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VENARIA. Il caso di Alessandro Belvedere

Il prossimo 22 luglio saranno nove mesi esatti da quando Alessandro Belvedere è “diventato un angioletto”, come ha più volte ripetuto la madre, Marianna Ardizzola nel corso di tutto questo tempo.

E dovranno ancora attendersi cinque mesi prima che a Ivrea inizi il processo per omicidio stradale e omissione di soccorso nei riguardi di S.A., un 44enne carrozziere di Nole, colui che era alla guida della Mercedes classe E 320, che nella tarda serata del 22 ottobre del 2016 ha travolto e ucciso quel giovane 15enne di belle speranze che viveva per la famiglia e aveva una passione – oltre che una dote incredibile – per il disegno su muro.

Lo ha travolto in corso Garibaldi, non tanto distante dall’abitazione nel centro cittadino, per poi scappare via, salvo poi essere fermato qualche ora dopo dai carabinieri della compagnia di Venaria, incastrato da quello specchietto retrovisore, rimasto sull’asfalto. 

E il processo inizierà a dicembre, proprio il mese in cui Alessandro avrebbe compiuto i suoi primi 16 anni di vita.

La Procura di Ivrea è riuscita a chiudere l’indagine, condotta dal pm Lea La Monaca, piuttosto velocemente. “Abbiamo fatto tutto il possibile per dare una risposta alla richiesta di giustizia. Abbiamo chiuso velocemente le indagini e a dicembre vedremo se la nostra tesi sarà accolta dal giudice”, ha precisato Giuseppe Ferrando, procuratore capo di Ivrea.

La famiglia Belvedere, difesa dall’avvocato Elisa Civallero, non ha ancora deciso se costituirsi o meno parte civile nel processo che fra pochi mesi avrà inizio.

“Per ora è prematuro parlare di questo aspetto – precisa il legale – Per i genitori di Alessandro, entrare in aula e partecipare al processo, in tutte le udienze, potrebbe essere molto traumatico. Un dolore troppo grande. A ridosso del processo prenderanno una decisione al riguardo”.

Un dolore grandissimo, con mamma Marianna che ogni giorno cerca la pace interiore al cimitero di Venaria, parlando con il suo amato figlio. Ma né lei né i suoi famigliari sanno che “tutto non sarà più come prima”, dice la Ardizzola, che da allora non ha mai ricevuto una chiamata o una lettera da colui che ha ucciso suo figlio.

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