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SETTIMO. Ultimo saluto con “Bella ciao” di Aldo Corgiat a mamma Rina

Rina Gagnor era la mamma di Aldo Corgiat, ex sindaco di Settimo. Aveva 92 anni. Presente ed attenta durante i consigli comunali in cui suo figlio era sindaco, aveva dedicato tempo ed energie al Villaggio Fiat, inserito poi nel quartiere Borgo Provinciale, all’Anpi, all’Unitre, allo Spi Cgil e alla Società di Mutuo Soccorso.

Sabato mattina, alle 10,30, davanti alla sede di Articolo Uno in via San Francesco d’Assisi, in piazza della Libertà, Aldo Corgiat ha reso omaggio alla salma di sua mamma leggendo la sua storia: “Perchè anche una donna del popolo può avere una sua biografia”. All’ex sindaco e alla sua famiglia sono arrivati tantissimi messaggi di cordoglio, compreso quello del ministro della Salute Roberto Speranza, dal capogruppo di Liberi Uguali, Federico Fornaro, dal presidente Massimo D’Alema, dall’onorevole Piero Fassino, e dall’attrice settimese Laura Curino.

Dopo il ricordo dell’ex sindaco, sono intervenuti Dino Sportiello, ex presidente del Consiglio comunale e decano della sinistra settimese, ricordando l’energia e la forza di Rina, alle prese con l’impasto della pizza: “Alzava sacchi di farina da cinquanta chili – ha ricordato Sportiello – come fossero sacchetti della spesa. Era una donna che ci ha insegnato l’onestà e l’impegno”. E sul concetto di onestà si è soffermato anche Sergio Bisacca, segretario di Articolo Uno e amico di lunga data della famiglia Corgiat. “Rina c’è stata fino all’Articolo Uno e nelle vittorie e nelle sconfitte della sinistra – dice – . Le sue parole simbolo erano studiare, lavorare e impegnarsi. Era curiosissima, ultimamente usava anche l’Ipad, e ci insegnava a coltivare il dubbio. E poi l’onestà: i tre figli l’hanno portata come un vessillo. Io so la sofferenza che ha passato Aldo, nella fase del cosiddetto “Processo Seta”. Trovarsi addosso del fango di quelle dimensioni, non è stato facile, sicuramente ne avrà sofferto. La giustizia fortunatamente fa il suo corso, con tempi troppo lunghi purtroppo, ma la ruota gira: infatti gli accusatori, in questi giorni si trovano seduti dall’altra parte. Lei aveva la certezza delle proprie idee e le difendeva, con lo sguardo rivolto sempre avanti”.

Al termine delle parole e dei ricordi, una versione di “Bella Ciao”  ha accompagnato la partenza del feretro: la salma è stata condotta al Tempio Crematorio di Mappano e, per espressa volontà di Rina Gagnor, le ceneri verranno disperse nella natura.

Di seguito, il ricordo integrale letto in piazza della Libertà da Aldo Corgiat.

Vorrei ora, brevemente, percorrere con voi la memoria di quella donna, mia mamma, che ormai tutti chiamavano “nonna Rina”.

92 anni sono quasi un secolo e quella generazione ne ha viste di tutti i colori, altro che “resilienza” come si usa dire ora.

Nata nel 1928 in Val di Susa, in una terra di confine dove l’aria arriva dalle rocce alpine portando con sé, io credo, anche un po’ della loro durezza e solidità.

Il suo nome, Rina, è breve. Facile da chiamare, essenziale. Dicono che i nomi brevi siano più facili da chiamare e quindi da comandare. Non è il caso di Rina, donna del popolo, nata per servire ma cresciuta ribelle.

L’infanzia, a quei tempi non esisteva, si doveva lavorare fin quasi dalla nascita.

Ma a Rina piaceva giocare. Il conflitto, la ribellione, l’avversione all’ingiustizia, penso nasca di lì, dalla voglia repressa di giocare.

Rina era una bambina come tante, a cui piaceva studiare, andare a scuola, sognare viaggi e paesi diversi. Era una bambina curiosa ma, a quei tempi, non era ammesso perdere tempo dietro le nuvole. E quindi, al lavoro: nei campi, a casa, al servizio delle famiglie più ricche.

Aveva 12 anni Rina quando il Duce decise che l’Italia entrava in guerra. A 16 anni già lavorava in una fabbrica metalmeccanica al servizio dello sforzo bellico, dove si costruivano le ogive per i proiettili dei cannoni.

Siamo attorno al 1943 – 1944 e la Val di Susa era il passaggio tra l’Italia e l’Europa. La Resistenza in quella terra di confine fu eroica e drammatica.

O si era fascisti o si era partigiani e il nonno (il papà di Rina) non era fascista. Esperto falegname e anche contadino rifiutò sempre la tessera del fascio e con essa i privilegi che ne derivavano.

Si faceva quindi la fame. Lui (il nonno) e zio Francesco (il maschio di famiglia) diventarono partigiani mentre le donne assicuravano la logistica. Esuli, partigiani, alleati inglesi, russi e americani, trovavano nelle cascine della Val di Susa basi sicure per nascondersi anche solo per una notte dai rastrellamenti tedeschi. Molti civili persero la vita e furono trucidati.

Per fortuna nonna Rina superò la guerra.

A 18 anni si trovò pronta per votare, il 2 giugno del 1946, a favore della Repubblica, esercitando, per la prima volta, il diritto di voto alle donne, finalmente e duramente conquistato.

La politica non sapeva cosa fosse ma si fidava di suo padre che le disse di votare per la Repubblica.

Vorrei ora, con voi, percorrere l’altra parte dell’esistenza di Rina senza farne un racconto ma cercando di trovare una chiave con cui leggere le sue scelte e le sue principali esperienze che, almeno in parte, molti di voi hanno conosciuto.

Le donne del popolo, specie di quella generazione, non hanno biografie. E nonna Rina non fa eccezione.

Non le trovate, se non raramente, su Wikipedia. Le loro azioni e scelte, per importanti che siano sono quasi sempre relegate alla “logistica”. Tant’è che la frase ancora oggi usata per rendere merito ad una donna per il suo impegno sociale e famigliare è che “accanto a un grande uomo” (quello noto) “c’è sempre una grande donna” (ignota e quasi sempre dedita alla “logistica” del focolare domestico).

Le donne del popolo non fanno la storia ma spesso “sono la Storia”.

Nel dopoguerra inizia la storia di nonna Rina che, come per molte altre donne, possiamo dire che è una storia di amori.

Una donna difficile ma che si innamorava degli altri e, quando accadeva, non si risparmiava, usava la sua ostinazione e forza per abbracciare assieme alle persone le idee, i valori, gli impegni che questo amore comportava.

La storia di mia mamma, di nonna Rina, è concentrata in questa scoperta o, se preferite, in questa chiave di lettura di cui mi sono reso conto dopo tanto tempo.

Inizia con l’amore per suo padre, nei confronti del quale nutriva un affetto particolare. Di lui amava tutto, la manualità, la moderazione, i consigli che gli sapeva dare.

Finita la guerra, la miseria e la fame portarono al primo grande esodo della popolazione contadina dalla montagna alla pianura.

Dalla Val di Susa la famiglia Gagnor scese a San Benigno.

Rina conobbe Mario e si innamorò.

Lui, più povero di lei, orfano di padre e con una famiglia numerosa, non era proprio, come si dice, un “buon partito”.

Lei, non si fece convincere dalla sua famiglia che si opponeva con forza a questa scelta, lasciò la casa paterna (e per molti anni non vi mise più piede) e iniziò la sua vita di giovane donna innamorata.

Furono anni durissimi, di vera e propria carestia. A San Benigno in una cascina in affitto, con debiti da pagare, e due figli da mantenere (Gian Franco e Maria Luisa). Non c’erano soldi per le medicine e si mangiavano solo i prodotti dell’orto.

Tutto crolla ed un nuovo esodo porta la famiglia Corgiat a Caselle, dove nasco io.

Papà Mario trova un posto da operaio, prima alla dogana e poi a FIAT Mirafiori e rimpiangerà per sempre la campagna perduta. La scelta di buon senso di lasciare la campagna infatti fu di Rina e da quella decisione si poté finalmente iniziare, un’altra volta, a ricostruire. Come per moltissime donne l’amore per il marito e compagno si estende e viene sommerso dall’amore per i figli. C’è posto per tutti naturalmente nei grandi cuori femminili, ma è inutile nasconderlo, questo spazio condiviso non è molto gradito a noi maschi e spesso è fonte di conflitto.

Ma Rina è un esempio di quello che si dice “una buona madre”. I figli sono allevati con pane, amore e disciplina e crescono, nonostante le ristrettezze economiche.

E qui c’è l’altro strappo di nonna Rina: i figli devono studiare, tutti, anche le figlie. A qualsiasi costo, con qualunque sacrificio. Detto oggi fa sorridere, ma negli anni ’60 non si usava. Le femmine delle famiglie operaie e contadine facevano i corsi di dattilografia o, al più, prendevano l’attestato di segretaria di azienda.

Fu quella, per Rina, una battaglia epica fatta non per ragioni politiche ma per istintivo senso della giustizia e voglia di offrire un futuro migliore ai propri figli. Ma soprattutto fu nuovamente una scelta di amore, per gli altri, per i figli.

Fu così che Maria Luisa e Gianfranco si poterono prima iscrivere al liceo scientifico e poi laurearsi rispettivamente in scienze naturali e in veterinaria.

E poi arrivò anche il mio turno. Ma il mondo era già cambiato, le lotte operaie e sindacali, avevano affermato nuovi diritti di uguaglianza. Era tutto un brulicare di comitati, di voglia di partecipare, di nuove idee positive, anche se già si intravedeva l’ombra del terrorismo e della droga che, in seguito, si portarono via un’intera generazione.

Da Caselle ci eravamo trasferiti a Settimo Torinese, alle case FIAT. Iniziava così una nuova pagina per tutta la famiglia e, naturalmente, anche per Rina.

A Settimo mamma Rina si rilassa un po’ e scopre la politica. I figli sono tutti alle superiori (io all’ITIS di Chivasso) e la figlia all’Università. Nel 1975 inizia la vertenza dei condomini delle case FIAT per ottenere una riduzione sul riscaldamento. In parallelo nascono i primi Comitati di Quartiere Spontanei.

Assieme a Gianni e Ilva Pianalto, Ugo e Marisa Vianello, Luciana Fornero, la famiglia Bisacca, Alfonso Fusi e alcuni altri volenterosi iniziava un percorso civico che ci portò tutti, oltre che ad interessarci dei problemi del quartiere anche a mobilitare energie per esperienze civiche concrete, quali ad esempio dare la pittura ad alcune classi della scuola elementare Roncalli e della scuola media Nicoli, montare ex novo un palchetto per le attività di danza nei seminterrati della stessa scuola, organizzare i primi centri estivi oltre a quelli già esistenti della parrocchia, organizzare presso l’oratorio tornei di calcio e, soprattutto, a costruire con gli abitanti del Quartiere occasioni di incontro e di discussione attorno ai problemi della Città.

Nasce, a mio avviso, la più importante esperienza di impegno civico della città di Settimo, la quale, ben presto, vedrà nascere analoghe iniziative anche nei quartieri Borgo Nuovo, San Gallo e Centro.

Rina era lì con la sua forza, la sua curiosità, e il suo amore.

E’ nuovamente l’amore per i figli (e in particolare per me che ero il più impegnato e in vista) a trascinare Rina in questa avventura che poi durerà per tutta la sua vita. Insieme ovviamente alla innata curiosità e voglia di fare qualche cosa di utile per il prossimo.

Da spontanei i Quartieri si trasformarono in istituzioni riconosciute. Maria Luisa prima e Sergio Bisacca poi (entrambi eletti nelle liste del PCI) diventarono i Presidenti eletti del Quartiere Borgo Provinciale.

La passione e la partecipazione per il senso civico si trasferirono gradualmente altrove: nella politica ad esempio, e Rina la ricordiamo come una militante generosa della sinistra settimese.

Furono tante le ore passate in Sezione, prima in via Italia 51 e poi qui, in via Matteotti, alla casa del Popolo, nella sede storica del PCI, del PDS, dei DS, del PD e ora di Articolo 1.

La ricordiamo come iscritta all’ANPI, e per la sua presenza a tutte le manifestazioni del 25 aprile (a mia memoria credo che non ne abbia mai persa una fino all’anno scorso).

Colgo qui l’occasione per ringraziare il Presidente Silvio Bertotto e la presenza, con il labaro dell’associazione, di una delegazione del Direttivo della Sezione ANPI di Settimo Torinese.

La ricordiamo come volontaria, per molti anni allo SPI CGIL di via Verdi (con Ivo Zacchero, Gabriella Rossetti, Cesira Bozzolan). Lei che, la pensione non l’aveva mai percepita, collaborava per fare le pratiche agli altri.

Lei, che i contributi non le erano mai stati versati perché aveva lavorato in nero, a fare le penne e poi le pulizie, partecipava alle manifestazioni per i diritti dei pensionati.

La ricordiamo partecipe delle manifestazioni del 1 Maggio, e di quelle indette dai comitati per la pace che, nel periodo della guerra fredda e poi ancora in occasione della guerra nell’ex Jugoslavia, del genocidio dei Curdi, delle guerre in Africa e nei paesi arabi, si aveva la buona abitudine di convocare, per la pace e contro tutte le guerre.

La ricordiamo iscritta alla sezione soci della COOP del Villaggio FIAT, a sostegno dell’unica esperienza di consumo che metteva al centro il socio consumatore.

La ricordiamo ancora come iscritta storica a sostegno dell’Associazione degli Operai – Società di Mutuo Soccorso alla quale sarà devoluta la raccolta fondi in memoria di Rina.

La ricordiamo per oltre 30 anni dietro i fornelli delle Feste dell’Unità, a fare pizze, a lavare pentole e posate e a volte a discutere di politica con chi sedeva a cena al tavolo, oppure quando provava a spiegare che tutte quelle compagne e compagni erano lì a lavorare gratis per un’idea, un ideale, dei valori.

Vorrei ovviamente citare tutti quelli che con Rina hanno reso possibile questa bella pagina di storia, dagli anni 70 per oltre 30 anni. Simbolicamente fatemi ricordare qui Beppe e Carla Vendemmiati, le famiglie Strozzi e Cariani, Scuderi Sebastiano, Pierangelo Bertagnoli, Lina Romaniello e Dino Sportiello e molte altre compagne e compagni.

Ma ormai mamma Rina, libera dalla famiglia e dal lavoro, era un fiume in piena, colma di amore ed energia da dedicare ad altri.

Ed allora la troviamo con la tessera numero uno tra i fondatori dell’Unitre a Settimo. Ringrazio Mariangela Cravero che lo ricorda sempre e anche tutti gli altri volontari dell’UNI3.

A quella sua esperienza Rina era legata in modo particolare, consapevole, io credo, che questa volta fosse interamente ed esclusivamente frutto della sua volontà e voglia di costruire occasioni di cultura e di incontro per gli altri.

Nello stesso periodo Rina sostiene, devo dire con un certo successo, le numerose scuole di pittura che stavano nascendo e si facevano concorrenza (i maestri Martinico e Lorenzellisolo per citarne due). Posso dire con sincerità e conoscenza di causa che senza l’ostinata insistenza organizzativa di quella donna, che non sapeva dipingere ma che aveva capito quanto fosse importante per molte persone imparare ad esprimersi con l’arte, Settimo non avrebbe avuto quell’importante pagina della sua storia culturale.

La ricordiamo anche in compagnia della Preside e Consigliera Comunale Gianna Meiach a sostenere le battaglie per le pari opportunità e l’esigenza di un punto di riferimento contro la violenza di genere.

Molti si ricordano della presenza in aula durante i Consigli Comunali di mamma Rina. Era certamente l’orgoglio e l’amore materno a motivare quella partecipazione ma credo che ci fosse anche altro, molto altro.

Certamente c’era la voglia di partecipare e poi, come spero di aver reso l’idea con questa memoria, c’era una donna che, come molte altre donne, aveva scelto di impegnarsi per gli altri senza ritorni o aspettative personali.  Una donna che, come molte altre donne, sapeva trovare in fondo a sé una energia e una forza da gigante, per dare fiducia al prossimo, innamorarsi delle altre persone ma anche delle idee, dei valori e degli ideali che hanno accompagnato, con l’istintiva coerenza che è possibile ritrovare nelle persone oneste, l’intera esistenza di mamma Rina. Ci sarebbe ovviamente molto altro da dire e da aggiungere.  E questo a dimostrare che anche una donna del popolo può avere una sua biografia, ma è necessario scriverla e, soprattutto, per non renderla banale, occorre trovare il bandolo della matassa, il quale, a differenza che per i re e le regine circondate da cortigiani e dall’irrimediabile solitudine del regnante, si trova spesso, per le persone umili, nella ricchezza della quotidianità, nei gesti semplici e concreti fatti insieme ad una moltitudine di compagne e compagni di strada e, soprattutto, nel grande e generoso amore per gli altri che le donne del popolo spesso sanno trovare in se stesse e donare agli altri.Un ultimo abbraccio e saluto a chi ha vissuto tanto, ma sempre troppo poco per chi è costretto a privarsi della sua presenza.Ho goduto del privilegio di averti accanto per così tanto tempo, lucida, vigile, vitale. Ora Il vuoto in me è grande ma sono certo che i tuoi esempi e critiche, la memoria dei tuoi consigli, la tua presenza che permarrà forte e discreta, saprà colmarlo ed essermi ancora compagna di vita. Ciao, mamma Rina.

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Blogger: Sandro Venturini

Sandro Venturini
La chimica delle parole

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