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Riccardo Ravera Chion

Storia del Partigiano Terribile

Non abbiamo potuto salutarlo per l’ultima volta, a causa dell’isolamento imposto dalla pandemia di covid19. Lo faremo non appena possibile. Intanto, in questo 25 Aprile alternativo vogliamo ricordarlo così, semplicemente, prendendo a prestito le sue stesse parole, dettate al nipote Jonathan. Sono piccoli aneddoti raccontati come amava fare lui, che rivelano la sua carica di idealità, entusiasmo ed impegno che è continuata nel tempo. Abbiamo poi voluto aggiungere qualche immagine della sua presenza continua ed infaticabile, come Presidente Anpi e Partigiano combattente, alle cerimonie in cui si narrava l’epopea della Resistenza e si salutava qualche compagno che aveva imboccato in anticipo il sentiero degli Eroi. Non vogliamo nemmeno

Chiaverano, paese che dette molti figli alla Resistenza
Chiaverano, paese che dette molti figli alla Resistenza

dimenticarlo nella sua casa di Chiaverano, con l’amata “Cilia”, regale e munifico come un signore d’altri tempi. Tempi che purtroppo scivolano nel buio e forse nell’oblio… Ma noi andiamo avanti!

«Questi sono alcuni sprazzi della vita partigiana combattuta orgogliosamente dal giovane partigiano Terribile.

Mi chiamo Terribile, perché seppur giovanissimo, dopo i fatti successi nel lontano 1944, che adesso racconterò, non esitai un momento a ribellarmi e ad odiare con tutto me stesso i fascisti e nazisti invasori,  presi lo stesso giorno del fatto la via dei monti, e dopo aver trovato mio fratello anche lui partigiano , nome di battaglia Wilson, non esitai ad unirmi a loro senza paura e pronto a qualsiasi azione.

Avevo 14 anni appena compiuti e tornando a casa dalla scuola trovai la mia casa bruciata, mio padre arrestato e portato in carcere perché mio fratello era partigiano. Mia madre col fratello più piccolo riuscì a scappare andando da una sua amica a Montalto Dora; passarono diverse settimane prima che ne venissi a conoscenza. Salii in montagna e dopo diverso giorni passati al freddo da Donato a San Giacomo, Orgere, Trovinasse, Maletto, trovai mio fratello al Centro staffette Santa Maria, località sopra Quincinetto. La sera stessa del mio arrivo, incominciò subito una battuta perché era appena scappato dalla baita adibita a prigione un prigioniero abbastanza pericoloso e così chi da una parte chi da un’altra  faticammo tutta la notte senza alcun risultato.

Passarono dei giorni tranquilli, scendevamo a valle con il mulo per rifornimento viveri. Feci pure per un periodo la staffetta, presi parte a qualche scaramuccia sulla strada per Aosta contro i tedeschi ; finché un giorno, il 13 Ottobre 1944, alle 21, fecero un rastrellamento, dei più vasti.

Il nemico entrò nel paese di Quincinetto e qui cadde il primo partigiano, il capo squadra Ulisse, e lo eliminarono dopo molte sofferenze, poi salirono la montagna e noi del centro staffette, essendo i primi sul loro percorso, ce li trovammo addosso, fu una dura e cruenta battaglia e noi essendo in pochi e mal armati ci ritirammo verso Scalaro ove si trovavano i distaccamenti Don Minzioni, Caralli e il Nazionale comandati da Bandierino secondo, che tennero duro per qualche ora, poi venne mezzanotte e come per miracolo, essendo una giornata grigia e piovosa, dalla cima scese un nebbione talmente fitto che riuscimmo a nasconderci.

Case incendiate a Traversella
Case incendiate a Traversella

In una baita presero 8 partigiani e altri 6 li presero più tardi verso Traversella e, dopo aver bruciato metà paese, la mattina del 14 ottobre fucilarono sulla piazza i 13 partigiani più un civile.

Solo uno di loro, Ridolini, un reduce alpino del fronte Greco, riuscì a scampare alla morte colpendo la sentinella di guardia, sfondando la porta di ingresso della baita, scavalcando il muro di cinta e buttandosi giù per il pendio che raggiungeva il torrente sottostante.

Venne comunque colpito da una raffica di mitra al braccio sinistro, e fu raccolto il mattino seguente da un comando della GL (Giustizia e Libertà) che lo caricò su una scala a pioli e lo portò a spalle giù verso Ivrea, attraversando il Canale di Borgofranco, depositandolo a San Pietro Martire.

Di lì venne preso in consegna da me e con l’aiuto del dott Riccardino lo portammo a Chiaverano dove fu curato fino alla guarigione.

Poi ci ritirammo nel biellese ed io fui mandato all’intendenza, al comando di Pero, in un cascinale fuori Chiaverano. Tutti i giorni mi recavo nelle cascine nei dintorni di Borgomasino, Tina, Caravino, Albiano, Bollengo a prelevare frumento e carne da portare in montagna; tengo a precisare che quello che veniva preso era regolato con una ricevuta che avrebbe rimborsato la merce alla fine della guerra.

Antonio Gianino, “Ridolini”
Antonio Gianino, “Ridolini”

Tutti mi chiedevano di andare il più presto possibile a prelevare il frumento perché se no i tedeschi ci avrebbero potuto precedere portandolo loro all’Ammasso dei tedeschi.

Una mattina, verso mezzogiorno, eravamo tre partigiani, io Terribile, Nuvolari e Graziello:  avevamo requisito all’ammasso di Borgomasino diversi carri di frumento e stavamo procedendo verso Albiano, ma giunti al bivio di Grivallino fummo attaccati da una dozzina di fascisti che si nascondevano in una cascina nei pressi. Io, sparando a tutta forza, riuscii ad arrivare sul bordo del naviglio e visto che i miei due compagni, che erano riusciti a passare il ponte verso Caratino, mi coprivano in parte, mi tuffai nel naviglio mentre una leggera raffica di mitra mi ferì al braccio destro. Immergendomi nell’acqua, essendo sempre stato un bravo nuotatore, riuscii a salvarmi uscendo dopo molto tempo e abbastanza lontano dallo scontro.

Presi anche parte all’imboscata avvenuta nei pressi del lago di Cascinette contro uno squadrone della Ettore Muti che dopo aver scorazzato e preso a schiaffi molti chiaveranesi, colpirono anche il dott Riccardino chiedendo di voler vedere i partigiani che lui curava.

I partigiani non si fecero attendere: appena questo famoso capitano con i suoi scagnozzi arrivò nei pressi del lago si imbatté proprio in quei partigiani che lui stava cercando e dopo una nutrita sparatoria rimaneva sulla strada con altri otto morti.

Un giorno senza fine

Sono le 8 di mattina del giorno 7 febbraio 1945. Pero, nome di battaglia, responsabile della sovraintendenza (magazzino rifornimenti) sito in una cascina a Chiaverano, mi chiama e dice “Terribile, vai a requisire un mulo con carro, che bisogna portare dei pezzi di ricambio e munizioni a Torrazzo”. Subito faccio un giro per il paese e vado da Pinotu Ciunas e mi faccio  dare mulo e carro. Carico il tutto e punto sulla Serra, stradicciole sterrate, senza bordi e appena percepibili da chi ne è a conoscenza, mi arrampico fino al vallone poco prima di Scalveis e lì incomincio a sentire i primi spari. Io impassibile continuo la mia strada, ma giunto nei pressi di Scalveis le pallottole fischiavano sopra di me da tutte le direzioni, a questo punto da dietro un grande albero di castagno (la zona è coperta da molti castagneti), mi sento gridare “Buttati giù, nasconditi da qualche parte che siamo stati attaccati dai Tedeschi scesi da Croceserra”.

terribileEra un partigiano del distaccamento De Lucca operante nei dintorni. Da quel momento per me è stato tutta una scorribanda, frusto il mulo perché corra via verso il bosco, lui invece testardo proprio come un mulo, si corica sulla sbarra del carro infischiandosene delle pallottole che arrivavano da tutte le parti e facevano accapponare le pelle anche al più temerario. Dopo averlo tirato per il muso sono riuscito ad uscire dal bel mezzo della sparatoria; spostandomi verso la guia di Torrazzo e giunto alle prime case scarico il tutto al distaccamento Aquila, ma non è finita.
Il comandante Tin mi ordina di ritornare indietro a caricare i feriti nella zona di Scalveis. Dopo mille peripezie riesco a caricare bene o male i feriti e ritorno verso il comando, ma lì giunto vedo tutta la gente che scappa, donne con gerle a spalle, con bambini in braccio o per mano che cercano salvezza da qualunque parte essa venga. Io col mio carico di lamenti, cercando di spiegare che se stavano tranquilli li avrei portati in salvo, proseguo per Magnano attraverso la prima serra e arrivo a Zimone sempre per vie traverse, passo Piverone e finalmente a notte fonda scarico i miei feriti in una cascina fuori Palazzo Canavese. Continuo il mio viaggio verso Chiaverano, e giunto nei pressi di Bollengo, ai piedi della strada che porta alla Broglina, vedo da lontano un posto di blocco. A questo punto cerco una scappatoia e giù per campi e prati arrivo alle cascine presso la fornace di Albiano e sempre proseguendo alla cieca, forte del mio senso di orientamento, arrivo a Chiaverano nelle prime ore del mattino.

Terribile
Terribile

Un giorno, venendo da Quincinetto, nei pressi di Biò mi fermai sotto un pergolato per mangiare un grappolo di uva; avevo con me due biciclette, una mia, e una di mio fratello che il giorno prima l’aveva usata per arrivare al distaccamento. Io la stavo riportando a casa piena di lettere nascoste ovunque: nelle manopole del manubrio e nel canotto della sella.

Tutto a un tratto sentii una nutrita sparatoria e subito mi trovai circondato da uno squadrone di paracadutisti della X Mas arrivati freschi freschi a Borgofranco, che senza tanti preamboli mi presero a calci e pugni insistendo che io fossi in compagnia di qualche partigiano siccome avevo due biciclette.

Mi portarono al ristorante di fronte alla stazione di Borgofranco  e dopo interrogatori, botte, minacce si presero la bicicletta di mio fratello e mi mandarono via a pedate. Recuperai due giorni dopo la bicicletta intatta con l’aiuto del postino, proprietario della bicicletta stessa.

Da raccontare ne avrei per una vita perché essendo giovane, incensurato e coraggioso, senza vanto ero tutti i giorni nel pericolo. Vi voglio raccontare l’ultima della serie: mai come in quel giorno la morte mi è stata vicino.

E’ il mattino del 1° Maggio e si scende per liberare Ivrea, io e un altro partigiano, Nebbia, più grande di me di soli tre anni, decidiamo di requisire da una famiglia sfollata a Chiaverano una motocicletta Batua e così, senza pensarci due volte, saltiamo sopra e giù verso Ivrea.

Là giunti ci allontaniamo dalla massa e prendiamo via Circonvallazione, su alle carceri, giù per Via Arduino dove una folla immensa ci salutava mandando fiori e baci, poi arrivammo al ponte sulla Dora e prendemmo per Lungo Dora e qui la SORPRESA: a metà strada, nei pressi dei giardini pubblici, trovammo la via sbarrata da un plotone di Tedeschi in pieno assetto di guerra.

 

Ciao Terribile

Ci sono momenti in cui non vorresti dire nulla, fingere che non sia successo, e continuare a pensarlo sì lontano, in una sua dimensione privata, ma ancora presente ogni volta che scorri la storia dei Partigiani e ne riguardi le immagini e rievochi le azioni. Eppure ti tocca, ancora una volta, dare un ultimo saluto ad un protagonista della Resistenza.

Ci sono momenti in cui non vorresti dire nulla, fingere che non sia successo, e continuare a pensarlo sì lontano, in una sua dimensione privata, ma ancora presente ogni volta che scorri la storia dei Partigiani e ne riguardi le immagini e rievochi le azioni. Eppure ti tocca, ancora una volta, dare un ultimo saluto ad un protagonista della Resistenza.

Terribile non ha bisogno d’essere raccontato, da quei suoi 14 anni che lo videro tornare da scuola e trovare la casa bruciata, i genitori arrestati, perché il fratello più grande già era fra i “banditi” che operavano sulla Serra. Lui stesso, tanti anni dopo, amava definirsi in tal modo, con enfasi ed orgoglio, presentandosi alle scolaresche. Quel ragazzino in lacrime che si presenta ad una zia, e lei gli offre un piatto di minestra, però lo allontana subito per non subire la stessa sorte. E Riccardino vaga sulla montagna, finché rintraccia il fratello e diventa egli stesso Partigiano.

Perché venisse sin da subito chiamato col nome di battaglia “Terribile” è facile capirlo per chi lo abbia conosciuto. Irruente, coraggioso, uomo d’azione sin da quei giorni lontani, e per sempre.

Mi è stato chiesto di parlare di lui… Lo conobbi mentre stavamo lavorando alla Sede Anpi di Chiaverano. Lui, spazientito per le mie rifiniture ad un pannello, diventò impetuoso, ma si trovò di fronte un’altrettanta decisa, seppur silenziosa, opposizione. Come due gladiatori nell’arena, bastò uno sguardo, e fummo amici per sempre. Ci eravamo reciprocamente misurati, capiti, stimati.

Mancò il vecchio Presidente Silla Cervato, e Riccardo ne prese il posto. Fui il suo “segretario” per anni. Un tirocinio prezioso.

Terribile aveva la rara capacità, pur col suo carattere “fumantino”, di ascoltarti, trattarti alla pari, dialogare con profitto. L’Anpi iniziò a crescere, ad incontrare i giovani, le scolaresche. Fu il periodo dei “Totem” in Ivrea e dintorni, mentre purtroppo diminuiva il drappello dei Testimoni. Dopo Silla, l’ing. Benedetti, Timo, Defilippi, Liano, Olmo…

Quante veglie funebri… quante volte alzammo il gonfalone a porgere gli onori ad un Caduto… Sempre lui intonava a gran voce il canto del Partigiano:

“Là sulle cime nevose

una croce sta piantà.

Non vi son fiori né rose,

è la tomba di un soldà

L’è un partigian che il nemico uccise

l’è un partigian che tra il fuoco morì;

la mamma tua lontana

ti piange sconsolata

mentre una campana

in ciel prega per te.

E noi ti ricordiamo,

o partigiano che guardi di lassù,

mentre scendiamo al piano

ti salutiamo, caro compagno.

Non pianga più la mamma

il figlio suo perduto

sull’Alpe sconosciuto

un altro eroe sta là.

Vi vedo e penso ancora

nell’ora dei tramonti,

al sorger dell’aurora,

montagne del mio cuor.

Questo dolce ricordo

mi fa sognare, mi fa cantare

tutta la melodia

che riempie il cuor di nostalgia.

Vi vedo e penso ancora

nell’ora dei tramonti

al sorger dell’aurora

montagne del mio cuor.”

Partigiano Terribile

E poi c’erano i momenti belli, quelli dei ricordi di un ragazzino che si conquistò “l’arme in battaglia” come cantò Calvino, puntando il dito sulla schiena d’un milite fascista che passeggiava con la morosa al lago Sirio; la raffica che si prese al bivio di Grivalin, salvandosi a nuoto nel canale; i buffi tentativi di portare il carretto tirato da un mulo recalcitrante… e poi le sue avventure africane che raccontavano di un continente duro, di piroghe sul fiume, della sua “Cilia”, Cecilia, che lo invitava a cambiar discorso. E ciò avveniva nella sua casa circondata dal prato, all’ombra degli alberi, e lui accogliente come un re dell’antica Grecia che invitava generoso a banchetto. Pomeriggi d’estate in cui il vino scorreva: freisa, bonarda

Partigiano Terribile
Partigiano Terribile

per mandar giù tome e salami…

Per quei sedici anni di differenza fu un fratello maggiore, ma ancor più un amico.

Tanti aneddoti ci sarebbero, se la stanchezza e la malinconia lo consentissero…

Ciao, Terribile, raggiungi anche tu la schiera degli Eroi che ti hanno preceduto. Ci avete dato libertà e democrazia.

Ti voglio salutare come avresti fatto tu, alzando il bicchiere di vino (quante volte lo hai rovesciato sulla tovaglia mentre ti sbracciavi a salutar qualcuno!) Alzo a te il bicchiere come se non fosse successo nulla, e tu fossi ancora dritto e potente e forte come un tempo, e fossimo nel tuo giardino.

E’ un bel 25 Aprile, una radiosa giornata primaverile: “Che non sia mai l’ultima!”

Un grande abbraccio e le più sentite condoglianze ai figli e a tutta la sua grande famiglia, da parte dell’Anpi, del Direttivo, degli Iscritti…

Commenti

Blogger: Mario Beiletti

Mario Beiletti
Oh bella ciao

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