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VENAUS. Bombe carta e lacrimogeni, 46 No Tav denunciati

“Abbiamo centrato l’obiettivo. Volevamo arrivare al cantiere e ce l’abbiamo fatta”. Le parole di questa 57enne valsusina riassumono lo stato d’animo con il quale i No Tav sono rientrati al campeggio di Venaus. Diverse migliaia di attivisti sono partiti da lì, hanno violato la ‘zona rossa’, hanno forzato la prima cancellata, hanno raggiunto la seconda e sono arrivati a sfiorare le odiate recinzioni. Un agente della Digos viene ferito in modo lieve da una pietra, lanciata con petardi, bombe carta e lacrimogeni. Il bilancio finale è di 48 denunciati, tra cui molti attivisti del centro sociale torinese Askatasuna, compreso il suo leader. “Nessuna tolleranza per teppisti e delinquenti. La Tav si farà, indietro non si torna”, esulta il ministro dell’Interno, e leader della Lega, Matteo Salvini. I No Tav avevano scommesso molto sulla manifestazione di oggi, che era stata convocata da tempo ma che alla luce delle dichiarazioni del premier Conte sulla fattibilità della Torino-Lione aveva assunto una valenza particolare. “Dovevamo rilanciare le nostre ragioni – spiegano in Val Susa – e confermare la nostra vitalità. Quello del MoVimento 5 Stelle è stato un tradimento inaccettabile. Un atteggiamento che pagheranno caro in termini elettorali. E non solo dalle nostre parti”. “Sapevamo benissimo che alla fine avrebbero calato le braghe, così come le hanno calate su tutto il resto”, rincara la dose il leader storico Alberto Perino, nel giorno in cui l’Unione europea ha ricevuto la lettera del Ministero dei Trasporti con cui l’Italia si impegna a completare l’opera. La sensazione è che l’idillio con i pentastellati, iniziato quando Beppe Grillo veniva col suo camper i Val Susa per sostenere le ragioni del no al supertreno, sia morto e sepolto. “Ci avete venduti, come tutti gli altri. Non prendeteci in giro: in un anno non avete mai detto una volta No Tav – accusa Perino – C’erano delle cose da fare, le avevamo suggerite, ma non sono stati in grado di farle perché non sanno dove si trovano…”. La manifestazione era iniziata in modo pacifico, tra bandiere col treno crociato e lo slogan “giù le mani dalla Val Susa” a fare da colonna sonora. “Siamo 15 mila”, dicono soddisfatti gli organizzatori quando, all’altezza dell’abitato di Giaglione, si divide in due tronconi. Una parte è rimasta lungo lo stradone principale, l’altro ha imboccato i sentieri che si inerpicano sul fianco della montagna. All’altezza della prima cancellata saltano fuori martelli, cesoie e persino un flessibile. Dopo un’ora di lavoro, interrotto soltanto per lanciare pietre verso le forze dell’ordine al di là della recinzione, la grossa e pesante cancellata salta e i No Tav proseguono la loro marcia verso il cantiere. Dai boschi si leva una fittissima coltre di fumo, che torna a rendere l’aria irrespirabile quando i manifestanti, vestiti di nero e incappucciati, raggiungono il torrente Clarea. Dai boschi accanto partono grossi petardi e bombe carta. Per i No Tav è il segnale che la manifestazione è riuscita, le reti del cantiere ad un passo, e che si può tornare indietro. “Ce l’abbiamo fatta”.(

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