livello meritorio.

La Cassa durante il fascismo.

A differenza di molte altre realtà che erano già scomparse, o erano state assorbite da veri e propri istituti bancari, la Cassa di Vische godeva di buona salute perché la Parrocchia forniva il supporto logistico a costo zero.

Non solo: le cariche non erano remunerate, quindi la Cassa non aveva costi di gestione. Ma le cose dovevano cambiare, perché la Santa Sede non intendeva più concedere ai religiosi la possibilità di amministrare enti economici come le Casse per sgravare i Vescovi dal rispondere ai dissesti di altri enti simili. Così nel 1932, a malincuore, il consiglio della Cassa dovette accettare le dimissioni di don Michele Actis, segretario e di don Luigi Trovero, amministratore, e al loro posto designare dei laici di Vische, anche se di fatto la fortissima collaborazione con l’autorità religiosa restò in essere.

Nel 1927 la Cassa aveva dovuto aderire alla Federazione Italiana delle Casse Rurali, un sistema del governo fascista per controllare tutte queste realtà economico-finanziarie. Ancora nel 1927 la Cassa subì una perdita effettiva di 132.432,15 lire per il grave dissesto del Credito Biellese. Per una gestione non efficace, l’Istituto di Biella, che aveva uno sportello a Caluso, rischiò di dover chiudere, creando il panico tra i correntisti. La cassa di Vische, sotto forma di titoli e liquidi, aveva un credito verso il Credito Biellese per 216.752,30 lire che non poteva più esigere.

Con un effetto a catena, la crisi stava per colpire anche la Cassa di Vische, quando si creò una incredibile rete di salvataggio costituita da parroci del Canavese e laici. Tutti prestarono gratuitamente un’ingente somma di denaro che fece attraversare il brutto momento, e la Cassa ripianò il deficit aumentando l’interesse, senza colpire i propri soci. Ma il regime intendeva controllare sempre più le Casse rurali imponendo modifiche allo statuto per ben 3 volte: nel 1932, nel 1935 e nel 1937, quando con la legge n. 186 le Casse rurali di prestiti dovettero diventare Casse Rurali ed Artigiane. Nel 1938 per la prima volta comparve la voce «stipendi e paghe ai dipendenti», tenendo conto che per 40 anni la Cassa era vissuta nella Casa parrocchiale e con il lavoro volontario (8).

Il secondo dopoguerra e il nuovo secolo.

Tra i passi fondamentali del secondo dopoguerra vi fu l’intervento per la grave epidemia di afta epizootica che colpì anche pesantemente il bestiame dei vischesi nel 1952, decimando la popolazione bovina, che costituiva anche la forza lavoro nei campi. La Cassa, guidata dallo storico direttore Mario Perotti, non esitò ad acquistare il trattore Orsi-Argo a testa calda da 55 cavalli con aratro bivomere per i soci e agricoltori di Vische. Anche la modernizzazione di Vische e frazioni passò per la Cassa: strade per migliorare la viabilità e reti fognarie. Nel 1965, dopo 70 anni, la banca si spostò in una propria sede e venne festeggiato, nel 1967, il raggiungimento di un miliardo di lire nei depositi a risparmio. Il 1970 invece fu un anno di crisi e si pensò all’accorpamento con altri istituti bancari, ma appena dopo dodici mesi la Cassa mostrava nuovamente la propria solidità.

Si aprirono anzi nuove filiali: nel 1982 quella di Strambino, nel 1991 quella di Caravino e nel 1993 quella di Tonengo. L’area operativa comprendeva così 20 comuni del Canavese e nel 1994 si realizzava la nuova grande sede ad opera dell’architetto vischese Ferruccio Tartaglia.

Così si arrivò al primo secolo di vita festeggiato solennemente nel 1996 all’insegna del motto: «Dalle tue parti, dalla tua parte». Tra gli attori fondamentali del secondo dopoguerra della Cassa si annoverano il direttore Mario Perotti e il presidente Enrico Gruner, quindi la fusione con la Banca di Alba nel 2012 con la presidenza di Gianni Cucco.

Note

1. Ancora oggi esistono numerose realtà bancarie fondate da Raiffeisen: in Svizzera, il 15 giugno 2013 si è tenuta ad Aarau la 110ª Assemblea dei delegati di Raiffeisen Svizzera, in occasione della quale sono stati approvati la chiusura annuale 2012 e l’operato del Consiglio di amministrazione e della Direzione. L’Assemblea dei delegati è l’organo supremo delle Banche Raiffeisen riunite in una struttura cooperativa. Collegato è il Fondo di Investimento Raiffeisen e il Fondo Pensione. In Austria è molto attiva la Raiffeisen Bankengruppe Österreich che concede leasing favorevoli per l’acquisto di veicoli commerciali, macchine agricole e macchine movimento terra in tutto il territorio della CEE e una rilevante presenza si registra in Italia in Alto Adige.

2. Raiffeisen, Friedrich Wilhelm, Die Darlenskassen-Vereine, Neuwied, Raiffeisen et Cons. 1887.

3. Archivio Storico della Cassa Rurale di Vische, ora anche in: Sandro Ronchetti, La Cassa Rurale a Vische, 100 anni di storia comune. Tipografia Ferraro Ivrea, 1996, pag. 75.

4. Sandro Ronchetti, La Cassa Rurale a Vische, 100 anni di storia comune, op. cit. pp. 94, 95.

5. Sandro Ronchetti, La Cassa Rurale a Vische, 100 anni di storia comune, op. cit. pag. 96.

6. Anonimo, La Tenuta “Savoia” dei Marchesi Birago agli Agricoltori Vischesi. Memorie Storiche, Scuola Tipografica Artigianelli di Ivrea, 1921.

7. Anonimo, La Tenuta “Savoia” dei Marchesi Birago agli Agricoltori Vischesi. Memorie Storiche, in: Sandro Ronchetti, La Cassa Rurale a Vische, 100 anni di storia comune, op. cit. pag. 107.

8. Giovanni Franzone, testo inedito per una relazione verbale sulla Storia della Cassa Rurale di Vische, marzo 2012.

TRATTO DALLA RIVISTA

Canavèis

I ricordi di Mario Perotti direttore della Cassa di Vische dal 1951 al 1983

Copertina del libro-giornale dei primi anni di attività della Cassa Rurale

In quegli anni la Cassa marciava a gonfie vele: le vecchie generazioni mandavano avanti la terra e i giovani lavoravano tutti all’Olivetti, versavano nei conti di deposito e risparmio. La situazione era molto favorevole. Però volli cambiare lo statuto perché non mi sembrava logico che se uno veniva già senza soldi a chiedere un prestito, diventando socio, dovesse poi rispondere in solido, illimitatamente. Questo perché la Cassa rurale era una società cooperativa a rischio illimitato.

Nel solo primo anno avevamo elargito qualcosa come 70 mutui coperti da ipoteca, fu un esordio notevole. Ci si aiutava, anche il notaio e il geometra ci venivano incontro, anche con i clienti: molti atti li facevamo dopo cena, fuori dall’orario di lavoro.

Mi ricordo che fui il primo tra le 19 Casse rurali della provincia di Cuneo e le due della provincia di Torino ad introdurre l’elettronica. Acquistai anche le Olivetti Audit a perforazione, le progenitrici del computer uscite nei primi anni Cinquanta.

I primi tempi e… le prime rapine.

Quando arrivai in banca feci la sede a casa mia in Via Marconi, un po’ più in fondo di dove c’è la sede attuale. Mia mamma faceva anche le pulizie nell’ufficio e nella stanza per ricevere il pubblico. Ma per attrezzarlo come una vera banca, studiai bene come fare e andai alla Fiera di Verona perché volevo dei vetri anti-proiettile per proteggere chi stava dietro il bancone e i liquidi dai tentativi di rapina: ne subimmo quattro, tutti andati a vuoto.

A Vische tutti si conoscono.

Davanti a casa c’erano poi due simpatici pensionati che non dormivano mai e praticamente facevano la guardia. Io dietro il bancone mi sentivo protetto perché avevo visto sparare invano con il moschetto ‘91 contro quei vetri; in più, avevo la pistola nel cassetto. Un bel giorno i due pensionati mi avvisarono che c’era uno sconosciuto che andava avanti e indietro. Lo aspettai. Arrivarono: «Fermi tutti, questa  è una rapina!» Io mi voltai verso di loro e gridai: «Cosa volete?» Uno di loro con la mazzetta da muratore colpì il vetro. Io mi arrabbiai tantissimo e gli urlai, pistola alla mano, che se dava ancora un colpo al vetro, gli avrei sparato.

Così fuggirono con le pive nel sacco! Un’altra volta, sempre avvisato dai pensionati, ero di nuovo pronto ad affrontarli: infatti arrivò una gran bella ragazza, seppi poi che era l’allora terrorista Adriana Faranda. Io ero nel mio ufficio e mio fratello faceva il cassiere nell’ultimo sportello.

Sentii che gli stava chiedendo di poter cambiare una banconota da 50 mila lire. Alzai lo sguardo e vedo fuori in strada altri due con dei mitra imbracciati. Allora urlo a tutti: «Ci risiamo, chiudete tutto!» Ma mio fratello era immobile, mi sembrava in ammirazione della bella ragazza. Questa infilò la pistola nel pesante sportello basculante e mio fratello lo chiuse pinzandole il braccio: «L’ho presa, l’ho presa!».

Lei si divincolava invano con il braccio bloccato, chiedendo aiuto ai complici. Io misi la mia pistola sul bancone e le urlai che se qualcun altro entrava avrei fatto fuoco.

«Lasciala andare, lasciala andare», gridavo a mio fratello, anche perché se quelli di fuori entravano le cose si sarebbero messe male. Lasciata libera, la Faranda esplose un colpo di pistola contro il soffitto e fuggì senza nemmeno prendersi la banconota che aveva lasciata sul banco. Avevamo anche guadagnato dei soldi da questo tentativo di rapina! Infatti quando ci fu la revisione annuale della Banca d’Italia comparve la somma di lire 50.000 nella voce «provenienza attiva da tentativo di rapina» e quelli rimasero alquanto perplessi e chiesero una relazione, perché non avevano mai dovuto registrare un incasso da un tentativo di rapina. La banconota però non rimase a noi, venne poi sequestrata dai Carabinieri.

La Fondazione Banca  del Canavese, gli anni  dell’espansione Gianni Cucco e Adriano Beggiato, presidente e vicepresidente

Da sinistra: Giovanni Cucco, presidente della Fondazione Banca del Canavese; Mario Perotti, direttore della Cassa fino al 1983; Adriano Beggiato, attuale vicepresidente della Fondazione

Quando entrai nel 1983 nel collegio sindacale – ricorda Adriano Beggiato – notai che a differenza delle altre banche, a Vische c’erano macchine da calcolo elettroniche Olivetti, un computer con stampante termica ad 80 colonne P6060 e un computer gestionale BCS.

La cosa mi colpì perché era l’unica banca che vedevo con strumentazione nata sul territorio.

Quando abbiamo aperto a Strambino nel 1982 la situazione era favorevole perché quasi tutti lavoravano all’Olivetti di Ivrea e quindi c’era disponibilità finanziaria, ma c’era anche bisogno degli impieghi (concessione di mutui).

Senza grossa pubblicità, siamo entrati subito nel tessuto sociale di Strambino e frazioni. La gente ci conosceva, si fidava, la nostra Cassa era diversa dalle altre banche, crescemmo molto, tanto che da uno passammo a 12 dipendenti.

Così afferma Gianni Cucco: l’apertura della filiale di Strambino fu strategica per l’espansione della nostra banca come le successive di Caravino e di Tonengo di Mazzè. Fondamentale per una banca di Credito Cooperativo è la ricerca delle leadership nel territorio di competenza. Prima di procedere con aperture in territori “sconosciuti” è importante essere la banca di riferimento della propria zona.

Il progetto di fusione ha creato un banca con oltre 43.000 soci. Nell’attuale contesto di profonda crisi, in un’Europa segnata da serie divergenze, è fondamentale non lasciarsi scoraggiare ma trovare la rinnovata energia che ci ha sempre caratterizzato per proporre delle strategie concrete. Giovani e imprese, due parole che, se unite, possono compiere la rivoluzione. L’uomo è nato per creare. La vocazione umana è di immaginare, inventare, osare nuove imprese.

Lo scopo della fondazione – dice Beggiato – è duplice: mantenere viva l’attenzione, coinvolgere i soci nelle attività sociali, nello stesso tempo pubblicizzare la banca del territorio.

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