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TORINO. Ricatto osé a compagna scuola, ventenni a processo

Due ragazzi di venti anni sono processati in tribunale a Torino con l’accusa di avere sottoposto una compagna di scuola a un ricatto sessuale. Minacciando di diffondere una foto osé l’avrebbero costretta a fare alcuni favori, dai compiti al pagamento di consumazioni come le pizze. La causa è cominciata stamani davanti al giudice Federica Gallone. I due imputati sono assistiti dagli avvocati Costanza D’Ormea, Antonio Mattiale e Massimiliano Peiretti. La vicenda comincia nel giugno del 2017 quando, in un periodo di corsi di recupero, uno dei due ha un rapporto sessuale con la compagna nei bagni di un istituto di Torino e le scatta la foto poi utilizzata nei mesi successivi. L’inchiesta, coordinata dal pm Valentina Sellaroli, ha preso le mosse dopo la denuncia di una docente che era stata allertata da altri ragazzi. La giovane, oggi ventunenne, aveva avuto difficoltà nel rendimento scolastico ed era stata bocciata prima dell’esame di maturità. La famiglia si è costituita parte civile.

Sulle prime le era sembrato uno scherzo innocuo fra amici. Poi, quando la storia è trapelata, ha cominciato ad “avere paura” e a “non riuscire più a studiare”. E’ quanto ha spiegato al tribunale di Torino la ventunenne vittima di un ricatto a luci rosse da parte di due compagni di scuola. Il 17 giugno 2017 la giovane si era intrattenuta in un bagno dell’istituto con uno dei due ragazzi, che aveva scattato una fotografia: “Pensavo che stesse guardando il cellulare. Solo dopo mi ha detto che aveva preso l’immagine. Scherzando, lui e l’amico mi dicevano che se non avessi fatto qualcosa per loro l’avrebbero mandata alla mia sorellina di 11 anni. Per ‘qualcosa’ intendevano uscire, fare i compiti, pagare la pizza”. Doveva anche chiamare l’amico “il mio padrone”, ma “era per scherzare”. A novembre la fotografia cominciò a circolare: i compagni di classe informarono i loro rappresentanti e una docente presentò una denuncia. “Avevo paura. I miei genitori non sapevano nulla. Nel febbraio 2018 la professoressa ha informato mio padre in un colloquio. Mia madre l’ha saputo lo scorso gennaio quando ci è stato notificato l’inizio del processo”. “Per questa storia non riuscivo più a studiare. Non ero concentrata abbastanza. E alla fine non sono stata ammessa alla maturità. Avevo paura che i miei lo venissero a sapere. Ma la classe già sapeva, e io ero imbarazzata”. Anche secondo gli imputati la vicenda va inquadrata come uno scherzo: entrambi, in aula, hanno fatto presente che la ragazza ha continuato a frequentare il gruppo fino a pochi mesi fa.

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