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VALCHIUSELLA. Deflorazione. Dal sesso al fatto economico nella Valchiusella del ‘600

Gioanna già dall’inizio di quella storia sapeva che in paese sarebbe diventata l’oggetto delle chiacchiere di tutti, ma che anche a Sale e a Rueglio si parlasse di lei certamente non se lo aspettava. Le voci correvano in fretta in quel minuscolo angolo della Valchiusella; nessun ostacolo poteva fermarle: strisciavano tra gli alberi del bosco e salivano fino agli alpeggi.

Alla festa della Maddalena, quando tutti erano convenuti alla chiesa che porta il nome della santa, compresi i suoi compaesani di Issiglio, già si era sentita addosso le occhiate di molti, alcune solamente curiose, altre di decisa condanna; in tutti i casi la penetravano e le ferivano l’anima. In quella circostanza Gioanna non aveva neppure aspettato la fine della messa e se ne era tornata a casa, sola e mesta. Le sembrava di essere stata nuovamente violata. Ma a sera, osservando dalla finestra la gente che sulla via polverosa faceva ritorno in paese, aveva pensato che non si sarebbe mai pentita della scelta fatta, in qualunque modo le cose potessero andare. Che ne potevano sapere gli altri di tutta la sua vicenda, di tutta la sua sofferenza?

In fin dei conti, aveva pensato, Domenico aveva approfittato di lei, l’aveva privata della verginità e, con quella, con ogni probabilità, della possibilità di contrarre un dignitoso matrimonio; le sembrava giusto che dovesse pagare per quello che aveva fatto e le sembrava giusto che fosse proprio lui a dotarla in maniera congrua, considerato che non avrebbe mai potuto godere di una dote perché nessuno mai l’avrebbe più chiesta in sposa.

Le malelingue dicevano che lei aveva avuto ciò che si meritava: non sarebbe successo niente se non avesse provocato Domenico facendo la civetta; l’avevano vista tutti, l’estate dell’anno prima, quando in sua presenza faceva tutte quelle moine che sembravano dire prendimi, prendimi e quando, sorridendo, gli buttava negli occhi il suo sguardo scuro da capretta.

Ma c’era anche qualcuno che la difendeva: cosa poteva fare una giovane donna contro la forza di un maschio maturo? E se fosse stato Domenico a circuirla con lusinghe e false promesse? Dopotutto aveva sempre avuto il vizio di fare il galletto!

Per fortuna il Vicario, a Ivrea, qualche mese più tardi, si era schierato tra i suoi difensori. Se la ricordava molto bene, Gioanna, quella giornata di primo autunno, quando era partita insieme a suo fratello Gioanni che era ancora buio ed era arrivata in città, pur camminando svelta, nella tarda mattinata. Nonostante la grande confusione a cui non era abituata, lì si era trovata a suo agio: tutti badavano ai fatti propri e nessuno prestava attenzione a lei: solo l’abbigliamento denunciava la sua provenienza; si capiva che veniva dalla Valchiusella e tutto si riduceva a questo. Avrebbe potuto trovarsi a Ivrea per fare mercato e sarebbe stata la stessa cosa.

Il difficile era stato raccontare al giudice tanti particolari che avrebbe preferito tenere nascosti. Aveva anche incontrato qualche difficoltà ad esporre i fatti in maniera chiara: talvolta si era espressa nella sua parlata, tanto diversa dalle altre, e il giudice l’aveva aiutata cercando di interpretare quanto lei diceva e riformulandolo in lingua italiana.

Alla fine il giudice aveva emesso la sua sentenza, mentre lei, con mani nervose, maltrattava i ricami sul grembiule che aveva indossato solo al suo arrivo in città per non impolverarlo. Il Vicario, riferendosi ad una norma aquiliana di cui lei non aveva mai sentito parlare, aveva condannato Domenico a dotarla per la deflorazione procuratole. E questo perché chi aveva causato un danno era tenuto a compensarlo in qualche modo. Questo l’aveva capito e non c’era dubbio che lei un grave danno l’aveva patito.

Era ripartita da Ivrea molto sollevata, ma anche pienamente consapevole del fatto che Domenico avrebbe tentato di tutto pur di non sottostare alla sentenza. Sapeva di aver vinto una battaglia, ma sapeva anche che questo non sarebbe stato sufficiente a chiudere la sua lite con lui.

Di questo era molto preoccupata: aveva già speso molto per arrivare a questo punto e non poteva contare sulla disponibilità di altro denaro per continuare a lottare. La morte di suo padre l’aveva lasciata in condizioni economiche piuttosto disagiate e aveva perso anche il diritto di usufruire della dote prevista dal testamento del genitore; per questo, lungo la via del ritorno, aveva fatto un gran parlare con suo fratello.  Con Gioanni, soprattutto ultimamente, per quanto era successo, non c’era grande accordo; inutile dunque contare su un suo semplice prestito: nel caso la sorella non fosse riuscita a far sì che la sentenza fosse rispettata, anch’egli ci avrebbe rimesso. Alla fine avevano capito che era necessario cercare un’altra via d’uscita.

Qualche giorno dopo, a Issiglio, il prete e qualche amico di Gioanni le avevano suggerito di eleggere a proprio procuratore il fratello. In tal modo Gioanni, a causa chiusa, avrebbe potuto rientrare in possesso dei denari anticipati di lì in poi.

E proprio per questo motivo oggi il notaio era venuto a casa sua; giunto da Rueglio, adesso era lì, insieme a suo fratello e ad alcuni suoi amici che avrebbero fatto da testimoni. Avevano spostato un piccolo tavolino sulla lobbia per dar modo al notaio di appoggiare le sue carte e questi aveva iniziato il proprio lavoro pronunciando ad alta voce le formule di rito mentre le metteva sulla carta:  In nome di Nostro Signore Gesù Cristo corrente l’anno da sua natività mille sei cento undici la nona indizione e lo undecimo giorno del mese di 9bre …

Ogni tanto il notaio si interrompeva e le poneva delle domande, e per rispondergli Gioanna non faceva altro che annuire: sì, andava bene così, tutto. Da oggi in poi sarebbe stato Gioanni a preoccuparsi di far cacciare a Domenico i 50 scudi, e anche di fargli pagare ulteriori danni, spese e interessi.

Se non fosse stato per il notaio, Gioanna non avrebbe neanche accarezzato l’idea che avrebbe dovuto garantirsi rispetto al fratello: in effetti, chi mai avrebbe messo la mano sul fuoco che Gioanni, una volta recuperati i denari da Domenico, li avrebbe immediatamente rimessi a lei? Per questo il notaio impose al neo-procuratore di Gioanna di ipotecare una sua pezza di terra con arbori alli Ronchi e di tenerla ipotecata fino al momento in cui lei sarebbe entrata in possesso dei cinquanta scudi. E ciò a garanzia di Gioanna.

Certamente cinquanta scudi non rappresentavano una grandissima cifra, ma, comunque, erano meglio di niente. Era pur vero che le sue amiche  che si erano maritate erano state dotate in misura almeno doppia; le più fortunate, oltre ad una somma di cento scudi, o anche più, avevano avuto una cassapanca con il corredo, e magari anche una pezza di prato o una capra. Ma bisognava accontentarsi!

Gioanna cominciava a pensare a come avrebbe potuto impiegare quel piccolo gruzzolo. Sapeva che Giobatta, suo cugino, aveva appena comprato una vacca per 12 scudi; forse anche lei avrebbe potuto comprarne una. Certo non bastava provvedere all’acquisto: occorreva anche pensare al fieno per l’inverno, a dove far pascolare l’animale durante l’estate e a far in modo, a un certo momento, che il toro la impregnasse. Sì, i problemi erano molti, ma non doveva per questo scoraggiarsi; doveva dimostrare a tutti che lei, nonostante gli uomini, se la sapeva cavare anche da sola.

Per quanto riguarda il primo problema avrebbe potuto comperare una piccola pezza di terra-prato: con altri 8-10 scudi si sarebbe garantita l’erba da falciare e, magari, anche un angolino da dedicare ad orto.

Per l’estate avrebbe potuto accordarsi con Michele, che era una persona seria e onesta: con lui se la sarebbe sentita di stipulare un contratto di mitaria: Michele avrebbe portato la vacca all’alpe insieme alle sue e forse avrebbe anche potuto accompagnarla al toro, quando fosse il momento.. Il notaio forse si sarebbe accontentato di mezzo scudo per mettere nero su bianco il contratto, ma la monta, questa proprio non sapeva quanto sarebbe potuta costare.

Forse avrebbe potuto comperare anche una o due piante di castagne, magari di grignolia, che erano le migliori e si vendevano bene. Se non erano alberi grandi, due sarebbero venuti a costare una quindicina di scudi. Ma forse ne poteva bastare anche  solo uno. Avrebbe potuto godere dei suoi frutti, e magari venderne anche una certa quantità. Avrebbe potuto adoperarne le foglie per il letto della vacca. E poi il suo legno costituiva un valido investimento.

Ora si trattava soltanto di aspettare e di sperare. Ma lei ne era sicura: ce l’avrebbe fatta!

* * *

Nello stesso periodo in cui a Issiglio Gioanna conduceva la sua battaglia, a Vistrorio Catterina gestiva la propria maternità: nell’inverno avrebbe partorito il frutto del suo amore per Giohannono. Era da tempo che i due si frequentavano: ormai erano considerati da tutti una coppia felice, destinata a formare presto un nuovo nucleo familiare. E a dire il vero si trattava proprio di una bella coppia. Catterina era innamoratissima. Tutte le sue amiche la invidiavano per il fatto che Giohannono avesse scelto proprio lei. Alto, spalle larghe, occhi scuri, di buona famiglia, aveva già fatto girare la testa a molte, in precedenza. Catterina, al suo fianco, pareva una pecorella accanto al toro. Graziosa nella sua minutezza, aveva capelli castani che le scendevano, mossi, sulle spalle, e due profondi occhi azzurro-grigi.

All’inizio dell’estate lei era rimasta incinta.. Più precisamente, forse, lo era rimasta in quella tiepida notte di San Giovanni, allorché, nascosti dall’erba alta, si erano fatti trascinare dalla passione. Quando, dopo qualche mese, la cosa era risultata evidente agli occhi di tutti, non si era generato gran scandalo in paese: l’incidente  rientrava nella logica delle cose e la gente aveva pensato che si sarebbero sposati presto.

A creare scandalo, invece, era stato il fatto, imprevedibile, che Giohannono, di punto in bianco, avesse rifiutato con decisione ogni ipotesi di matrimonio, lasciando Catterina sola a preoccuparsi del suo fardello.. Ad esserne stupiti erano stati soprattutto gli amici, colti di sorpresa. Ogni compaesano si sentiva in dovere di fornire una qualche ipotesi che giustificasse quanto successo: i più pensavano che fosse stata la famiglia di lui ad opporsi alle nozze, ma non ne capivano il perché. Per qualcuno questo perché doveva consistere in motivi di ordine economico.

Catterina, colpita improvvisamente come da una tempesta, era rimasta muta e attonita per diversi giorni, dolorosamente chiusa in se stessa. Aveva fatto fatica a riprendersi. E quando era tornata in grado di farlo, aveva cominciato a pensare che non poteva finire così.

Era andata una prima volta a cercare Giohannono, e poi una seconda. Alla terza lui l’aveva trattata come se tutta la colpa fosse sua, ed era stato allora che lei gli aveva dato del furfante e del disgraziato. S’egli pensava di potersela cavare così, si sbagliava di grosso.

Una domenica mattina, davanti alla chiesa, gli aveva fatto una furiosa scenata esibendo davanti a tutti il suo pancione e gli aveva urlato in faccia che l’avrebbe trascinato davanti ai giudici; invano alcune amiche avevano cercato di trascinarla via.

Comprendendo che la situazione era diventata insostenibile, furono propri gli amici a porsi come mediatori tra i due: Catterina e Giohannono non potevano rovinare in quel modo la loro bella storia. Dopotutto avevano vissuto insieme momenti meravigliosi. Non potevano dimenticarli, quei momenti, e, se ora la loro vicenda era proprio finita, avrebbero dovuto cercare insieme un accordo che evitasse loro l’odioso confronto davanti al giudice.

Qualcuno di loro, a fatica, dopo ripetuti tentativi, era riuscito a convincere Giohannono che a quel punto Caterina si trovava a dover affrontare una gran brutta situazione, che si sarebbe trovata ben presto a doversi sobbarcare le spese per far crescere il figlio e che lui in qualche modo avrebbe dovuto aiutarla. Quel figlio era anche suo, non poteva non tenerne conto!

Intanto il tempo era passato e quel bimbo era finalmente nato. Guardandolo Catterina provava una gran tenerezza, ma in certi momenti, rivedendo in lui il padre, diventava improvvisamente astiosa: l’amore nei confronti di Giohannono si era trasformato in odio. Ma non poteva permettere che quell’ombra scura che offuscava la sua mente, potesse ricadere su quell’innocente. Anche lei aveva capito che bisognava assolutamente chiudere la questione.

Ed ora era ormai passato più di un anno da quella fatidica estate, e i due, incoraggiati dagli amici, avevano concordato di risolvere le loro differenze nella maniera più amichevole possibile

Per questo si erano dati appuntamento in casa di Catterina e adesso, nel pieno della calura estiva, si trovavano lì, con il notaio e con gli amici che facevano da testimoni: quelle cose non potevano essere discusse altrove. Non si trattava di un semplice atto di compravendita; bisognava affrontare i problemi in ambiente intimo.

Ora Catterina poteva chiedere formalmente a Giohannono di essere da lui dottata e rellevata dal parto con li danni spese, et legittimi accidenti.

Alla fine di tutto concordarono, e il notaio registrò, che Giohannono per causa di detta deflorazione et pretentioni d’essa Catterina debba dare alla d.a Catterina […] presente et accettante scudi ottanta da fiorini nove l’uno da pagarsi fra li termini infrascritti per esso Giohanono si come promette alla detta Catterina cioè alla festa della purificazione della Vergine Maria prossima scudi venti, altri scudi venti fra le feste di Natale indi seguente detta festa della purificatione, altri scudi venti da detta festa di Natale in un altro anno seguente, e li altri venti scudi da essa festa di Natale sudetta in doi anni seguenti.

Giohannono era così riuscito a diluire nel tempo il pagamento della somma concordata a compensazione di Catterina e lei poteva, nel giro di due anni, entrare in possesso di un piccolo gruzzolo che la poneva in uno stato di minima tranquillità… Sulle dimensioni di quel gruzzolo lei aveva a lungo ragionato: se considerava che una dote media, secondo quanto si usava in valle, ammontava a cento scudi in denari liquidi, talvolta accompagnati dai giocalli e/o da una capra, e/o da una pezza di prato, per le spose più fortunate, lei poteva considerare di essere stata dotata a metà, e cioè con cinquanta scudi. Ciò significava che le spese per allevare il figlio erano state valutate trenta scudi. Non era granché: l’anno precedente un suo compaesano con trentadue scudi aveva comperato una mula a Lessolo. Era pur vero che il possesso di una mula era considerato quasi un lusso, ma lei quanti ne avrebbe spesi realmente per allevare il bimbo? Tant’era! Bisognava accontentarsi.

Nota al testo:

Quanto scritto deriva in larga misura dal contenuto di due documenti giacenti presso l’Archivio di Stato di Torino, Insinuazione, Tappa di Ivrea, Località Valli. Il primo di essi è compreso nel mazzo 1471, fogli 84-85, il secondo nel mazzo 1472, fogli 154-155.

I dati relativi al valore dei beni che ho citato nel corso del lavoro sono stati dedotti sulla base di numerosissimi elementi che derivano dalla stessa fonte.

Nel tentativo di rendere l’esposizione meno arida e noiosa ho ricostruito un contesto che, ovviamente, non può essere considerato ‘oggettivo’ alla stessa stregua dei dati che emergono dai documenti studiati. Sono certo che il lettore saprà distinguere l’una cosa dall’altra.

La rilevanza storica dei due documenti presi in considerazione sta negli elementi che contribuiscono a chiarire quale fosse la condizione femminile agli inizi del ‘600: se ne deduce il gran peso che la consuetudine concedeva alla tutela dei diritti riconosciuti alla donna nell’ambito ancora sostanzialmente valido del diritto romano.

In una collettività in cui tutti sapevano tutto di tutti, non era necessario ricorrere al alcuna indagine per acclarare l’identità del responsabile della deflorazione: non era il caso di dubitare della parola della ragazza interessata, o, per meglio dire, ‘danneggiata’, delle cui personali vicende la comunità conosceva anche i più piccoli particolari. Nulla poteva restare nascosto.

Il defloratore era tenuto a compensare in misura adeguata il danno economico causato, danno che derivava alla donna dalla perdita di ogni altra forma di tutela, in primis i diritti che dettavano i termini di dote in caso di matrimonio, giacché era estremamente improbabile, se non impossibile, che ella potesse contrarne uno. Il padre o, in sua mancanza, i fratelli, venivano liberati dall’obbligo di dote, che andava a cadere a carico del defloratore. E ciò valeva anche nei casi in cui, in conseguenza dell’atto, la donna non fosse rimasta incinta e non avesse partorito.

L’ammontare della dote che il defloratore era tenuto a versare risulta però decisamente inferiore a quello che era il valore medio delle doti: la responsabilità che gli veniva addebitata poteva contare su attenuanti; parte della colpa, si può dedurre, cadeva sulla donna. In effetti in nessuno dei due casi si accenna a forme di violenza. La colpa andava dunque divisa tra i due membri della coppia, ma ad essere danneggiata era solo la donna, e lo era in quanto soggetto economico, non in quanto donna: e questo dava alla deflorazione rilevanza giuridica; ciò che come donna le succedeva di patire nell’ambito della comunità sul piano emotivo non poteva essere registrato da un formale atto notarile.

Articolo tratto dalla

Rivista Canavèis

Adriano Collini

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