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SETTIMO T.SE: Non può che essere così…

 

Luca

“Forse non hai capito” dice Luca con un tono di voce gelido e con lo sguardo fisso sul volto di Anna, “o sei mia o non sarai mai di nessun altro”.

É notte e tutti i negozi sono chiusi. L’aria si ferma, la luce dei lampioni trema al vento e alle parole che lui ha appena pronunciato. Luca ha in mano un coltello, lo volge verso Anna che è rimasta in piedi immobile da quando l’ha salutato e gli si è avvicinata.

Luca muove il coltello da destra a sinistra e l’acciaio della lama riflette il luccichio dei lampioni. In piazza della Libertà, a Settimo, non c’è nessuno se non loro. Il silenzio parla della loro storia, del loro amore e delle loro paure. La fronte di lui è imperlata di goccioline. Il manico del coltello in legno è bagnato dal sudore che trasuda dal palmo della mano destra e Luca ha paura che potrebbe cadergli a terra. Lo stringe più forte. Le nocche della mano diventano bianche come se il sangue facesse fatica a passare da quelle giunture.

“Hai capito?” sottolinea, anche se quella domanda è più un’affermazione che una richiesta.

Per un attimo la sua mente ritorna a quando si sono conosciuti: era la Fera dij Còi, l’anno precedente. Lei era con delle sue amiche, lui era solo, seduto su una panchina che un’associazione contro la violenza sulle donne aveva fatto dipingere di rosso. Stava fumando e osservava il via vai delle persone. C’era di tutto: dalla famigliola felice alla coppia stanca, dal single imperterrito a madri e bambini.

“Scusi, mi posso sedere?” aveva chiesto Anna indicando il lato vuoto della panchina rossa.

Luca era rimasto per un attimo in silenzio, aveva spostato lo sguardo su di lei ed era rimasto abbagliato dalla sua bellezza. La sigaretta era rimasta per alcuni secondi in aria tra l’indice e il medio della mano destra e la bocca si era leggermente aperta.

“Posso?”aveva ripetuto lei, “Sono solo un po’ stanca”.

Luca aveva fatto di sì con la testa e aveva lasciato cadere la sigaretta in terra. 

Sì, lei era di una bellezza strabiliante. Le efelidi le impreziosivano il volto e il verde degli occhi riusciva ad illuminare tutto quello che cadeva sotto il suo sguardo.

Luca si passò la lingua sulle labbra come se avesse fame. Era sempre stato timido con le ragazze, ma non quella volta.

“Certo, la panchina non è mia” rispose spostandosi leggermente.

Poi si era presentato e avevano chiacchierato del più e del meno. Era stato piacevole quel primo dialogo, fatto di piccole frasi timide e dalla volontà di scoprirsi. Solo dopo, lei gli aveva confidato di essersi seduta di proposito, voleva conoscerlo: era rimasta stupita dalla sua sicurezza, dal suo modo di fumare che lasciava trasparire una leggere arroganza mista a riservatezza.

Dopo qualche giorno si fidanzarono, un bacio sotto la Torre medievale del castello aveva sancito quel loro amore nato quasi per caso. E poi, dopo qualche mese, era cominciato tutto. Aveva sentito dentro di sé la paura di perdere qualcosa. Il bisogno che lei fosse sua, che lei fosse una sua proprietà. Non aveva capito bene il perché, ma ogni tanto, quando pensava a lei, quel bisogno inglobava tutto il resto e diveniva impellente. Faceva male. 

Aveva già percepito, anni prima, quella sensazione. A volte era riuscito a tenerla a freno, altre volte l’aveva dovuta sfogare. 

E così, anche con Anna, i primi mesi era riuscito a dominarla, ma, a lungo andare, aveva ceduto. Era successo una sera, forse era fine gennaio o inizio febbraio. Non ricordava bene quando e nemmeno il motivo per cui era scaturita la discussione. La sua memoria aveva conservato solo l’emozione che aveva provato, da cui era nato il primo episodio di violenza su di lei.

Lui era lì, in piedi davanti aa Anna. Il viso inespressivo, come se fosse paralizzato o impossibilitato a muoversi. Sentiva l’aria entrare e uscire dai polmoni e dentro di sé percepiva solo paura e rabbia. Paura di rimanere solo, paura che gli si togliesse qualcosa di vitale, paura di non essere più lui. Una paura ancestrale, che non sapeva da dove arrivasse, una paura… che si era trasformata in angoscia. Dopo qualche secondo a quell’emozione era subentrata la rabbia. Nessuno poteva togliergli quello che era suo di diritto.

La mano si era alzata e aveva colpito violentemente una guancia di Anna che era caduta. Lei era rimasta lì, in terra, con le gambe indolenzite dal terrore e dal dolore. La guancia faceva male.

Luca la vide dall’alto, un senso di superiorità aveva placato la sua paura.

Si era piegato verso di lei e le aveva chiesto scusa.

Gli episodi si erano ripetuti, uno dopo l’altro, e tra l’uno e l’altro il sentimento della paura aumentava sempre di più. Le chiedeva sempre scusa, ma era impotente davanti a quelle pulsioni. 

Non sapeva da dove nascessero, ma era consapevole che non sarebbero cambiate, che non si sarebbero affievolite. Le scuse erano un placebo, una finzione, una preghiera per non essere abbandonato, ma lui era ben conscio che non sarebbe variato nulla. A volte si sentiva in colpa, ma anche quell’emozione non bastava. Il bisogno di controllo e di potere innescava la paura e da questa il passo verso la violenza era immediato.

Le violenze si erano ripetute, ogni volta più forti, e con loro anche le scuse.

Luca scrolla la testa, abbassa lo sguardo e vede la lama del coltello. Anna è davanti a lui, immobile come se stesse aspettando la conclusione di quella storia malata. Si chiede per un attimo perché non scappi, perché non lo abbia mai abbandonato come avevano fatto tutte le altre, e si risponde che, forse, è sempre stato bravo a scusarsi. Un leggero ghigno gli sfiora le labbra.

Luca si chiede perché lei lo abbia portato fino a quel punto. Le altre erano state in grado di lasciarlo, di scappare… in qualche modo erano riuscite a tirarsi fuori da quella brutta storia, ma lei no.

“Perché sei qui?” le chiede dimenticandosi di quello che si erano detti per telefono poche ore prima, “ Lo sai che sei mia!”

Anna non risponde, alza gli occhi verdi che si incollano su quelli di lui. Sembra calma, ma non lo è.

Continua…

Anna

“Scusi, mi posso sedere?” aveva chiesto Anna indicando il lato vuoto della panchina rossa.

Era incominciata così la loro storia. Una semplice frase, una semplice richiesta. Lei era alla Fera dij Còi con delle sue amiche. Si stava annoiando e aveva notato un ragazzo, seduto su una panchina rossa, fumare tranquillamente. Era già la terza volta che lo guardava e che gli passava davanti, ma lui sembrava non essersi accorto di nulla. Era sicuro nella sua postura, anche se alcuni movimenti lasciavano trasparire una leggera timidezza.

Luca le aveva fatto spazio ed Anna aveva apprezzato quel piccolo gesto di galanteria. Si erano piaciuti sin da subito. Luca era gentile e premuroso all’inizio, poi, con l’andare del tempo era cambiato. Anna non sapeva il perché. Lei aveva solo potuto constatare e assaggiare sul proprio corpo la sua rabbia. Prima uno schiaffo, poi un calcio e … 

Ora sono lì, nella piazza centrale di Settimo a cui è stato dato un nome che non ha nulla a che fare con quello che loro stanno vivendo.

“Forse non hai capito” dice Luca con un tono di voce gelido e con lo sguardo fisso sul volto di lei, “o sei mia o non sarai mai di nessun altro”.

Anna è immobile. Lo sguardo a terra. Sente quelle parole come se fossero pugnali. 

É stata lei a volerlo incontrare quella sera. Vorrebbe lasciarlo, ma ha deciso di sapere fino a che punto la rabbia di Luca possa arrivare. Sembra un gioco perverso, ma non ha voluto difendersi dietro un telefonino. No, lei ha voluto sfidarlo.

“Perché sei qui?” le chiede lui dimenticandosi di quello che si erano detti per telefono poche ore prima, “ Lo sai che sei mia!”

Anna non risponde, alza gli occhi verdi che si incollano su quelli di lui. Sembra calma, ma non lo è.

Dentro di lei si alternano tutte le emozioni che ha provato da quando ha incontrato Luca, o meglio, da quando ha voluto incontrare Luca, in ordine di apparizione: felicità, sconcerto, incredulità, paura, rabbia, vergogna, senso di colpa e di nuovo rabbia. Le emozioni si mescolano al dolore fisico, ai lividi, al sangue che a volte è uscito dal naso o da altre ferite che lui le ha provocato. Il dolore, a sua volta, si fonde con le decine di scuse che ha sentito da Luca e che, nello stesso tempo, lei ha dovuto raccontare ai suoi genitori per nascondere la verità: uno scalino non visto, una porta che si è aperta all’improvviso e… altre ancora.

Anna fa un respiro profondo, abbassa lo sguardo e osserva la lama del coltello che oscilla da destra a sinistra. Sa che è riservata a lei, ma non sa quando lui si fermerà.

“Sai perché sono qui, vero?” domanda lei.

“Certo che lo so, ma so anche che non riuscirai a farlo” risponde lui alzando leggermente il coltello. 

Anna fa un passo in avanti, deglutisce la saliva e distoglie lo sguardo volgendolo verso il contorno della piazza. Vede le telecamere e calcola, come ha fatto giorni prima, il loro raggio di esposizione.

“Non so cosa vuoi fare con quel coltello, Luca, se uccidermi o meno, ma sappi che io sono già morta e lo sei anche tu”.

Luca non capisce, assume un’espressione come a chiedere spiegazioni.

“Io sono morta la prima volta che mi hai picchiata” continua Anna, “Sono stata zitta e in quel momento sono morta, mi sono uccisa da sola. Dovevo …”

Anna ha un attimo di titubanza, respira con fatica, ma riprende il suo pensiero.

“… dovevo allontanarmi, dovevo denunciarti, ma … non l’ho fatto”.

“Io ti ho chiesto scusa” l’interrompe Luca.

“Come sempre, come ogni volta” fa lei infilando una mano nella borsa, ed estrae una pistola. Allunga il braccio destro e prende la mira sulla faccia di lui.

Luca è stupefatto, allenta leggermente la presa sul coltello.

“Ma cosa fai? Mi vuoi uccidere?” domanda con sarcasmo.

Anna toglie la sicura.

“Non lo so, anche perché vinceresti tu, questa storia non deve finire con un vincitore e un perdente, ma solo con la tua sofferenza. Se io adesso ti uccidessi,   io andrei in carcere e avresti vinto tu”.

“Non capisco” dice lui lasciando cadere la mano con il coltello. 

Luca inizia ad avere paura, capisce che Anna parla sul serio, ma non immagina fino in fondo quali siano le sue intenzioni.

“Io sono morta, perché avrò sempre paura dei maschi, degli uomini… tu mi hai insegnato la paura…” dice Anna, mettendo il dito sul grilletto, “la paura della fiducia, la paura nel donarsi all’altro. Non riuscirò più a darmi ad un altro senza il timore o l’angoscia”.

“E vuoi uccidermi? O cosa vuoi fare con quell’aggeggio?”

Anna fa un passo in avanti, abbassa la mira e preme il grilletto. Chiude gli occhi, sa di sbagliare e che non avrebbe dovuto rispondere alla violenza con la violenza. Un senso di colpa la pervade e poi lo vede cadere in terra. 

Luca si dimena, si contorce per il dolore. Inizia ad urlare comprimendo le mani attorno a una coscia. Il coltello è volato distante e un rivolo di sangue macchia i sampietrini della piazza. Alcune luci delle case adiacenti si accendono una dopo l’altra.

“Tu mi hai uccisa quando mi hai picchiato la prima volta” sottolinea Anna avvicinandosi al suo fidanzato, “Ti ricordi il motivo della discussione?”

Luca non ha sentito, si muove freneticamente cercando di tamponare la femorale vicino all’inguine.

“Non lo ricordo nemmeno io” sentenzia lei.

Anna è stata imprecisa di pochi centimetri, ma forse no. Pensa che avrebbe dovuto fare più pratica in quel campo isolato di Mezzi Po. Si avvicina a Luca, una scarpa di lei calpesta il sangue: è rosso e viscido, come il suo quando era stata picchiata.

Sa che deve fare in fretta, afferra il coltello e se lo pianta in un fianco. Lo estrae, per giustificare le sue impronte sul manico, e cade in terra. 

Fa male, ma meno di quando lui la picchiava. Inizia a lamentarsi, la sua storia deve reggere e deve essere verosimile: lui l’ha minacciata per l’ennesima volta per telefono, lei ha avuto paura e ha preso preventivamente una pistola di suo padre. Ha avuto paura che lui potesse farle del male, ha avuto paura di essere uccisa, ha avuto molta paura…

“É stata legittima difesa” dice Anna mettendosi in posizione fetale nel tentativo di attenuare il dolore “Forse un eccesso di legittima difesa”.

Sente una sirena in lontananza, forse due e spera, almeno secondo i suoi calcoli fatti giorni prima, che le telecamere del comune non li abbiano ripresi.

“Scusa papà, se sarai incriminato per mancata custodia delle armi, ma era necessario” sussurra Anna prima di svenire.

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Marco G. Dibenedetto
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