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TORINO I giudici: il trattamento ‘degradante’ non è tortura

Fra trattamento “disumano” e trattamento “degradante” corre la differenza che, in Italia, non permette di parlare di tortura. Il tribunale del riesame di Torino ha revocato gli arresti domiciliari per un agente di polizia penitenziaria che un giorno del 2018, insieme a un gruppetto di colleghi, aveva umiliato e picchiato un detenuto nel carcere delle Vallette: le vessazioni erano state “degradanti”, ma non “disumane”. E il reato di tortura, introdotto nel codice penale a partire dal 2017, non può essere applicato. La pronuncia dei giudici è un tassello dell’inchiesta che alcune settimane fa ha portato ai domiciliari sei agenti di polizia penitenziaria che, secondo gli inquirenti, avevano l’abitudine di tormentare i reclusi del blocco C, quelli indagati o condannati per abusi sessuali. Il poliziotto in questione (difeso dall’avvocato Antonio Genovese) a differenza degli altri doveva rispondere di un solo episodio risalente al 17 novembre. Uno dei prigionieri fu costretto a stare quaranta minuti in piedi a faccia al muro e a sentirsi dire “sei un pezzo di m…”; poi venne chiuso in uno stanzino e preso a schiaffi, calci e pugni. Il tribunale del riesame, presieduto da Elisabetta Barbero, ha compiuto una lunga escursione nella giurisprudenza formata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo (a Strasburgo) e, basandosi soprattutto su un paio di sentenze del 1978 e del 2001 per vicende avvenute in Gran Bretagna, ha operato un netto distinguo fra “disumano” (indubbiamente più grave) e “degradante”. E la legge messa a punto dal Parlamento italiano, secondo la lettura dei giudici torinesi, richiede che “a fronte di un’unica condotta”, come nel caso del poliziotto, “il trattamento sia inumano e degradante” nello stesso momento. Perché le due parole sono “unite dalla congiunzione coordinante”, la lettera ‘e’. Nel complesso l’inchiesta della procura, innescata da una denuncia del Garante dei detenuti per il Comune di Torino, non ha subito flessioni. Uno dei sei agenti coinvolti è rimasto agli arresti domiciliari nonostante il ricorso al tribunale del riesame; tre, finora, sono tornati in libertà. Si dovrà solo rifare il capo d’accusa. I giudici infatti hanno affermato che i maltrattamenti, così come raccontati dai reclusi, ci sono stati. Almeno in alcuni casi. Il prigioniero nello stanzino ha detto che “viveva nell’ansia di incontrare i poliziotti perché ogni volta mi picchiavano o sbeffeggiavano”. Ma l’agente tornato in libertà ha preso parte a una sola spedizione punitiva: non può essere lui ad aver provocato quello stato d’animo.

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