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La tragedia della Galisia (Alpine partisan)

Non è cosa di tutti i giorni che una terza classe di liceo traduca un intero volume e che il risultato sia talmente lusinghiero da far sì che venga pubblicato e diffuso in ambito extra-scolastico. Ancor meno prevedibile che da quella traduzione prenda l’avvio una ricerca storica capace di arrivare là dove la ricerca ufficiale non era approdata. E’ quanto accaduto agli studenti che lo scorso anno frequentavano la Terza B presso il Liceo “Aldo Moro” di Rivarolo i quali, nell’ambito di un Laboratorio Storico-Linguistico e di Educazione alla Cittadinanza, sotto la guida dell’insegnante d’Inglese Maria Elena Coha, avevano intrapreso la traduzione del libro “Alpine Partisan” del giornalista inglese Vivian Milroy. Pubblicato a Londra nel 1957, è basato sulla testimonianza di Alfred Southon, l’unico inglese scampato alla tragedia del Colle Galisia e, nonostante la sua importanza nel ricostruire quella terribile vicenda, non era mai stato tradotto integralmente in lingua italiana. I ragazzi del liceo hanno colmato questo vuoto, rendendo così disponibile per tutti un testo che si è rivelato ricco di sorprese: solo la sua parte finale è dedicata alla fatale traversata nella tormenta. Il racconto di Southon inizia infatti dalla sua cattura in Libia quindi descrive i campi di prigionia italiani, la fuga dopo l’8 settembre, l’accoglienza offerta ai fuggitivi dalla popolazione canavesana, rivelandosi una preziosa fonte di informazioni su quella che le autorità britanniche avrebbero in seguito definito “The Strange Alliance – L’Alleanza Inattesa”. Ce n’era a sufficienza per spingere un appassionato di storia ad approfondire l’argomento: così è successo alla professoressa Claretta Coda, che avrebbe dovuto completare il lavoro dei suoi allievi “con una semplice prefazione, una cornice per inquadrare il contesto della vicenda”. Si è invece impegnata in un accurato lavoro di ricerca, condotto tanto sui documenti che sul campo, con l’aiuto di altri studiosi e di alcuni soci del CORSAC. Esaminando i documenti ufficiali dell’Esercito Britannico e gli archivi pubblici e privati sulla Resistenza nel Canavese e confrontandoli con le testimonianze dirette di quanti conobbero ed ospitarono gli ex-prigionieri, le è stato possibile a distanza di settant’anni “dare un nome a tutti quei giovani” morti nel tentativo di valicare le Alpi per raggiungere la Val d’Isère liberata. Ed ha anche potuto ricostruire una pagina di storia (quella degli ex-prigionieri alleati in Canavese) rimasta finora immersa nell’ombra. “I frutti di tutti questi lavori non potevano rimanere confinati a una ristretta cerchia di studiosi – spiega il presidente del CORSAC Giovanni Bertotti – per cui il Consiglio Direttivo dell’associazione ha ritenuto giusto e meritevole affidarli alle stampe nella sua collana storica”. Ne è uscito un volume di oltre quattrocento pagine, per metà costituito dalla traduzione del libro di Milroy “Alpine Partisan – La sopravvivenza del soldato Alfred Southon” e per l’altra metà dalla Ricostruzione Storica “I prigionieri Inglesi in Canavese e la Tragedia del Colle Galisia”. Pubblicato dall’editore Mauro Baima Besquet con un’Introduzione di Gianni Oliva, è stato presentato al pubblico venerdì 24 ottobre nell’ex-chiesa della Trinità di Cuorgnè, in apertura del ciclo autunnale di “Incontri del Venerdì” del CORSAC.

 

Il lavoro degli studenti

 

Il lavoro che gli studenti dell’allora Terza B hanno condotto non è stato un compito di routine: l’emozione è un sentimento che li ha accompagnati costantemente. Se traducendo la prima parte del libro di Milroy erano prevalsi in loro l’interesse e la curiosità “nel ripercorrere la storia del Canavese durante la Seconda Guerra Mondiale e nello scoprire le condizioni di vita misere di molti contadini”, il racconto della tragedia consumatasi tra le nevi del Galisia li ha commossi, dividendoli tra l’angoscia per quei terribili avvenimenti e l’ammirazione per i soccorritori che dapprima cercarono di portare in salvo i superstiti e poi, sei-sette mesi più tardi, s’impegnarono nella ricerca e nell’identificazione dei corpi rimasti intrappolati nella neve. Questo si ricava dai loro interventi durante la serata di presentazione del volume La traduzione si è rivelata ben più complessa del previsto: il gergo militaresco, le parole dialettali, le frasi a doppio senso spesso utilizzate da Southon erano difficili non solo da rendere in italiano ma anche da comprendere. Fondamentale è stato l’aiuto della docente incaricata del Lettorato in Lingua Inglese, Jill Davis, che la sua collega Coha ha ringraziato, spiegando come ella stessa abbia incontrato delle difficoltà e spesso “sia ricorsa all’aiuto di suo padre, avendo a che fare con modi di dire poi caduti in disuso”. E’ strano che questa testimonianza tanto importante non fosse mai stata resa accessibile ai lettori italiani. “Nei primi Anni Sessanta – ha spiegato il Bertotti – ne era stata fatta una traduzione parziale: venti o trenta pagine in tutto, quelle che descrivevano la tragedia del Galisia. In realtà il libro è poco noto anche in Gran Bretagna. Un primo motivo è dovuto alla sua pubblicazione all’interno di una collana di opere romanzate: se fosse stato edito come testo storico sarebbe invece arrivato nelle biblioteche e sarebbe stato conosciuto e citato dagli studiosi. Il secondo motivo è di natura psicologica: per vent’anni la propaganda reciproca aveva messo l’Italia e l’Inghilterra l’una contro l’altra ed ai britannici doveva parere poco realistico che i loro connazionali prigionieri fossero stati trattati decorosamente, messi a lavorare fianco a fianco con gli operai italiani (diventandone amici) e che, una volta fuggiti, avessero trovato accoglienza e protezione nelle case dei contadini”. Il lavoro compiuto ora dalla professoressa Coda ha portato all’acquisizione di dati inediti sui prigionieri presenti nel campo di Spineto: “Abbiamo ricevuto dall’Inghilterra la lista con i nomi dei cinquanta internati: l’impiegato del campo se l’era portata via al momento della fuga. Grazie a questi preziosi dati ed all’incrocio con le informazioni ottenute da coloro che conobbero ed ospitarono gli ex-prigionieri, siamo riusciti ad individuare, nei limiti del possibile i nomi dei morti. Metà di loro, qui in Canavese, un nome non lo avevano!”.

 

 

LA TRAGEDIA DEL GALISIA. FATTI E POLEMICHE.

 

La tragedia del Galisia, di cui ricorrerà nei prossimi giorni il settantesimo anniversario, rappresenta uno degli episodi più luttuosi e discussi della Lotta partigiana nel Canavese. Ha caratteristiche differenti rispetto agli altri eventi di allora: fu infatti insieme tragedia di guerra e di montagna, che vide perire nel gelo e nella tormenta, durante una traversata intrapresa e proseguita in condizioni ambientali impossibili, un numero di uomini che ancor oggi risulta imprecisato. Le valutazioni oscillano fra i trentasette ed i quarantuno; la lapide posta sul colle dice quaranta: venticinque inglesi e quindici partigiani. A tentare la traversata furono infatti un gruppo di ex-prigionieri inglesi (intenzionati a ricongiungersi con il proprio esercito nella Francia liberata) ed i partigiani che li accompagnavano, appartenenti ala VI Divisione di Giustizia e Libertà del comandante Bellandy. Partiti dal rifugio situato sul Colle dell’Agnel (Alta Valle dell’Orco) alle 10 del mattino dell’8 novembre 1944 – mentre la neve cadeva fitta e la visibilità era scarsa – dopo una salita indicibilmente lenta e dolorosa furono raggiunti dal buio prima di aver trovato il rifugio del Prariond, che li avrebbe potuti salvare: erano a pochi minuti di cammino ma l’edificio, sommerso dalla neve, non era visibile ad occhi inesperti. Dopo aver trascorso la notte all’addiaccio, il grosso della spedizione ripartì, lasciando indietro quattro uomini: due inglesi non più in grado di proseguire (Walter Rattue ed Alfred Southon) e due partigiani incaricati di assisterli: Giuseppe Mina e Carlo Diffurville. Sembravano destinati a morte certa, in attesa di soccorsi che non arrivarono mai. Dopo altri due giorni e due notti, Mina e Diffurville si misero in cammino per cercare a loro volta aiuto. Raggiunsero il rifugio prima di notte ed il giorno successivo li attendeva una terrificante scoperta: tutti i loro compagni erano morti assiderati. Vennero fortunosamente avvistati da altri tre partigiani (bloccati da giorni in Val d’Isère dov’erano giunti con Bellandy per rifornirsi di armi) ma nulla si poté fare per i due inglesi, essendo nel frattempo ripresa la tormenta. Rimasero per altre cinque notti sotto il roccione, esposti al vento ed alle tormente di neve, senza cibo né coperte: Rattue morì la penultima notte, Southon venne ritrovato –anche lui per puro caso, nessuno pensava potesse essere ancora in vita – la mattina del nono giorno. Di quaranta uomini ne rimanevano vivi tre: ma Giuseppe Mina sarebbe morto due anni più tardi senza essersi mai ripreso. Southon subì l’amputazione delle gambe e di tre dita della mano destra eppure, grazie ad una ferrea forza di volontà, riuscì a tornare ad una vita normale. L’unico a non riportare gravi conseguenza fu Carlo Diffurville, che nella tragedia aveva tuttavia perso un fratello. Sarebbe morto nel 1973, Southon vent’anni più tardi. Inevitabili le riflessioni, i giudizi, le polemiche su un fatto così grave, che è rimasto impresso con forza nella memoria collettiva. Anche nello studio pubblicato ora si è cercato di “ricostruire la vicenda, soppesare le variabili, vederne il gioco e l’interazione reciproca ma – concludono Coda e Bertotti – giunti alla fine, non ci sono più parole. La tragedia è stata elaborata, i morti sono stati sepolti, i loro nomi nel limite del possibile sono stati trovati. Ora vogliamo stare in silenzio . Onorarli. E lasciarli andare…”

 

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