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Piazza San Carlo nella serata della finale di Champions League

TORINO. Panico di piazza San Carlo, tutta colpa di una rapina con spray

C’era una rapina dietro le ondate di panico che trasformarono la serata di piazza San Carlo in una bolgia infernale. Un gruppo di ragazzini che, per racimolare cellulari, portafogli e catenine, si mescolarono tra la folla e diedero qualche zaffata di spray urticante al peperoncino. Lo avevano fatto altre volte. Ma quella sera, il 3 giugno, fra i tifosi ammassati sotto il maxischermo per seguire la finalissima di Champions League si scatenò il caos: il fuggi-fuggi provocò millecinquecento feriti, uccise una donna e ne rese un’altra tetraplegica.
Li hanno presi dopo dieci mesi: sono quattro, hanno fra i 19 e 20 anni, provengono da famiglie nordafricane composte da persone oneste e perbene. Chi li conosce li definisce un po’ “scapestrati”. E adesso su due di loro si allungano le accuse di omicidio preterintenzionale e di lesioni.
A cadere nella rete tesa dalla polizia e dalla procura (dopo un’indagine che il questore Francesco Messina ha definito “esemplare”) sono in dieci. Una banda di amici che ha colpito con lo stesso sistema tante volte, soprattutto ai concerti: in Italia ma anche in Belgio, Germania, Olanda.
Sette ora sono in carcere, uno ai domiciliari, due all’obbligo di firma. Non si fermarono nemmeno dopo piazza San Carlo. A settembre, sempre a Torino, agirono al concerto di Elisa. Lo scorso gennaio entrarono in azione in una discoteca di Verona.
Sohaib B. detto ‘Budino’, nato a Ciriè (Torino), di cittadinanza italiana, è stato il primo a confessare. Pochi giorni fa, il 2 aprile, parlando al telefono con un amico aveva manifestato dei rimorsi di coscienza: “Sai il casino che è successo l’estate scorsa, quando c’era la Juve? Stavo per andare alla polizia e dire che ero stato io. Te lo giuro, mi sento una merda”. Ma la mattina del 4 giugno, a poche ore dalla tragedia, i quattro non parlavano così: “Ieri sera si ‘faceva’ a meraviglia per quello che è successo”, si scrivevano su Instagram mostrando le immagini del bottino (tre catenine d’oro).
“I risultati che abbiamo ottenuto – commenta il procuratore Armando Spataro – sono il frutto di un lavoro di squadra”. Tante tessere di un solo mosaico unite insieme dai pm di tre pool, dalla Digos, dalla squadra mobile e dagli agenti del commissariato Barriera Nizza. Bisognava non soltanto dare la caccia a chi aveva scatenato il panico, ma anche ricostruire le gravi carenze nell’organizzazione e nella gestione della serata-evento. Ieri sono stati notificati 15 avvisi di chiusura indagine: tra i destinatari la sindaca Chiara Appendino, l’allora capo di gabinetto Paolo Giordana, l’ex questore Angelo Sanna, funzionari del Comune, della Questura e della società che organizzò l’evento. Chiesta invece l’archiviazione per il prefetto Renato Saccone.
“Le omissioni in materia di sicurezza sono in diretta relazione con le conseguenze dell’ondata di panico collettivo che si è abbattuta sulla piazza”, spiega il procuratore Spataro.
Conclusioni contenute, fra l’altro, in una consulenza tecnica svolta da uno specialista della materia, l’accademico milanese Fabio Sbardella.

 

“Ma nessuno ci ridarà Erika”

Speravano nella giustizia per ritrovare un po’ di pace, ma non l’hanno trovata neanche ora che i responsabili del caos di piazza San Carlo sono stati arrestati. Perché niente e nessuno – dicono – restituirà loro Erika, morta a 38 anni per le conseguenze della calca che lo scorso 3 giugno si scatenò davanti al maxischermo per la finale Champions. “Per noi non cambia nulla”, dice sconsolato lo zio della giovane, Angelo Rossi. Poche parole, pronunciate a nome di tutta la famiglia. Che da allora non si è più ripresa.
Erika Pioletti era originaria di Beura Cardezza, piccolo paese a pochi chilometri da Domodossola (Verbania) e dal confine con la svizzera, dove viveva col compagno, Fabio Martinoli.
Impiegata in uno studio di commercialisti, non amava il calcio, ma la sera del 3 giugno aveva deciso di accontentare il suo Fabio, tifosissimo della Juve, e di accompagnarlo a Torino come regalo di compleanno. Un infarto da schiacciamento le ha provocato un gravissimo danno celebrale e la donna è morta all’ospedale San Giovanni Bosco il 15 giugno, dopo 12 giorni di coma.
“Purtroppo Erika – dice lo zio Angelo – non ce la restituisce nessuno”. Proprio come non potrà tornare a camminare Marisa Amato, tetraplegia da quella tragica notte in cui era uscita per fare una passeggiata col marito, Vincenzo D’Ingeo, anche lui ferito ma in modo meno grave. “Non ci sono miglioramenti”, dice l’avvocato della coppia, Nicola Menardo, dello studio Grande Stevens, che ha depositato una richiesta di accesso agli atti “per capire le responsabilità dei singoli e ipotizzare le prime richieste risarcitorie”. “La speranza è che vengano al più presto stabilite le effettive responsabilità per quanto accaduto”, scrive sui social il figlio Danilo, che su Facebook ha aperto una pagina per raccogliere fondi necessari alle cure.

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