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VENARIA. Stati confusionali!

Sabato 14 aprile erano di scena gli Stati generali delle associazioni venariesi, all’interno dell’evocativo contesto de La Mandria. Una giornata intera con l’obiettivo dichiarato dal comunicato stampa del sindaco: “l’ascolto, l’individuazione dei problemi e delle opportunità, la raccolta delle tante buone pratiche, al fine di poter creare un metodo di progettazione partecipata attraverso il dialogo che consenta di rispondere alla manifestata volontà di fare del tessuto associativo locale.”

Iniziativa apparentemente meritoria, nonché mediaticamente efficace sia per la location scelta che per il programma proposto, tra visite agli appartamenti reali e grande tavolata delle associazioni.

Ora, non per fare sempre la parte di quelli che stanno al fiume a fare il controcanto al cigno ma ad un’analisi più accurata il grande rendez-vous, è sembrato essere, come per il bilancio partecipativo, l’ennesima iniziativa più utile per l’immagine (prontamente rivenduta via social) del proponente (cioè l’Amministrazione) che per i reali contenuti che si volevano realizzare.

E non solo perché all’intervento delle associazioni e conseguente dibattito (che avrebbe dovuto essere il momento centrale per favorire il dialogo e la progettazione partecipata) è stato riservato uno spazio assai esiguo (poco più di mezzora), in confronto all’intera giornata.

E non solo perché gli Stati generali sono nati più di due anni fa, nel 2016, e ad oggi non hanno prodotto nulla in termini di buone prassi da condividere o nuovi progetti da realizzare, e non per demeriti delle associazioni.

Le ragioni sono più profonde e risiedono nell’idea stessa che si ha di partecipazione e coinvolgimento delle associazioni, così come di altri enti del privato sociale.

Partecipazione reale o di facciata? Se di coinvolgimento vero si parla, è necessario dare forma alla sostanza. Se si vuole coinvolgere il terzo settore nell’elaborazione di politiche culturali, è necessario creare dei luoghi istituzionalmente riconosciuti e riconoscibili, il cui obiettivo e funzionamento sia disciplinato da un regolamento valido per tutti e non lasciato all’arbitrio dell’assessore di turno che decide come, quando e se convocare.

Nel caso venariese questo luogo esiste già, e darebbe dignità alle associazioni di essere presenti e di “contare” qualcosa in sede di programmazione e di partecipazione attiva alle politiche pubbliche nel settore cultura: si chiama Fondazione Via Maestra. L’ente prevede e disciplina il funzionamento dell’Assemblea di partecipazione che secondo l’art. 25 dello Statuto “è costituita dai Partecipanti Sostenitori e si riunisce almeno due volte all’anno su convocazione del Presidente o quando ne faccia richiesta almeno la metà dei partecipanti. Essa è validamente costituita qualunque sia il numero dei presenti. L’Assemblea di Partecipazione formula pareri consultivi e proposte sulle attività, programmi ed obiettivi della Fondazione, già delineati ovvero da delineare, nonché sul bilancio preventivo ed il rendiconto economico e finanziario. L’Assemblea di Partecipazione è presieduta dal Presidente della Fondazione. L’Assemblea di Partecipazione può riunirsi con gli altri organi della Fondazione. In tal caso ha luogo l’Assemblea plenaria quale momento di confronto, di analisi e di proposizione”.

Secondo l’art. 14, i Partecipanti Sostenitori sono “le persone fisiche o giuridiche, pubbliche o private, nonché gli enti e le associazioni culturali che condividendo le finalità della Fondazione, vogliano collaborare alle esigenze della medesima ed alla realizzazione dei suoi scopi con un contributo in denaro, oppure con una attività, anche professionale, o con l’attribuzione di beni materiali od immateriali”.

Come si vede si tratterebbe di un coinvolgimento di forma e di sostanza. Di forma, perché all’interno di un quadro di regole certe (e non in balia della politica), all’interno dell’Ente preposto a fare cultura, di cui l’Assemblea dei Partecipanti rappresenta un organo sociale, quindi titolare di un ruolo e di competenze; di sostanza, perché potrebbe essere il luogo dove l’Amministrazione, rinunciando a spazi di sovranità, si confronta con il terzo settore (all’interno di un’assemblea, seppur consultiva, il parere dell’assessore di turno potrebbe risultare non essere quello prevalente…).

Purtroppo, l’Amministrazione, anziché provare a farla funzionare in questo modo, ha preferito chiudere la Fondazione Via Maestra, svuotandola gradualmente dei suoi compiti.

Ma solo un luogo certo, tangibile e con delle regole scritte può dare contezza di una partecipazione reale delle associazioni o del privato sociale in genere.

Viceversa, luoghi intangibili, convocazioni estemporanee, adunate alla bisogna sono molto più semplici da gestire perché, come si è visto in questi anni, funzionano solo come e quando decide l’Amministrazione. Ma questa strategia è perdente e più che Stati generali (già il nome è sbagliato) ciò che si evince sono gli Stati confusionali di chi amministra, senza una prospettiva e soprattutto senza idee.

Se non quella che l’inebriante sfarzo della giornata proposta appaga i partecipanti e distoglie l’attenzione da questa ed altre riflessioni che si potrebbero fare.

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Blogger: Alessandro Brescia

Alessandro Brescia
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