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Domenica Actis Alesina (Minchìn), la guaritrice di Vallo

Storie di briganti e guaritrici. Le strade tra Vallo, San Benigno e Volpiano

Giusi Ferrero Merlino

Oggi viviamo in un mondo pieno di tensioni, dobbiamo barricarci in casa, veniamo derubati di notte mentre dormiamo, sospettiamo di chiunque ci chieda un’informazione per strada.

Una volta la gente andava nei campi lasciando la chiave di casa appesa al chiodo, o al massimo nascosta dentro a un vaso, tuttavia esistevano altri tipi di pericoli: non c’era da stare allegri se sul proprio cammino si incontravano i briganti.

Derubavano i carrettieri che viaggiavano di notte per raggiungere Torino prima che facesse giorno per fare le consegne nei vari negozi e molti cartunèr per difendersi avevano il revolver e non si tenevano niente di valore addosso per paura di essere derubati.

I brigànt derubavano i contadini di notte, nei campi, mentre bagnavano il granturco, ma più che altro, in questi casi, si trattava di roba mangereccia, formaggio, salame, cose di questo genere.

Ma i briganti, quelli “veri”, quelli che facevano paura al pari dei bravi di Don Rodrigo, erano quelli che stazionavano sui ponti, alle due estremità, pronti ad assaltare il malcapitato che fosse sopraggiunto.

Ecco la vera storia successa agli inizi del ‘900 a mia nonna, Malvina Cena ëd la Martinëtta, della cascina Martinetta, che si trova tuttora in fondo ad una stradina tra Volpiano e Lombardore. Era nata nel 1896.

All’epoca, nonna Malvina aveva circa sei anni, quindi siamo intorno al 1902. Una loro mucca si era ammalata e mia bisnonna, per salvarla, aveva deciso di andare ën Val, ossia a Vallo, frazione vicino a Caluso, zona della quale lei era originaria, per andare a chieder consiglio alla Minchìn.

La Minchìn, figlia di una sua compagna di scuola, era considerata una specie di veggente, di santa, di guaritrice.

Molta gente andava da lei a chiedere aiuto e consiglio e mia nonna raccontava che la Minchìn era coricata nella stalla su una specie di pagliericcio formato da pietre e paglia.

Dalla cascina Martinetta per arrivare a Vallo la strada da fare è quella che esiste tuttora: andare dritti verso San Benigno, passando di fianco alla Casin-na Neuva, girare a sinistra sul ponte di Malone, andare verso Foglizzo passando sul ponte dell’Orco e girare a destra in direzione di Montanaro e Chivasso.

Nonna Malvina e sua mamma (mia bisnonna Marta Maria Cambursano) se ne sono partite con la cavalla Linda e il biroccino di mattina presto perché la strada da fare era lunga.

All’andata non ci sono stati problemi, perché data l’ora sul ponte non c’era nessuno.

Arrivate a Vallo c’era già tantissima gente che aspettava nel cortile per essere ricevuta dalla Minchìn.

Le ore passavano. Ad un certo punto la bisnonna ha deciso di parlare con la mamma della Minchìn.

«Ammi, tën fàise pasàr, purquè i l’han tütta sa strà da far e nàint che sèn a cà a l’è neut e sël punt a fa pàur» (Ahimè, ci facessi passare, perché abbiamo tutta questa strada da fare e prima che siamo a casa è notte e sul ponte fa paura passare!).

Così sono riuscite a farsi ricevere ed a raccontare della bestia malata alla Minchìn, che le ha rassicurate dicendo di stare tranquille, che lei avrebbe pregato e che quando fossero arrivate a casa, questione di qualche giorno, la mucca si sarebbe ripresa.

La bisnonna, già più sollevata, nel ringraziarla le ha fatto però presente che tornando a casa sarebbe dovuta passare sul ponte dell’Orco con la bambina piccola e la Minchìn le ha risposto che avrebbe senz’altro trovato i briganti, ma non le avrebbero fatto niente.

«Tì fà me ëd dji mì» (fa come ti dico io): quando arrivi sul ponte, «fuàta la cavala» (frusta la cavalla), non parlare mai e non alzare la testa e vedrai che passerai. Avevano molta paura.

Una volta uscite dalla strada di Montanaro, che ovviamente non era asfaltata ed era molto più boscosa di adesso, ecco i briganti in lontananza sul ponte!

Con il cuore che scoppiava della paura, la mia bisnonna si è inginocchiata sul biroccino dicendo a Nonna Malvina di tenersi forte con le braccia intorno alla sua vita e poi ha cominciato a parlare con Linda, la cavalla, che aveva giudizio come una persona: «Linda, aiè ij brigant, a sun là ca spétan! Fa’ ël piasìr, bütte dabìn ën sima ij gambe e fërmte nàn» (Linda, ci sono i briganti, sono là che aspettano! Fa’ il piacere, mettiti bene sulle gambe e non fermarti!)

Un po’ prima di imboccare il ponte ha cominciato a frustarla e Linda sembrava capisse la gravità del momento, si è levata al galoppo e sembrava volare.

«Linda cùr, Linda cùr, fërmte nàn».

Mia nonna ha sentito che uno dei briganti diceva all’altro: «A no, a l’à na masnà ën sèma. Làssa star» (No, ha una bambina insieme. Lascia stare!).

Ed ha fischiato agli altri appostati all’altra estremità del ponte per avvisarli di lasciarle passare.

La cavalla non si fermava più, aveva persino la schiuma alla bocca, fumava e loro avevano paura che si ammalasse. Non riuscivano più a fermarla.

Nel frattempo stava facendo notte e quando finalmente a San Benigno hanno raggiunto il ponte sul Malone, prima di girare a destra, lì c’era mio bisnonno con la talma – il mantello nero di lana – sulle spalle che era venuto ad aspettarle e solo allora è riuscito a fermare la cavalla e sono andati a casa insieme. Qualche giorno dopo la mucca è guarita.

Qualcuno si stupirà, o forse sorriderà divertito, pensando al rischio corso per una mucca.

Invece questo episodio dimostra come importanti erano gli animali nell’economia agricola di un tempo e senza di essi il lavoro già duro dei campi lo sarebbe stato ancora di più.

Ho cercato di scoprire qualcosa di più legato alla figura della Minchìn. E quello che ho scoperto è davvero commovente.

Il parroco di Vallo mi ha confermato l’esistenza della Santa. Su un’immaginetta, datata 5 maggio 1953 è riportato: Actis Alesina Domenica (Minchìn) nacque a Vallo di Caluso il 1° novembre 1856 da poveri contadini.

Piissima fin da bambina, crebbe sana ed operosa fino all’età di 18 anni. Poi, colta da un male misterioso, terribile e ribelle ad ogni cura, cominciò un calvario dolorosissimo che durò 43 anni, cioè fino alla morte, avvenuta a Vallo il 29 ottobre 1917.

In mezzo alle indicibili sofferenze fisiche e morali che la straziavano senza tregua, non solo essa non si lasciò mai sfuggire un lamento o un ‘impazienza, ma trovava ancora la forza di mostrarsi a tutti sorridente e di confortare le pene altrui.

San Giovanni Bosco, che ebbe occasione di visitarla nel principio della malattia, ebbe a dire: questa inferma sta diventando una gran santa.

La sua vita si poteva compendiare in una continua preghiera, che l’univa a Dio, e in una incessante “sofferenza” che l’immolava per la conversione dei peccatori, conforme al desiderio della Madonna Immacolata espresso nelle apparizioni di Lourdes.

Innumerevoli persone di ogni condizione peregrinavano anche da lontano alla casa della santina. Gremivano il cortile attendendo per lunghe ore il proprio turno, sperando, non invano, di udire da lei la parola che consiglia e conforta, la preghiera che ottiene miracoli.

Non accettava offerte se non dopo molte insistenze e solo a condizione di servirsene per soccorrere le molte miserie che le venivano confidate.

I suoi funerali furono un trionfo indescrivibile, con concorso straordinario di forestieri.

La sua tomba è tuttora meta di devoti pellegrinaggi e luogo di fiduciose preghiere.

Sono contenta di poter ricordare questa figura così straordinaria e semplice, che mia nonna e la mia bisnonna hanno avuto occasione di conoscere. Se vi capita di passare a Vallo, la tomba della Minchìn è proprio al centro del cimitero, in una cappella completamente chiusa. Se ci andate, non dimenticate di leggere il monito che è scritto all’ingresso: Oggi a me, domani a te.

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