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SETTIMO T.SE : CHI HA RAPITO BABBO NATALE?

24 dicembre, ore 23.35

“Ma dove sono finito?” chiese Babbo Natale aprendo gli occhi e non riconoscendo il soffitto di fronte a lui. Sulla volta erano disegnati alcuni affreschi di cui, però, non aveva memoria.

Sollevò il dorso e piantò le mani sul pavimento freddo. Rivolse lo sguardo da destra a sinistra, poi di nuovo a destra. Chiuse gli occhi con la convinzione che forse si trattava solo di un vivido sogno. Li aprì, ma non era cambiato nulla, gli affreschi lo stavano osservando e parevano anche loro non riconoscere quell’individuo che indossava uno strano abito rosso e bianco.

“Ma dove sono?” ripeté con un respiro carico di incredulità. 

Di fianco a lui, a terra, c’era il sacco di juta riverso con dentro i regali che avrebbe dovuto consegnare ai bambini di Settimo Torinese. Aveva già fatto il giro del mondo, e aveva lasciato Settimo come ultima città. Ogni anno cambiava tragitto e lo decideva solo due giorni prima delle consegne, scegliendo il percorso dopo aver consultato le condizioni atmosferiche. Era vecchio e ormai mal sopportava, per troppe ore consecutive, il gelido freddo di alcuni paesi. Grazie a Internet, era venuto a sapere che a Settimo le temperature, per la vigilia di Natale, non sarebbero scese sotto lo zero e quindi…

Il suo sguardo era fisso sui regali caduti a terra e, incredulo, pensò che qualcuno avesse lanciato sul pavimento il sacco di juta con poco rispetto. Si alzò e si scrollò la polvere che imbrattava il vestito e la barba. Rivolse gli occhi al soffitto e si stupì per la seconda volta della bellezza di quegli affreschi dipinti chissà da chi e chissà quando.

In quella stanza non c’erano mobili, non c’erano sedie. Era vuota e fredda. Alla sua destra, notò una porta, si avvicinò e cercò di aprirla, ma non ci riuscì. Era chiusa dall’esterno. 

“Ma che ore saranno?” si domandò con un tono di voce quasi impercettibile, “Ma perché sono qui?”

Si inumidì le labbra e si accorse di avere uno strano sapore. Era come se avesse mangiato qualcosa di dolciastro, ma era sicuro di non aver messo in bocca niente che potesse avere quel gusto. E poi era il 24 dicembre e lui aveva il compito di lasciare i regali per i bambini sotto tutti gli alberi di Natale. Si tolse il cappello e si grattò la nuca ricoperta da una folta chioma disordinata e bianca.

Cercò di ricordarsi cosa fosse capitato e il perché non fosse sulla slitta a distribuire i pacchi dono. Riuscì a visualizzare nitidamente solo alcune immagini, le altre erano sfocate: un cartello con scritto Settimo T.se, poi la slitta parcheggiata sopra un tetto e lui che …

“Che?” fece senza trovare nessuna risposta.

L’immagine si bloccò mentre stava oltrepassando con un piede un comignolo. Poi, più nulla. Ingoiò la saliva ed espirò con energia dal naso, e il sapore dolciastro si trasformò in una sensazione olfattiva. Il ricordo riprese il suo corso e davanti ai suoi occhi si presentarono l’immagine di una mano inguantata, e di un fazzoletto imbevuto di qualcosa di dolce. Qualcuno lo aveva afferrato alle spalle e lo aveva strascinato sulle tegole cercando di immobilizzarlo. Il cervello in panne, stordito a causa di ciò che gli era stato fatto inalare. Le palpebre erano divenute pesanti e si erano chiuse lentamente.

“Mi hanno drogato, mi hanno rapito!” esclamò guardando il sacco a terra e aggiunse con stupore: “Ma perché? Cos’ho fatto di male? E ora i bambini di Settimo come faranno a ricevere i loro regali”.

Iniziò a urlare: “Aiuto, sono Babbo Natale, c’è qualcuno che può sentirmi?”

24 dicembre, ore 23.00

“Ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta!” gridò con entusiasmo il primo giocattolaio alzando un bicchiere di spumante, “Abbiamo catturato Babbo Natale”.

“Già, finalmente ci siamo vendicati, sono anni che i nostri affari vanno male per colpa di quel vecchio. Nessuno compra più nulla in questo periodo perché quel cavolo di vecchiaccio barbuto produce, con i suoi aiutanti, tutti i regali per i bambini del mondo!” fece il secondo giocattolaio. 

“Ma sei sicuro che non ci abbia visto nessuno?”

“Sono sicuro, nessuno ci poteva vedere, eravamo sul tetto. Chi mai avrebbe potuto notarci? E poi, grazie alla slitta del vecchio, siamo volati fino alla Torre medioevale e lo abbiamo rinchiuso all’ultimo piano”.

“Già, ma quando lo liberiamo?” chiese il primo giocattolaio.

“Dopo capodanno, naturalmente, ma soprattutto dopo che i bambini e i loro genitori saranno venuti da noi per comperare i regali che non hanno ricevuto” rispose il secondo giocattolaio con una grossa risata.

“Però morirà, sei sette giorni senza acqua e cibo non può resistere”.

“Se è furbo, troverà il modo di scappare, altrimenti…” disse il primo giocattolaio “ma ora non preoccupiamoci di lui, pensiamo solo agli affari che faremo”.

“Hai ragione, hai ragione”.

I due giocattolai bevvero lo spumante, guardarono l’orologio: mancavano alcuni minuti allo scoccare della mezzanotte e sarebbe giunto il  25 di dicembre.

24 dicembre, ore 23.52

Una donna con la testa incappucciata da un cappello di spessa lana stava attraversando piazza della Libertà a Settimo. Le mani nelle tasche del giaccone, del vapore usciva dalle labbra, e il passo era cadenzato, ma sicuro. 

Era da quando, anni addietro, era morto il pittore che Luisa passava tutte le vigilie di Natale nella sala affrescata da lui nella Torre medievale di Settimo. Era un modo per ricordarlo, per riaverlo vicino, anche se lei non lo aveva mai avuto tutto per sé. Lo aveva amato in silenzio senza mai rivelargli quel profondo sentimento di amore non corrisposto e, soprattutto, mai confessato. Gli aveva fatto qualche volta da modella, vestita e non, e quando gli occhi di lui si erano posati sulla sua pelle diafana, lei aveva sentito una carezza che le aveva donato sempre un calore pieno di dolcezza. 

Luisa lavorava in Comune, nell’ufficio Prenotazioni e Pubblicazioni di Matrimonio, per cui aveva le chiavi della Torre, dove il suo amato pittore aveva disegnato quegli affreschi famosi in tutta la città. Aprì la porta nel piccolo piazzale dietro l’ingresso del Comune, entrò e la richiuse dietro di sé. Non sentì niente, salì le scale e arrivò all’ultimo piano, dove stava la sua stanza preferita. 

Infilò la chiave nella serratura della stanza degli affreschi e qualcosa la travolse. Non capì più nulla, si sentì spingere a terra e vide una sagoma rossa scendere per le scale. 

Quando si rialzò, in lontananza alcuni campanelli suonavano come per magia.

25 dicembre ore 6.30

Ivan e Anita si svegliarono con il cuore che batteva forte. Era lei che aveva messo la sveglia così presto. Tutti e due non vedevano l’ora di scoprire cosa avesse portato loro Babbo Natale. Con un passo felpato andarono verso il salotto, dove l’albero di Natale illuminava ad intermittenza quasi tutta la casa.

“Ehi Ivan, guarda!” disse Anita, la più grande, indicando alcuni pacchi sotto l’albero e fermandosi sull’uscio.

“Speriamo che mi abbia portato il robot che gli ho chiesto” fece lui con un sorriso che gli ricopriva quasi tutto il viso.

“E a me l’ultimo modello dell’iPhone!”

Fuori, la neve aveva incominciato a cadere lenta e bianca, Babbo Natale era già tornato in Finlandia nella sua casetta. Si mise a letto e dormì, contento che tutti i bambini, anche quelli di Settimo, avessero ricevuto ciò che avevano desiderato per tutto l’anno e che gli avevano scritto nelle letterine. Solo un domanda continuava a ronzargli per la testa: “Ma chi mi ha rapito?”

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Blogger: Marco G. Dibenedetto

Marco G. Dibenedetto
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