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IN FOTO <> del 22 gennaio 1921annu ncia la nascita del Partito comunista

Un secolo fa nasceva il Pci

SETTIMO TORINESE. Fu fondato a Livorno, il 21 gennaio 1921, mentre si teneva il diciassettesimo congresso socialista, per iniziativa di Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga, Umberto Terracini e altri. Si costituì quale sezione della Terza internazionale (il Comintern, sorto nel 1919 a Mosca), denominandosi Partito comunista d’Italia (PCd’I; dal 1943 Pci ossia Partito comunista italiano). Se fosse sopravvissuto agli sconvolgimenti del 1989, compirebbe cent’anni. Ma l’anniversario, fra reminiscenze e afflati nostalgici, è comunque celebrato.

Da alcuni mesi, nelle librerie, è tutto un fiorire di libri sull’evocativo centenario. Esultando, l’Associazione Enrico Berlinguer non rinuncia a interrogarsi: che cosa induce tanti intellettuali che comunisti non sono mai stati a riflettere sulla storia del Pci con un’attenzione e una passione non riservate a nessun altro partito, compresa la Democrazia cristiana che ebbe un ruolo ben più rilevante in Italia?

Come sempre, trattando di eventi minuti in luoghi circoscritti, la cosiddetta microstoria può aiutare a comprendere meglio i fenomeni di più ampia scala. Settimo Torinese, dove il Pci pervenne a conseguire il 51,43 per cento dei voti alle elezioni politiche del 20 e 21 giugno 1976, costituisce un bel caso di studio, anche se le vicende locali del partito rimangono da indagare. Scorrendo la raccolta del quotidiano «L’Ordine Nuovo» si scopre che una riunione del Fascio giovanile comunista di Settimo fu annunciata sin dal 28 gennaio 1921: vi fece seguito un’assemblea della sezione, il 9 febbraio successivo. Di lì a quattro giorni vennero convocati i fasci giovanili di Settimo, Fornacino e Mezzi Po (minuscola borgata allora compresa nel territorio di Gassino) per costituire una sezione unica.

Due consiglieri comunali di maggioranza, Celestino Bestoso e Giacomo Cravero, subito aderirono al Pcd’I, rassegnando il mandato nelle mani del sindaco Luigi Raspini che presiedeva una giunta municipale socialista. Così si usava all’epoca, quando i pubblici amministratori reputavano di non riconoscersi più nella compagine in cui erano stati eletti. Una prassi encomiabile dei tempi che furono. Ma la giunta invitò i due consiglieri a ritirare le dimissioni osservando che, «malgrado la scissione avvenuta in seno al Partito socialista, […] tanto l’una quanto l’altra parte» avevano «per fine di tutelare gli interessi del proletariato. Un’ulteriore encomiabile prassi dei tempi che furono.

Quando Cravero e Bestoso, di lì a breve tempo, abbandonarono anche il Pcd’I, angustiati da un travaglio che si presume non soltanto politico, Raspini rinnovò ai due la propria fiducia e quella della giunta municipale. Al primo, in particolare, scrisse: «Di fronte alla crisi che presentemente travaglia il Partito socialista – per cui molti uomini sono passati dal campo socialista al comunista e viceversa oppure, assaliti dal dubbio, sono rimasti in una posizione indipendente – non si deve più fare una questione di “tessera” o di “etichetta”. Basta che gli ex compagni non si siano macchiati di indegnità, che abbiano mantenuta integra la loro devozione alla causa proletaria e che questa grande causa, di sopra delle tendenze o delle frazioni, siano sempre pronti a difendere con lealtà e con coraggio». Raspini, si sa, non era un settario. Lenin, Stalin e anche Palmiro Togliatti la pensavano in modo diverso.

IN FOTO Cartolina commemotiva di Antonio Gramsci, uno tra i fondatori del Partito comunista d’Italia

Le corrispondenze pubblicate nel corso del 1921 dal quotidiano «L’Ordine Nuovo» documentano l’intensa attività dei comunisti per consolidare e allargare il consenso fra i lavoratori di Settimo Torinese, all’interno delle leghe e in tutti quegli ambienti che costituivano il tradizionale tramite dell’influenza socialista. L’azione politica s’indirizzò soprattutto contro il Psi, accusato di non interpretare gli interessi dei lavoratori, ma quelli della piccola borghesia, come si vide durante la campagna per le elezioni del 15 maggio 1921, dopo le dimissioni del governo presieduto da Giovanni Giolitti e lo scioglimento anticipato della Camera. In Settimo lo scontro all’interno della sinistra andò a scapito dell’affluenza alle urne: infatti solo il 63 per cento degli elettori, contro il 69 del 1919, si recò a votare. I comunisti ottennero 169 suffragi, contro i 494 dei socialisti. Un risultato discreto, ma ormai la sinistra risultava ferocemente divisa. I due partiti – come avrebbe potuto dire Alessandro Manzoni – erano «l’un contro l’altro armato».

Per i comunisti settimesi, l’ora dei grandi successi sarebbe scoccata assai più tardi, negli anni Settanta. Ma questa è un’altra storia. Anch’essa tutta da scrivere. 

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Blogger: Silvio Bertotto

Silvio Bertotto
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