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Una casa di mattoni – L’importanza di fare delle scelte

Se mi chiedono di chiudere gli occhi e pensare a un muro, quello che mi viene in mente è un muro di mattoni. Mattoni rossi.
Quando si parla di case, non c’è niente di più tradizionale della casa di mattoni. Pensate alla favola dei Tre Porcellini.
Il mattone è ok. Se fai una casa di mattoni nessuno ti dirà nulla. Hai usato un materiale tradizionale, antico di migliaia di anni. Il mattone è una roba seria, solida concreta, mica una cosa da creativi. Timmy e Tommy, gli scansafatiche, se ne inventano di tutti i colori, paglia, legno, e si dedicano alle arti (musica e ballo); Jimmy quello serio no, lui suda e fatica, non ha tempo da perdere in frivolezze da radical chic, lui sa come si fanno le cose; e la storia (che poi sarebbe una favola) gli darà ragione.
La Mole antonelliana è il simbolo di Torino, ha una struttura in mattoni. Ancora oggi credo che sia l’edificio con struttura in mattoni più alto del mondo (così pare, non sono andato a controllare, ma il senso credo che sia chiaro).

Come capita, penso, a tutti gli architetti, ogni volta che mi muovo finisco sempre con l’essere distratto dalle più svariate, e improponibili, curiosità architettoniche.
Credo che sia una deformazione professionale. Un medico magari si emoziona per una cistifellea, un idraulico per una giunzione ben fatta. Noi architetti ci commuoviamo per una ringhiera un poco originale.
Figuriamoci quando mi sono imbattuto nell’edificio che si trova tra Via Italia e Via Mazzini; dietro l’ottico, dove si trova la gelateria; un edificio fatto di mattoni, eppure decisamente moderno.

Forme geometriche semplici, disposizione delle finestre non convenzionale.

Timmy e Tommy che si sono impossessati del corpo di Jimmy, come dei demoni in un film horror; mantenendo però la sua sapienza costruttiva.
Mi sono incuriosito e mi sono andato a informare.
Il progettista è Stefano Pujatti e a Settimo ha progettato due interventi; uno è quello di Via Italia e uno è quello per il recupero della Casa dello Scapolo.

In entrambi i casi l’impresa è stata  la ICG, che ha coinvolto l’architetto, evidentemente ritenendo che questo potesse dare un valore aggiunto all’intervento. Non è una cosa scontata.

Quante imprese, oppure semplici privati, nel decidere a chi affidare la progettazione delle proprie case danno la priorità all’estetica?

Quanti se ne fregano, per quieto vivere, ma poi finiscono con il realizzare opere banali e anonime?

E c’è da dire che l’impresa deve avere apprezzato il lavoro, visto che poi ha stabilito di istituire la sua sede nello stesso edificio di Via Italia.
Ho scoperto che l’architetto ha realizzato in zona altre cose altrettanto interessanti (a Gassino, a Chieri, a Borgaretto). Opere su cui si scrivono articoli e biografie.

L’ho contattato, l’ho raggiunto in un casolare sperduto nella campagna intorno a Chieri e l’ho intervistato.
Qui potete trovare l’intervista completa.

Di seguito vi riporto alcuni stralci.

GP – La prima cosa che mi incuriosisce del lavoro che hai fatto a Settimo è il fatto che tu sia stato coinvolto direttamente da una impresa edile: un’impresa “illuminata” che ha saputo scegliere un architetto non ordinario.
SP – Si loro sono brave persone con cui ho costruito molto; i Rosso una famiglia con diverse anime con cui ho operato a Settimo e nei dintorni.  ICG è una delle anime di questa famiglia, uno dei due soci è il geometra Bono, da loro è nata la richiesta di ristrutturare questa abitazione.
Avevamo ovviamente dei limiti economici definiti, quindi senza possibilità di “strafare” e dovevamo confrontarci con la mentalità di gente abituata a costruire, con tutti i pregiudizi che possono esserci sulla costruzione.

[…]

GP – Però quando ti hanno chiamato sapevano già chi eri e cosa facevi.
SP – Si avevo già lavorato per loro, per lavori dello stesso livello o anche qualcosa di meno importante. Avevamo fatto un altro intervento a San Benigno sul Canavese ed era venuto un bel lavoro; di cui eravamo entrambi soddisfatti; quindi ci hanno chiesto di ripetere l’esperienza e siamo riusciti a salire un gradino più in su fino a fare il progetto di Via Italia; infine come conseguenza è nato il progetto della Casa degli Scapoli sempre a Settimo; un intervento in cui abbiamo semplicemente mantenuto la struttura esistente e rafforzato l’esterno.
GP – Tornando su Via Italia, il fatto di mantenere la facciata originaria sulla via principale è stata una imposizione amministrativa o una scelta progettuale?
SP – Non abbiamo nemmeno provato a proporre qualcosa di diverso, la casa era in condizioni abbastanza buone, per cui non c’era nessun motivo per andare a buttarla giù e abbiamo fatto un intervento di conservazione. Io non sono contrario a mantenere il preesistente, è una facciata che funziona con il resto del quartiere quindi non l’abbiamo proprio toccata. Non abbiamo aggiunto né tolto finestre, l’abbiamo lasciata esattamente come era. Ci siamo accontentati di lavorare sul corpo interno, il cortile e la facciata retrostante.

[…]

GP – C’è anche un atteggiamento culturale, per cui la società vede le cose in un certo modo finché tutti riconoscono che un dato oggetto va bene per un determinato uso.
SP – Molte volte la risposta che viene data per risolvere il problema (è di tipo tecnologico): “ah non si può!”
GP – “Si è sempre fatto così”.
SP – “Non si fa perché si è sempre fatto così”, ecco, questa cosa qua mi ha sempre dato un po’ fastidio; in realtà si può, bisogna solo pensare a tutto quello che gli va attorno. Va capito qual è il problema e va risolto il problema, non va data la risposta ……
Dare la risposta è la cosa più semplice, risolvere il problema è la cosa più difficile.
GP – O meglio, pensare di avere già la risposta prima ancora di avere posto la domanda. Perché alle volte parti già dal presupposto che la risposta è quella giusta.
SP – Il mattone da interno esposto all’esterno si rovina; e io dico “e se a me piace che si rovini?” Abbiamo risolto il problema: “mi piace che si rovini!”
Una volta il jeans che si scoloriva era un problema, oggi li compri già scoloriti. È cambiato il mondo.
Nel mondo delle costruzioni una volta un ferro ruggine era un problema, oggi si fanno le case in Corten.

[…]

Parliamo di Settimo

SP – Sei io fossi il sindaco di Settimo tenterei di capire cosa c’è da fare a settimo e come si può andare a fare questa cosa. Qual è la miglior risposta per Settimo, non per il resto del mondo. Settimo è un posto ben definito, geograficamente, climaticamente e quant’altro. Qual è la risposta che funziona per Settimo, e qual è l’esigenza di Settimo. Ci sono risposte che non sono risposte che arrivano continuando a fare quello che si è sempre fatto o andando a pescare quello che si è fatto in altri posti. Settimo può avere una sua identità. Quale? Io non lo so, non conosco la risposta, forse ancora manca una vera domanda.
GP – Quindi più che una risposta un sindaco dovrebbe dire qual è la domanda; e un architetto dovrebbe trovare la risposta.
SP – Magari; sarebbe un sindaco già molto illuminato. Comunque il sindaco di Settimo saprà benissimo cosa fare, non ha certo bisogno del mio consiglio.
GP – Non voglio entrare nel merito specifico di Settimo ma parlando di Settimo è interessante fare un ragionamento più ampio.
SP – La pubblica amministrazione ha una grande responsabilità. Purtroppo una normativa italiana abbastanza complicata e nata dall’idea che il politico non debba avere responsabilità di scelta, questa deve essere affidata ai tecnici. Ciò ha fatto in modo che non si possano fare scelte di tipo architettonico; e le scelte vengono fatte in modo pseudoscientifico, cioè ci si affida esclusivamente ai numeri. Se puoi vantare nel curriculum di avere realizzato mille metri cubi allora vali qualcosa; se ne hai fatti solo tre ma bene, allora non vali niente. E questo dovrebbe produrre delle scelte oggettive? Ovvero la gente pensa davvero che questa sia una scelta di tipo scientifico?
[…] se uno ha fatto una scuola continua a fare scuole, se uno ha fatto cimiteri continua a fare cimiteri; e non c’è niente di più deleterio per l’architettura.

[…]

Insomma io penso che le amministrazioni comunali abbiano delle grosse responsabilità, potrebbero prendere in mano la situazione, potrebbero gestire lo sviluppo delle città. Lo potrebbero fare attraverso scelte anche rischiose: ma senza scelte non si hanno risultati.
Non è che si può pretendere che da sola una città diventi una bella città.
Soprattutto in questo periodo storico.
Mille anni fa la città diventava, quello che oggi sono i nostri borghi medioevali, per un semplice motivo, si creava omogeneità; la tecnologia era cosi limitata che, a parte i grandi palazzi e i monumenti, che non appartengono alla città diffusa, i borghi che ci piacciono tanto sono costruiti con pochi materiali locali e con tecnologie che variano poco. Si usava ciò che c’era, con delle maestranze che padroneggiavano le tecniche costruttive del luogo. Questo ha definito il carattere del nostro patrimonio costruito.
Oggi possiamo avere materiali diversi, esperienze diverse, capacità diverse, forme diverse, ottenere quello che vogliamo; è molto più difficile controllare la forma di una città.
GP – Ma è così necessario?
SP – Controllare la forma di una città? no, però fare delle scelte e mostrare delle direzioni, si

[…]

SP – Il gusto si evolve e va coltivato!
Adesso all’interno di un paese come Settimo, è chiaro che l’80-90 % delle persone ti diranno “che schifo quella casa li di Settimo”, che ha fatto Pujatti; però il fatto che tu mi chiami, e che sei un architetto e che hai studiato architettura, e che mi abbiano chiamato molti altri per quella casa, vuol dire che forse ha seminato qualcosa nel paese.

[…]

Quando l’abbiamo fatta c’erano molti che protestavano. Niente di particolare, era anche un intervento meno rilevante rispetto ad altri. Dopo dieci anni pare che a qualcuno interessi un po’ di più.
Abbiamo una responsabilità come architetti, e come noi ce l’hanno anche gli amministratori. Però gli architetti hanno il 90% della responsabilità.

[…]

17 giugno 2020 Chieri, sede ELASTICOFarm.

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Blogger: Giulio Pascali

Giulio Pascali
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