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VALPERGA. Una lezione per il 25 aprile

Sembra una favola edificante, ma è una storia vera. Vale la pena di riproporla, annunciandosi l’ennesimo 25 aprile di furibonde e becere polemiche. Accadde nel 1944, quando infuriava la guerra. Ne fu protagonista Teresina Vallero di Valperga. A distanza di tanti anni, è la testimonianza di un desiderio di pace che non si spegne, neppure fra i travagli più dolorosi, per allargarsi alla speranza del domani.

Teresina aveva appena vent’anni e insegnava ai bambini di Serlone, una piccola borgata nella valle dell’Orco.

Era giunta dalla pianura, fresca di nomina, con l’entusiasmo e la spigliatezza di una ragazza giovanissima. All’epoca Serlone era un luogo solitario, privo di ogni comodità. Per arrivarvi occorreva percorrere un ripido sentiero. La vita quotidiana, dura e stentata in tempi normali, era resa più difficile dalla guerra. Fortunatamente Teresina non aveva faticato ad assuefarsi a quel genere di vita.

Un mattino di maggio, gli abitanti della borgata non poterono trattenere un fremito d’inquietudine scorgendo un reparto di soldati che risaliva il sentiero con passo spedito. Dalle divise si capiva che erano tedeschi. Alcuni recavano pesanti taniche di metallo. Temendo il peggio, gli uomini si affrettarono a nascondersi nei boschi, appena oltre la chiesetta.

Giunto alle prime baite, l’ufficiale che comandava il reparto impartì un paio di ordini che la gente di Serlone non comprese. Poi un soldato tradusse in un italiano incerto. Una settimana prima, un gruppo di partigiani provenienti dall’alta valle si era fermato un paio di giorni nella borgata per riposarsi e riorganizzarsi. Qualcuno aveva avvertito i tedeschi a Locana: i militari si erano spinti fin lassù allo scopo di dare una lezione ai montanari, bruciando le case.

Già i tedeschi versavano il petrolio nelle povere baite, spianando i fucili per allontanare donne e bambini. Allora Teresina si fece avanti. «Sono la maestra», disse. «Qui posseggo solo quattro stracci. Quando avrete bruciato tutto, mi daranno una classe da qualche altra parte, forse in un posto più comodo. Ma che cosa potrò insegnare ai miei nuovi alunni?».

A mano a mano che l’interprete traduceva, il viso dell’ufficiale diveniva più scuro. Cercando di non cedere alla paura, Teresina proseguì: «Insegnerò che coloro che hanno le armi hanno sempre ragione? Sono passati i partigiani: avevano le armi, hanno mangiato e dormito. Come potevamo opporci? Ora le nostre case sono vostre. Potete bruciare la borgata. Nessuno ve lo impedirà: avete le armi, siete i più forti. Dunque, avete ragione».

Fu in quel momento che la maestra si rese conto che stava parlando troppo. E quando l’ufficiale stese una mano verso di lei, si ritrasse con uno scatto istintivo. Ma l’uomo le sorrise. Poi echeggiò un comando secco, proferito in quella lingua dura che è il tedesco. Immediatamente i soldati tapparono le taniche. Un altro comando e s’incamminarono in fila indiana, senza proferire una parola, sfilando davanti a Teresina che ancora tremava con gli occhi gonfi di lacrime. Quando il reparto fu sul punto di scomparire fra i castagneti, l’ufficiale si voltò e fece un gesto di saluto con la mano in direzione della maestra che era ancora là, immobile, mentre le donne e i bambini le correvano incontro.

«Viva Teresina», si poteva leggere sino a non moltissimo tempo fa su un muro di Serlone. La scritta esprimeva la riconoscenza dei montanari per quella maestra che, a vent’anni, un mattino di primavera, aveva impartito a tutti una lezione di coraggio e di umanità.

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