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TORINO. Tff: tre donne in una Damasco in ‘Coma’

Se a Bruxelles ci si è chiusi in casa qualche giorno per la paura di attentati, a Damasco questo accade da molto più tempo e non senza dolore. È quello che racconta la regista siriana Sara Fattahi parlando di tre donne che vivono nella capitale siriana ed esattamente una nonna, una madre e una figlia (lei stessa) chiuse in casa tutto il giorno in una città che sta lentamente morendo. Unico rumore di sottofondo di questo film claustrofobico quello delle soap-opera siriane con la loro retorica nazionalista che continuamente animano questa casa che sembra vissuta da tre fantasmi.

A confrontarsi, insomma, tre generazioni di donne della stessa famiglia che condividono questa casa ovviamente con tre diversi bagagli di esperienze e ricordi, ma anche con la stessa volontà di sopravvivere comunque e sempre a una guerra che sembra non avere mai fine e a cui sono ormai troppo abituate.

E la città? La città è dietro le persiane abbassate, una Damasco dove gli uomini quasi non esistono più, dove tanti sono scappati, e dove queste tre donne cercano, sempre con gli stessi rituali e ostinazione, di trovare comunque un senso, di sopravvivere.

Insomma, la guerra civile fa danni inimmaginabili. E contro questa guerra si può fare ben poco se non far finta di niente.

Sara, insieme alla madre divorziata e alla nonna, consuma le sue giornate tra caffè, tv e preghiera. Il film ovviamente non concede nulla al glamour, ma racconta solo una cronaca troppo cronaca per diventare appetibile, fiction. ‘Coma’ ha invece tutta la forza di quella realtà che non va sui giornali, ma che racconta solo il quotidiano. Ma il film ci dice anche come la guerra, e la relativa paura, assopisca alla fine tutto; persone, città e anche, a volte, coscienze.

Queste le parole della regista nata a Damasco nel 1983: “Di fronte a tutta questa morte io non ho missili o armi per fermare il senso di abbandono che si prova in questi casi. Ho solo la vita con mia madre, mia nonna e la condivisione di giorni mentre siamo prigioniere del passato nella nostra casa. Pochi mesi dopo il mio primo incontro con questo tipo di solitudine, dovuta alla guerra e alla forza degli eventi, ho pensato di registrare ogni momento della vita di queste donne. Ecco perché il film – conclude Fattahi – è prima una mia testimonianza, poi quella di queste donne e, infine, della mia città Damasco”.

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Blogger: Fabio Mina

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