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IN FOTO Anni Cinquanta del XX secolo. Il tratto centrale della via Italia

SETTIMO. Via Italia a Settimo Torinese: un problema tira l’altro

Correva l’anno 1769… I pubblici amministratori di Settimo Torinese non avevano sicuramente piena consapevolezza delle conseguenze future che la loro decisione avrebbe suscitato quando stabilirono di aprire un nuovo tronco viario nella regione di San Gallo. Il loro intento era semplicissimo: vitalizzare i commerci locali, come desideravano gli esercenti del paese, dirottando la circolazione stradale nella Contrada maestra, l’attuale via Italia.

Di certo non immaginavano che i posteri, con alcune disposizioni ripartite nell’arco di tre decenni e mezzo (le prime nell’autunno del 1986, le ultime – per il momento – nell’estate del 2020), avrebbero agito in modo esattamente opposto, allontanando il traffico dalla medesima strada per ottenere più o meno lo stesso obiettivo, cioè lo sviluppo delle attività commerciali. «Omnia tempus habent» (per ogni cosa c’è il suo momento), avrebbe forse commentato l’anonimo autore del biblico libro dell’Ecclesiaste o Qoelet.

Occorre sapere che, sino al 1769, la strada che da Chivasso conduceva a Torino, la via romana, poi «via publica peregrinorum et mercatorum», non attraversava il borgo di Settimo, come bene evidenziano le antiche mappe del territorio, ma proseguiva, dall’attuale via Milano, in modo assolutamente rettilineo, lungo le vie ora intitolate a Giuseppe Verdi e Camillo Benso di Cavour, rasentando la chiesa cimiteriale di San Pietro in Vincoli (la cosiddetta pieve, nei pressi del sottopasso per il Borgo nuovo). Nel tardo Medioevo, infatti, l’abitato era circoscritto da mura esterne, con almeno due ingressi principali, la Porta inferiore, a levante, e la Porta superiore, a ponente. Per motivi di sicurezza, le due porte venivano chiuse al tramonto e riaperte all’alba. Circolando lungo le attuali vie Verdi e Cavour, i viaggiatori di passaggio potevano proseguire spediti, senza essere costretti ad attraversare il borgo murato.

A metà del diciottesimo secolo, tuttavia, nessuna ragione si opponeva a un ripensamento della viabilità nell’abitato di Settimo. Fu pertanto costruito un tronco di strada affinché la via di Chivasso piegasse un pochino verso sud, discostandosi dal vecchio tracciato, e attraversasse il borgo. Per questo motivo, ancora oggi, la via Milano curva leggermente all’altezza della chiesa di San Vincenzo de’ Paoli. Se così non fosse, raggiungerebbe in linea retta la via Verdi. Proprio come avveniva prima del 1769. Ne conseguì che l’attuale via Italia mutò il proprio ruolo: non più semplice contrada di attraversamento urbano, ma percorso ordinario per tutti coloro che da Chivasso si recavano a Torino e viceversa.

Per contro, com’è facile capire, l’antica strada romana (ossia le vie Verdi e Cavour) perse d’importanza. Fra l’altro, si arrestò quell’edificazione lungo il suo asse che è evidenziata dalle mappe del primo Settecento. Fu necessario attendere la stazione ferroviaria, nel 1855, perché la tendenza s’invertisse e si riprendesse a costruire in fregio alle vie Verdi e Cavour. Sorgeranno allora case, pubblici esercizi e manifatture con belle decorazioni in stile liberty. Oggi le due strade, soprattutto la via Verdi, sono nuovamente decadute, ma questo è un altro discorso.

Nel 1817 si renderà utile abbattere i portici che ancora fiancheggiavano la Contrada maestra e, sopravanzando qua e là l’allineamento degli edifici, costituivano un pericoloso ostacolo per i carri e le vetture. Al sindaco dell’epoca, Giovanni Battista Falchero, era persino accaduto di essere sbalzato dalla sua vetturetta, incrociando un carro agricolo. «Chaque problème résolu en fait naître d’autres, en général plus difficiles» (ogni problema risolto ne genera altri, solitamente più difficili), sosteneva Georges Pompidou, presidente della Repubblica francese dal 1969 al 1974, in anni non facili.

Ne tengano conto gli attuali infervorati amministratori pubblici.

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