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Cesare Nosiglia
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TORINO. Profugo ex Moi di Torino suicida: “Ferite interiori”

Sì è impiccato nella casa di accoglienza che gli aveva aperto le porte dopo anni da abusivo negli scantinati dell’ex Moi, le palazzine dell’ex villaggio olimpico in fase di sgombero. Gaye Demba, originario del Gambia, si è tolto la vita per le “ferite interiori – come le definisce l’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia – che non siamo riusciti a curare”.
Gaye aveva 28 anni. Regolare in Italia, aveva vissuto al Moi fino al primo sgombero del novembre 2017. Da quel momento era stato preso sotto le ali della Diocesi di Torino, insieme ad altri immigrati accomunati dallo stesso destino. “Era un ragazzo gentile, ben voluto da tutti – spiega Sergio Durando, direttore della Pastorale Migranti – ma purtroppo con forti derive depressive, e aveva anche già tentato di togliersi la vita un paio di mesi fa, tanto da convincere i responsabili a sottoporlo ad un Tso all’ospedale Mauriziano. Era poi uscito e sembrava stesse meglio, ma invece non era vero. Era anche consapevole di questa sua forte sofferenza tanto che aveva accettato di seguire un percorso apposito per questo tipo di disturbi”.
La morte di questo giovane profugo ha colpito la comunità diocesiana, gli operatori e anche gli amici nordafricani che  vivevano con lui e che negli ultimi mesi gli avevano fatto cerchio intorno “per difenderlo da se stesso”. “Era collaborativo – aggiunge Durando – aveva partecipato anche a diversi corsi di formazioni, in particolare un laboratorio di falegnameria, e anche a progetti di lavoro come, recentemente, un intervento di pulizia dei giardini avviato dalla parrocchia San Giulio d’Orta”.
“Il gesto di questo ragazzo obbliga tutti quanti a riflettere sulle ferite interiori che hanno segnato lui e tanti altri immigrati come lui – dichiara l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia – sono queste le stesse ferite e le stesse fragilità a cui ciascuno di noi è esposto. Fragilità che non dipendono dal colore della pelle, né dal passaporto, né dal conto in banca.
Chiedo a tutti di contribuire a far crescere nella nostra città un clima che non sia di odio, né di rifiuto, né di paura, ma invece di reciproca accoglienza, attenzione e rispetto”.
Demba era solo, ma pare avesse un cugino a Milano. “Stiamo cercando di contattarlo – dice Durando – Gaye si portava dentro un disagio dalle radici lontane, aveva un tormento interiore profondo che abbiamo cercato in tutti i modi di contenere. Per questo la sua morte è particolarmente difficile da elaborare, anche da parte degli operatori che avevano fatto un forte investimento umano per aiutarlo”

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