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TORINO. Emergenza cinghiali: parla il Parco del Po

La settimana scorsa, questo giornale ha pubblicato la lettera che un gruppo di agricoltori della Collina Torinese ha inviato al Prefetto di Torino sull’emergenza cinghiali. In effetti, sembrano sempre più numerosi gli avvistamenti di cinghiali sul nostro territorio e più consistenti i danni alle colture. E ultimamente si sono verificati anche alcuni gravi incidenti stradali causati da cinghiali.

Secondo Franco Cappellino, ex sindaco di Brusasco e uno dei firmatari della lettera, la situazione è drammatica e ha raggiunto ormai un punto di non ritorno: “Le battute congiunte – dice – sono solo delle farse. Si fa solo finta di cacciare i cinghiali, se ne uccidono troppo pochi. Ormai li abbiamo in casa, girano dappertutto e non hanno paura dell’uomo. Abbiamo un traffico incredibile, un passaggio continuo sulla Statale 590. Il problema diventa sempre più preoccupante, è una questione di sicurezza. Ormai non basta più la sola caccia per controllare i cinghiali e non saprei nemmeno io quali soluzioni proporre. Il fatto è che su questo problema, come su altri, si è creata una responsabilità diffusa, dove nessuno è veramente responsabile, ci sono troppe persone coinvolte e alla fine non si riesce a fare niente. Prima o poi ci saranno delle vittime e dopo si agirà, come si fa sempre in Italia”.

Secondo Roberto Saini, commissario straordinario del Parco del Po Torinese, finora si è attuato tutto quanto era stato programmato: “A novembre, si è tenuta una riunione a Cavagnolo a cui hanno partecipato tutti i soggetti interessati, la Città Metropolitana, gli ATC, il Parco. Si è deciso di aumentare il numero degli interventi, con l’impiego di cacciatori autorizzati. Noi ci siamo impegnati a garantire azioni costanti all’interno del parco e, oltre ai continui interventi notturni dei nostri operatori, da allora sono state realizzate due battute, durante le quali sono stati abbattuti 108 capi. Si è agito in contemporanea all’interno e all’esterno del Parco, per evitare la dispersione sul territorio dei cinghiali in fuga. Questi interventi abbattono il numero, ma non risolvono il problema, perché i cinghiali si riproducono velocemente e si sono diffusi dappertutto. In Germania, in Polonia e in molti altri paesi europei hanno gli stessi nostri problemi. Per quanto riguarda gli incidenti provocati da animali selvatici, ci sono sempre stati purtroppo e il numero si mantiene costante, non c’è un aumento. Per quanto riguarda la pulizia del parco, bisogna dire che il nostro è un parco naturale che deve essere conservato intatto, un bene comune prezioso da trasmettere integro alle generazioni che verranno. In ogni caso, noi stiamo rispettando pienamente il nostro piano di contenimento e le disposizioni della Città Metropolitana”.

Queste disposizioni si trovano nel “Programma per il contenimento del cinghiale” che, fin dal 2001, viene predisposto ogni anno dalla Città Metropolitana. Secondo l’ultimo programma, quello del 2018, “I risultati ottenuti nel corso di oltre 15 anni di attività di contenimento consistono sostanzialmente in una stabilizzazione del fenomeno e in una recente probabile flessione delle popolazioni presenti sul territorio, che si traduce in una riduzione dei danni accertati in agricoltura.”

“Il verificarsi continuo di danni alle colture agricole da parte del cinghiale – continua il documento – è ormai una realtà consolidata, con un impatto economico non indifferente”. Nel 2016, ultimo anno di riferimento, i danni causati dai cinghiali nel territorio della Città Metropolitana, in particolare nelle zone ai confini con i parchi, ammontano ad oltre 450.000 euro, con oltre 500 eventi dannosi. Negli ultimi anni c’è stata una riduzione del fenomeno: fino al 2010, i danni causati da cinghiali superavano il milione di euro, con oltre mille eventi dannosi all’anno. Tuttavia, si legge sempre nel documento, è probabile che “l’entrata in vigore del regime del de minimis per l’indennizzo dei danni in agricoltura abbia indotto alcuni imprenditori agricoli a non inoltrare domanda di risarcimento per danni di lieve entità e quindi che il dato possa essere sottostimato”.

Per quanto riguarda i capi abbattuti, nel 2016 sono stati effettuati 291 interventi, con l’abbattimento di 426 esemplari e il rinvenimento di 235 feti. Anche qui si riscontra una contrazione: nel 2013 erano stati effettuati più di 800 interventi e abbattuti oltre 900 capi. Rispetto alla tipologia, però, il documento osserva che “sono stati abbattuti quasi tanti maschi quante femmine, laddove per migliorare l’efficacia del contenimento in termini di riduzione della popolazione sarebbe essenziale abbattere prevalentemente femmine, soprattutto se gravide.” E ancora: “Si ribadisce l’utilità di concentrare gli sforzi nei primi 3-4 mesi dell’anno, in cui la percentuale di femmine gravide è più elevata, orientandosi soprattutto sulla ricerca di queste ultime e migliorando nel contempo l’efficienza di questi interventi, cruciali nel momento in cui le caratteristiche ambientali (assenza di fogliame) sono più favorevoli in termini di risultati e sicurezza.”

Secondo gli autori del programma “La situazione analizzata permette di concludere che le azioni di contenimento intraprese hanno permesso di stabilizzare il fenomeno, e forse di ridurne l’impatto a lungo termine. Considerata tuttavia la prolificità della specie, si ritiene che tali risultati non consentano di ridurre lo sforzo di contenimento, ma che anzi vadano consolidati attraverso l’implementazione delle misure di contenimento più selettive ed efficienti”.

Il problema principale, però, sembrerebbe essere un altro: “il più rilevante problema di gestione del cinghiale riguarda oggi l’allarme sociale, come documentato da circa un centinaio di segnalazioni di privati e amministratori locali ogni anno. Ossia l’allarme preventivo che la sola presenza del suide determina soprattutto in ambito urbano, contesto in cui la tolleranza nei confronti dei selvatici è bassa poiché non ci si aspetta che possano essere presenti. Se nei prossimi anni il calo dei danni in agricoltura sarà confermato a fronte del permanere di un elevato allarme sociale, si ritiene che la strategia di gestione dovrà puntare anche su azioni di comunicazione finalizzate a promuovere la diffusione di informazioni corrette sulle abitudini della specie e sulle possibili interazioni con l’uomo, sulla pericolosità vera o presunta del suide, e a favorire una cultura della tolleranza che riduca il timore del selvatico.”

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Blogger: Domenico Cena

Domenico Cena
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