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TORINO. Tav: Ue, Italia non ritardi o dovrà ridare contributi

Non solo con lo stop alla Tav Torino-Lione,
anche causando ritardi nei cantieri l’Italia rischia di dovere pagare
dei risarcimenti, sotto forma di restituzione dei fondi europei
assegnati. E’ il monito che arriva dalla Ue, preoccupata della fase
di stallo nel nostro Paese sull’infrastruttura più discussa.
Il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli
nega che ci siano pericoli di questo tipo: “La Ue non si deve
preoccupare – replica – ho parlato con la commissaria ai Trasporti
Violeta Bulc e le ho spiegato che, con la Francia, stiamo
condividendo un percorso di verifica di costi e dei benefici di
un’opera tanto impattante, senza compromettere la disponibilità del
finanziamento europeo”. E Matteo Salvini, di fronte al rischio
‘penali’, osserva: “Immagino che farà parte dell’esame costi-benefici
che stanno facendo i tecnici”.
Per la tranche di lavori che saranno ultimati entro il 2019 la Ue ha
assegnato – a Italia e Francia – un contributo complessivo di 813
milioni di euro. “E’ importante – ha sottolineato un portavoce della
Ue – che tutte le parti mantengano i loro sforzi per completare
l’opera in tempo, in linea con l’accordo di finanziamento”.
Ieri, nell’incontro a Palazzo Chigi con il mondo imprenditoriale che
insiste affinché sia dissolto ogni dubbio sulla realizzazione della
nuova Torino-Lione, il governo ha confermato la chiusura
dell'”analisi preliminare” del rapporto costi/benefici “entro
dicembre”, rinviando però la decisione definitiva sulla Tav alla
primavera. Una prospettiva che sembra infastidire l’Europa e che
potrebbe tradursi in modifiche all’accordo sui finanziamenti. “La
situazione – ha spiegato il portavoce della Ue – è monitorata da
vicino dalla Commissione Ue e dall’Agenzia esecutiva per le reti e
l’innovazione (Inea), in contatto con le autorità francesi e
italiane. A seconda degli sviluppi nelle prossime settimane, nella
prima parte del 2019 potrebbero essere necessari cambiamenti
all’accordo di finanziamento per modificare l’ambito dell’azione e i
suoi tempi”.
Ritardi si sono già accumulati, con il congelamento delle gare
d’appalto per cantieri che avrebbero essere aperti a inizio 2019. Il
ministro Toninelli oggi è stato contestato, durante il question time
a Palazzo Madama, dai senatori delle                 opposizioni che
l’hanno accusato di “non rispondere alle domande” sulla Torino-Lione.
“Un comizietto imbarazzante e imbarazzato”, l’ha definito Salvatore
Margiotta, capogruppo Pd in commissione Lavori Pubblici. “L’analisi
costi benefici sarà resa pubblica – ha ribadito il ministro Toninelli
– sarà condivisa con il Governo francese e sarà presentata insieme a
una parallela analisi tecnico-giuridica. Ma fra credere che tutto lo
sviluppo infrastrutturale del Paese dipenda da una singola opera è
estremamente riduttivo e offensivo nei confronti degli italiani”.
La Ue, però, ha voluto ammonire che la Torino-Lione non può essere
vissuta da nessuno come una questione solo italiana. “E’ un progetto
importante per l’intera Ue, soprattutto nel contesto del corridoio
Ten-T Mediterraneo”, che attraversa un’area abitata dal 18% della
popolazione dell’Unione Europea, che vale il 17% del Pil del continente.
Oggi Telt, la società incaricata di realizzare e poi gestire la
Torino-Lione, che secondo la tabella di marcia dovrebbe entrare in
esercizio nel 2030, ha pubblicato sui canali social il terzo
videoclip. Il tema è questa volta quello delle ricadute economiche e
occupazionali: Telt ha ricordato che a pieno regime la Tav darà
lavoro, diretto o indiretto, a 8000 persone, mentre ogni euro speso
ne genererà 3,77 per il Pil, secondo lo studio del gruppo Clas. E
sabato per contestare questi dati e anche il rischio di penali e
risarcimenti che graverebbe sull’Italia, il movimento No Tav ha
organizzato un corteo nel centro di Torino.

Da un lato “l’ideologia ottocentesca che
giustifica e rilancia una economia insostenibile e socialmente
ingiusta”; dall’altro, “dati, fatti e argomenti”.
Quelli che il popolo No Tav intende portare in strada, sabato a
Torino, “per far capire che abbiamo cose da dire mentre dall’altra
parte c’è solo propaganda”. Un mese dopo la piazza sì Tav, tocca a
chi si oppone al supertreno manifestare contro “una narrazione
fasulla e falsata”. Dell’opera, considerata un “inutile sperpero di
risorse” e un “danno per l’ambiente”, ma anche di una idea di futuro
diverso, per loro “più che mai attuale”.
Nel giorno della ‘liberazione di Venaus’, dove nel 2005 una folla di
manifestanti costrinse le forze dell’ordine ad abbandonare il
presidio del cantiere di allora, in piazza Statuto, sabato alle 14,
arriveranno non soltanto dalla Valle di Susa. “Per chi ci vuole
contare non saremo mai abbastanza”, dice Lele Rizzo, del centro
sociale torinese Askatasuna, una delle anime del movimento No Tav.
“Se ci è stata lanciata una sfida sotto traccia, noi sotto traccia la
accettiamo ed è per questo che, invece di fare una iniziativa in
Valle, abbiamo deciso di venire a Torino”, aggiunge senza mai parlare
della piazza del 10 novembre. “Sono trent’anni che siamo qui –
insiste – con una idea di futuro molto più motivata e attuale di
quella che si vuol far credere”, sostiene allontanando dal movimento
l’immagine pittoresca “dei montagnini con le capre e con le mucche
che ci vogliono appiccicare addosso”, riferimento alla descrizione
fatta di loro da una della madamin organizzatrici della
manifestazione sì Tav.
In piazza, anche alcuni francesi con tanto di gilet gialli.
“E’ una delegazione di amministratori, non arriveranno certo i
facinorosi – puntualizza Alberto Perino, storico leader No Tav – Sono
preoccupati per il futuro delle loro valli ed espressione del
movimento ambientalista che condividono alcune delle richieste del
movimento francese dei gilet jaunes”. Numerosi saranno anche gli
amministratori locali, in testa il vicesindaco di Torino Guido
Montanari con tanto di fascia tricolore, espressione di una
amministrazione comunale che si è detta contraria alla Tav sin dal
giorno del suo insediamento.

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