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Il paese di Valprato (Ivrea) distrutto da una valanga. Stampa tratta da Emporio pittoresco del marzo 1888 (Collezione B. Bellino, Cuorgné)

VALPRATO. Le grandi nevicate dell’800

Gli anni ’80 dell’Ottocento furono caratterizzati da inverni molto nevosi, specialmente quelli dell’85 e dell’88, due inverni che saranno ricordati, nelle nostre montagne, per le numerose valanghe che causarono distruzione e  morte.

Giuseppe Giacosa ci ha lasciato un avvincente racconto di queste abbondanti nevicate, risalenti al febbraio del 1885, pubblicato in Novelle e paesi valdostani in cui esordisce: “Chi non ha visto la montagna nell’inverno del 1885, non conosce l’inverno alpino …

Il Giacosa continua raccontando un viaggio effettuato in Valsoana dopo una eccezionale nevicata: Era una bella giornata di febbraio. Andavo da Pont Canavese a Ronco in Val Soana, dove mi avevano detto essere caduta la più colossale tra le colossali valanghe di quest’inverno.

Per buona sorte sul suo passaggio non vi erano case e la ruina non ebbe vittime, ma la strada che da una borgatella vicina mette al capoluogo ne era stata interrotta per qualche centinaio di metri e vi era sovrapposta una vera montagna di neve insuperabile. Si parlava di scavarci un tunnel, ma era impresa di più settimane.

Il villaggio, lontano in realtà da Ronco una mezz’ora di cammino, se n’era improvvisamente scostato di quattro o cinque ore disagevoli e pericolose.

(..) Partii da Pont  sul mezzogiorno, a piedi ben inteso, contando di giungere a Ronco verso le cinque e di pernottarvi. (..) Tutto quanto cadeva sotto i miei occhi era bianco, di una bianchezza immacolata. (..) Nessuna traccia di torrente: il fondo della valle saliva come una via piena e larga.

(..) La Soana così rumorosa e spumeggiante, trascinava a stento sotto quella spessa crosta le acque invisibili e silenziose. (..) La chiarezza uniforme sembrava allargare gli spazi; l’aspetto solito della montagna ne era così trasfigurato, che ogni idea di relazione e di confronto con altre valli diventava assurda.

Valanghe sulle Alpi, composizione di Edoardo Matania, tratta da L’illustrazione popolare del 31 gennaio 1832, Fratelli Treves Editori, Milano. In primo piano gli alpini soccorrono le vittime di una valanga; è probabile che si tratti della tragedia di Valprato
Valanghe sulle Alpi, composizione di Edoardo Matania, tratta da L’illustrazione popolare del 31 gennaio 1832, Fratelli Treves Editori, Milano. In primo piano gli alpini soccorrono le vittime di una valanga; è probabile che si tratti della tragedia di Valprato

Quello pareva un luogo unico sulla terra, la continuità non interrotta delle linee e del colore faceva di quel tutto un corpo solo, una enorme conca d’argento che una macchina favolosa avrebbe potuto sollevare intera, tanto era soda e compatta.

Ora il sentiero sfiorava la superficie della neve; dai rami degli alberi vicini giudicavo di quanto sovrastasse al suolo; ora correva sulla terra nuda, fra due muri di neve alti come la mia persona e tanto stretti da costringermi spesso a passare di sghembo. Imbattutomi una volta in un uomo che scendeva, non mi fu possibile dargli passo; di inerpicarsi su per la parete liscia e ghiacciata  non c’era verso; tentammo insieme di scavare un largo, ma la massa compatta avrebbe richiesto troppo lungo lavoro: si finì ch’egli si mise carponi ed io lo scavalcai.

In certi luoghi le pareti nevose salivano d’un tratto fino a tre o quattro metri d’altezza e l’andito si oscurava sinistramente: il sentiero tagliava lo spessore di una valanga. La mi era dato giudicare quanta fosse la potenza della enorme massa rovinante.

Nel suo spaccato apparivano sezioni d’albero che un uomo non avrebbe abbracciato (..), il tronco reciso quasi di netto mostrava la violenza del colpo; si capiva che la pianta secolare s’era spezzata senza resistenza, come un fuscello. (..) Per lo più non si avverte il silenzio che al cessare di un suono.

Là il silenzio era così assoluto, da diventare uno dei caratteri positivi del luogo. Al suo paragone, la più tacita delle nostre notti invernali sarebbe parsa rumorosa come una fiera. (..) Ricordo che imbruniva quando giunsi a Ronco; il villaggio mi appariva nero e fumante mezzo miglio lontano. Camminavo da cinque ore, e la mattina di quel giorno stesso avevo fatto, pure a piedi, tre altre ore di strada per visitare, in Val di Ribordone, una borgatella seppellita intera dalla valanga.

A Ronco c’è un albergo; ero sicuro di trovarci buon pranzo e discreto alloggio: ma appena il sole fu sotto, appena vidi morire e allividire quella immensa bianchezza, sentii che non potevo più fare un passo in salita.

Mi parve che una mano mi respingesse, pensai che se avessi passata una notte fra quella neve non sarei uscito mai più; provai un tale smarrimento, un tale senso di solitudine e di paura, che mi voltai indietro senza esitare e rifeci di notte tutta la lunga strada, pure di togliermi alfine da quella valle silenziosa e spettrale. Giunsi a Pont verso le nove di sera, presi tosto una carrozza e non ebbi pace finchè non ebbi veduto da Cuorgnè il cielo aperto e largo della pianura”.

Le valli di Lanzo e del Canavese furono duramente colpite dalle numerose valanghe dell’inverno del 1885, cadute quasi tutte il 18 gennaio.

Viù: viene distrutta la piccola frazione di Assuit (Asciutti). Lo stesso villaggio era già stato danneggiato da una valanga nel 1815.

Ceres: il 18 gennaio dell’85 una donna della frazione Almesio rimane uccisa da una valanga.

Sempre il 18 gennaio una valanga staccatasi dall’Uia di Ciamarella dalla località detta Le Lance fece un morto ed un ferito nella famiglia Castagneri.

Balme: si hanno morti e distruzione, scrive il Milone nella sua opera “Notizie delle valli di Lanzo”: Nel comune di Balme un valanga spaventosa, verso le ore 4,30 della sera del 18 gennaio 1885 precipita dalla montagna sopra il villaggio e spazza via la casa del maestro comunale G. B. Castagneri-Ljnch, situata vicino alla parrocchia.

Delle sette persone che vi si trovavano si estrassero morte la moglie ed un figlio. Le altre 5 furono estratte vive ma malconcie, in modo che il più piccino dei figli spirò quasi subito, ed il padre morì due giorni dopo.

(..) Tutto il capoluogo di Balme rimase sepolto sotto la disastrosa valanga ad eccezione della casa del parroco e di quella di certo G. B. Bricco, che è fabbricata sulla rupe del Rocias. (..) Dopo la caduta della valanga in certi punti la neve misurava nel paese dodici metri di altezza.

Chialambertetto è sepolto da una valanga. Non si hanno notizie di vittime.

Balme: frazione Molera, una valanga staccatasi dall’Uja di Mondrone, distrusse la casa di certo Domenico Solero, uccidendone la moglie ed un figlio.

Ceres: il villaggio di Bracchiello fu seppellito da una valanga che distrusse una casa abitata da sette persone: col pronto aiuto dei vicini furono tutti salvati.

Groscavallo: l’abitato della frazione Borgo ebbe delle vittime.

Il Milone così racconta la tragedia: “Il 18 gennaio 1885, una valanga precipita sui Borgo. (..) Il cantoniere Martore Battista fu sorpreso e coperto dalla valanga sulla pubblica via.

(..) Il cadavere fu trovato 40 giorni dopo. Il maresciallo Giuseppe Rapelli e bimbo furono trovati schiacciati nella casa distrutta”.

La moglie, a letto indisposta, fu protetta da alcune travi: si salvò dissetandosi col sangue di una gallina e mangiandone le carni. Fu estratta viva dopo due giorni e mezzo.

Ceresole Reale: la chiesa e la canonica riportarono gravi danni a causa di una valanga scesa dal canalone di Rocciabò.

Noasca: frazione Pianchetti, il 28 gennaio dell’ 85 una valanga abbattè sette case e causò otto morti e 23 feriti salvati (uno dopo undici giorni)        

Noasca, una valanga scesa dal canalone del rio Arianas fece una vittima.

Ribordone: Il santuario di Prascondù e parte dei caseggiati adiacenti furono parzialmente distrutti dalla valanga (c’è un quadro a ricordo dei fatti all’interno della chiesa).

Se l’inverno del 1885 fu duro e tragico, quello di tre anni dopo si rivelò certamente peggiore. Non ci fu vallata che non ebbe distruzioni e lutti a causa delle numerose slavine.

L’inverno del 1888 è ancora oggi patrimonio vivo della tradizione orale degli abitanti dei nostri paesi montani. L’effetto funesto fu talmente traumatico che anche i minimi particolari sono stati tramandati nitidamente.

A Canischio, gli anziani nati ai primi del ‘900 tramandarono oralmente, dopo averlo sentito narrare innumerevoli volte durante le veglie serali nelle stalle, il racconto della terribile nevicata dell’88 di cui ricordavano con precisione date e fatti: “il 14 febbraio iniziò a nevicare e continuò con alterna intensità fino alla fine del mese, in una sola notte cadde un metro e mezzo di neve. In diverse zone la neve raggiunse l’altezza di tre metri, molti casolari sparsi rimasero  letteralmente sommersi e la sopravvivenza degli abitanti fu messa a dura prova.

Per fortuna all’epoca le capre erano presenti in tutte le case e permisero a molti di nutrirsi, bevendone il latte e, nei casi più gravi, macellandole. Era diffusa l’abitudine di conservare durante l’inverno delle scorte alimentari come patate e rape che erano interrate nei pressi delle case, ciò permise a molti di scavare un tunnel sotto la neve e raggiungere le dispense sotterranee.

Alcuni riuscirono a raggiungere i tetti delle case e, parlandosi ad alta voce, poterono comunicare e ricevere notizie di parenti e amici. Altri raggiunsero le case vicine salendo su assi che venivano spostati alternativamente l’uno avanti l’altro sulla neve.

Altri non sopravvissero, come una donna che quando venne raggiunta  dai soccorritori fu trovata morta. Fu trasportata a valle su una specie di slitta costruita sul posto con le cime delle betulle che fuoriuscivano dalla neve. A fine mese smise di nevicare, scoppiò un caldo improvviso e si senti in cielo il rombo del tuono”.

Lo sbalzo improvviso di temperatura fu causa di numerose slavine con diverse vittime in tutte la vallate alpine.

La frazione Assuit (Asciutti) di Viù già devastata negli inverni del 1815 e 1885, è dinuovo seppellita dalla valanga. Non si hanno notizie di vittime.

Una valanga caduta sulla frazione Murasse (località Ca’ d’Ovana), territorio di Pessinetto, fece tre vittime, due fratelli e una sorella (Martinelli).

Le case dell’Alpe Saulera (tra Ala e Mondrone) sono distrutte.

Cantoira, frazione Lities. Racconta Milone: Il 26 febbraio 1888 una valanga precipita sulla frazione Lities. … Sotto una casa perì un’intera famiglia di sei membri e sotto l’enorme cumulo di neve, di pietrame e di alberi, ben altre tre persone esalarono l’ultimo respiro.

Corio: il 27 febbraio 1888 una valanga staccatasi dal Monte Soglio scende nel solco del rio Viana raggiunge la borgata Andrè, distrugge sette case e causa cinque vittime.

Noasca: la valanga causò la morte di tre persone a Giere e Carbonere.

Ribordone: il 29 febbraio 1888, dopo abbondanti nevicate, dalla cima Piriè si staccò una eccezionale valanga che distrusse il villaggio di Rongorbogno provocando la morte di otto persone.

Ronco: a Molino di Forzo, una persona (A. Picchiottino) è travolta e uccisa dalla valanga.

Valprato Soana, nelle frazioni Chiapetto e Salzetto trovarono la morte ben 39 persone. A Chiapetto, borgata che si trova sulla sinistra, entrando in Valprato, la valanga travolse numerose case, molte delle quali, a causa dei focolari accesi, s’incendiarono e gli abitanti morirono arsi, tant’è che dei 31 morti ben 10 non furono identificati perchè carbonizzati.

Della tragedia di Chiapetto esiste una documentata cronaca scritta da un anonimo superstite: “A memoria d’uomo il Chiapetto fu sempre illeso da valanghe; ora una valanga di sproporzionata misura partì dall’ Alpe del Gallo raccogliendo tutta la neve sino alla Malpensà, Deves e Tolair e …, si precipitò a valle con tanta furia da riversarsene una striscia sopra il Chiapetto in modo da distruggerlo in tutti i caseggiati volti verso il ritano seppellendo sotto di se 39 persone, di queste 8 vennero estratte vive e 31 rimasero vittime sotto la valanga e le macerie delle case.

La disgrazia successe alle 9 mattina del 27 febbraio 1888 nel mentre che i fuocolari erano accesi, cadendo i solai sui medesimi presero fuoco per cui si tratta che 13 persone siano state arse e tra queste abbiamo disgraziatamente la sorella più piccola cioè la Rosalia.

La desolazione al Chiapetto è indescrivibile, sol più da quattro o cinque case rimangono intatte e tra queste la nostra. Gli abitanti sono come istupiditi e gli stessi miei genitori non fanno che disperarsi e piangere, sembrano tanti ebeti ed invecchiati di 20 anni. Io stesso nel salvataggio arrischiai per ben due volte la vita e se son salvo e per miracolo, ma intanto mi buscai un raffreddore assai grande con gonfiamento di gola.

Temo sui genitori e temo di peggiorare io stesso. Non so come fare a consolare i genitori colpiti tre giorni prima dalla morte di mia sorella Angelica del Piamprato, la di cui salma venne trasportata e sepolta nel nuovo cimitero di San Silverio alla Corzonera con gran pompa e ciò per volonta espressa dalla famiglia.

Avevamo le provviste per alcuni mesi come si usa nella cattiva stagione, ma i superstiti si rifugiarono tutti da noi e in pochi giorni prima che si potesse avere il sussidio dalle altre borgate, tutto ci consumarono.

Ricevemmo le visite del Sotto prefetto d’Ivrea del deputato marchese Compans, del Tenente colonnello degli Alpini e del Capitano dei Reali Carabinieri, a questi esposi l’opera mia prestata. Ricevemmo pure le visite del Pretore di Pont, Laeuffer direttore della Manifattura, notaio Bertoliatti consigliere provinciale e da molti altri personaggi che per brevità si omettono.

Dei morti finora se ne estrassero solo undici. Non si conosce il numero preciso degli abbruciati e non si sa quindi il numero ancor dei sepolti. Insomma al Chiapetto vi fu una vera distruzione da far piangere chi avendolo visto prima della disgrazia, lo vede ora”.

Appena il sottoprefetto Veyrat ricevette i telegrammi relativi alla catastrofe di Valprato, provvide ad inviare con urgenza truppe e soccorsi.

Da Ivrea partirono 120 alpini sotto il comando del tenente-colonnello Micheletti. A tappe forzate raggiunsero Pont alla mezzanotte. Da Pont partirono durante la notte cogli alpini 30 cittadini al comando dell’industriale Laeuffer.

Dopo una disagevole marcia notturna raggiunsero le località disastrate. Sempre nel territorio di Valprato, a Salzetto (Suadei), una borgatella posta lungo la strada per Piamprato, il 27 febbraio dell’88 si staccò dal monte Civetto una valanga che lambì la sinistra della borgata distruggendo alcune case e causando altri otto morti, portando così a 39 il totale delle vittime a Valprato. Scorrendo i nomi dei deceduti si nota come molti gruppi familiari scomparvero nella tragedia.

A Chiapetto morirono tutti i componenti di una famiglia composta dai genitori e cinque figli. Molte delle vittime erano donne e bambini, gli uomini adulti nella stagione invernale erano prevalentemente lontani da casa a svolgere le varie attività itineranti di magnin (calderai), vetrai, argentieri ecc.

Per 10 vittime di Chiapetto non fu possibile il riconoscimento legale in quanto rinvenute carbonizzate a causa dell’incendio sviluppatosi nelle case distrutte.

Elenco dei nomi delle trentanove vittime di Valprato Soana:

Giuseppe Antonio Merlin (nato nel 1831); Maria Rosa Macocco (nata nel 1857), moglie di Giuseppe Antonio Merlin; Maria Domenica Caccia (1820), moglie di Giuseppe Merlino; Martino Antonio Merlin (1862), contadino; Maria Giovanna Gambotto (1861), moglie di G. Battista Vezzetti; Giuseppe Martino Merlin (1869); Giuseppe Michele Merlin (1884), Grazia Giuseppina Merlin (1851); Maria Caterina Merlino (1870), moglie di Paolo Babando; Maria Angela Bertogliatti (1879), scolara; Bess’Antonio Babando (1880), scolaro; Maria Angela Vezzetti (1852) moglie di Domenico Bertogliatti; Besso Giovanni Bertogliatti (1885); Bess’Antonio Babando (1865 ), falegname; Carlo Antonio Babando (1887); Maria Caterina Babando (1865), nubile; Maria Teresa Naturale (1857), moglie di Besso Babando; Carlo Babando (1881); Giovanni Babando (1886); Maria Maddalena Babando (1863), nubile; Maria Caterina Vezzetti (1845), moglie di Bess’Antonio Babando; Maria Caterina Babando (1852), nubile; Michele Babando (1826), vedovo, argentiere; Maria Domenica Grindatti (1856), moglie di Michele Babando; Leone Babando (1879), celibe; Francesco Babando (1858); Maria Caterina Babando (1867), contadina; Bernardo Babando (1831), vedovo, argentiere; Giò Domenico Vernetti Bool (1832), servo.

Vittime non identificate:

Francesco Antonio Babando (nato nel 1844), padre; Maria Cecilia Babando (1856), madre; Maria Lucia Babando (1870), figlia; Maria Maddalena Babando (1871), figlia; Giò Battista Babando (1873), figlio; Maria Margherita Babando (1875), figlia; Michele Babando (1882), figlio; Maria Maddalena Picatti (1840), madre; Maria Agnese Babando (1871), figlia; Maria Rosalia Vezzetti (1876).

Le tragedie dell’inverno dell’88 non si verificarono solo in montagna, anche nelle zone di pianura ci furono delle vittime.

A San Martino Canavese, nella borgata Silva, cantone Tinetti, il peso della neve fece crollare il tetto della stalla seppellendo tre persone: Pietro Pastore Crescello che fu estratto ancora in vita, ma gravemente ferito, la moglie Maria Richetta ed il figlio Giacomo furono invece ritrovati morti.

A Vische, il 27 febbraio, crollò il tetto di paglia di una stalla seppellendo la famiglia Tarabellino, uno dei loro figli, un bimbo di tre mesi, morì soffocato.

Anche la Bassa Valle d’Aosta ebbe a subire la tragedia delle valanghe:

A Carema, in regione Orinello o Verney, nella notte tra il 26 e 27 febbraio, la caduta di una valanga sorprese e uccise due poveri anziani nel loro letto: Gioachino Bertero e la moglie Maddalena Bosanetto.

A Settimo Vittone, lunedì 27 febbraio alle ore 2, una gigantesca valanga si abbattè sulle case alpestri della regione Missaroglia causando la morte di sei persone: Fu duramente colpita la famiglia Orlassino che ebbe tutti e sei i figli sepolti, solo la figlia più piccola, Laura di quattro anni fu estratta viva. Gli altri cinque: Martina di 23, Battista di 18, Teresa di 16 e  Domenica e Giacomo di sette  rimasero uccisi. Con loro c’erano altre due persone: Antonio Cresto che perì e tale Bernardo Noto che riuscì a salvarsi scavando un cunicolo nella neve lungo cinque metri raggiungendo poi Settimo Vittone  a dar notizia della disgrazia.

La tragedia colpì molto la comunità, i genitori Orlassino erano al piano quando seppero della tragica fine dei loro figli, fu per loro un dolore immenso. Ai funerali delle vittime intervenne tutta la popolazione. Le sei bare erano raccolte sopra un sol carro. La commiserazione era generale per tanta sventura. 

Erano tempi duri per i montanari, l’unica speranza era riposta nelle fortuna e nell’aiuto dei vicini. La solidarietà in montagna non aveva manifestazioni esteriori eclatanti anzi, erano più frequenti liti e musi duri tra vicini, però, quando era necessario, tutti si rimboccavano le maniche e non si lesinava la fatica.

Senza questa prodiga e reciproca solidarietà sarebbe stato impossibile vivere in montagna. A ricordo di questi montanari vogliamo menzionare un umile arrotino di Frassinetto, Michele Fassiot, che ebbe un attestato di benemerenza dal Ministero dell’Interno, per essersi: distinto nell’adoperarsi con abnegazione e filantropia a trarre in salvo due donne travolte sotto una valanga, addì 27 febbraio 1888 in Frassinetto (Torino).

Bibliografia

– Archivio Storico Comune di Valprato

– Archivio Storico Topografico delle valanghe Italiano, di C. F. Capello, Provincia di Torino

– Gazzetta Piemontese (giornale) del 2/3 marzo 1888, n. 62

– G. Giacosa, “Novelle e paesi valdostani”, Mondadori, 1952

– P. e G. Milone, “Notizie delle valli di Lanzo”, Torino 1914.

ARTICOLO TRATTA DALLA RIVISTA CANAVEIS

Lino Fogliasso

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