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SETTIMO. Ricordando l’alluvione di 25 anni fa

Ogni ventisei mesi, secondo le statistiche, il Piemonte subisce un evento alluvionale che condiziona fortemente la vita dell’uomo e le sue attività. Una bella media, non c’è che dire!

E anche una conferma di come le cose non siano troppo mutate nel corso dei secoli, come ben si evince dalle cronache del «diluvio» che sommerse mezzo Piemonte nel novembre di venticinque anni fa.

Facilissimo è redigere elenchi d’inondazioni verificatesi nel corso dell’ultimo millennio.

Non ci sono eventi documentati con tanta continuità come quelli alluvionali. Il che è abbastanza comprensibile se si considera come le acque costituissero, in altri tempi, una preziosa fonte di ricchezza per i paesi sviluppatisi lungo fiumi e torrenti. Molte famiglie campavano coi proventi della pesca. Inoltre la corrente alimentava i battitoi di canapa e i mulini natanti di alcuni comuni (fra i molti, quelli di Gassino).

Però, durante il periodo delle piogge, i fiumi si tramutavano in una minaccia incombente. Nella zona di Settimo Torinese, ad esempio, il Po non aveva un alveo ben delimitato. Pertanto tendeva a invadere i terreni circostanti. Gli uomini controllavano con apprensione il livello delle piene che, nel volgere di breve tempo, potevano travolgere i casolari nella campagna, distruggere le colture e rendere vani i sacrifici di una vita.

I documenti d’archivio conservano memoria di alcune inondazioni particolarmente rovinose. Le note di Bertino de Signorino, castellano di Gassino, ci informano che un devastante allagamento delle campagne si verificò nel biennio 1310-1311. Altre piene distruttive si registrarono negli anni 1415, 1418, 1628, 1659, 1733, 1755, 1780, 1829, 1879 e 1901. Nel 1418, avendo il Po provocato gravi inondazioni, gli abitanti di Cimena e di Castagneto espressero il desiderio di mantenere l’alveo del fiume il più lontano possibile dalle rispettive terre. Il marchese Teodoro di Monferrato, invece, ordinò che il Po fosse riportato nel letto originario. Inoltre – c’informa padre Agostino Borla, un autore chivassese del Settecento – «comandò provvedersi mille uomini delle vicine comunità (450 da Volpiano, 54 da Settimo, 200 da Verolengo, 150 da Caluso, 90 da San Raffaele, 70 da Castagneto), i quali proseguirono il lavoro per tutto l’anno seguente».

Più volte le acque del Po allagarono la parte bassa del territorio di Settimo, unendosi a quelle del rio Freidano, sino a lambire la torre medioevale. Spesso, quando la piena si ritirava, il fiume non riprendeva a scorrere nel suo vecchio letto, ma si divideva in più rami che serpeggiavano fra le pietraie e i terreni incolti, creando innumerevoli grattacapi ai contadini. Fu ciò che accadde, ad esempio, nel 1755 allorché la piena ridusse non pochi terre «parte a giara nuda e parte formanti il letto presentaneo del fiume», come si legge in una carta dell’epoca. A problemi simili accenna una relazione di due anni anteriore in cui si precisa che i terreni di Gassino verso il Po, nell’attuale zona Mezzi, risultavano di «pochissima consistenza a causa del guasto arrecato dalle inondazioni».

Persino il transito sulla via di Casale, nel territorio di San Mauro Torinese, era ostacolato dalle erosioni del fiume. Durante la seconda metà del Settecento si rese necessario modificare il tracciato della strada. Quasi sicuramente la decisione fu assunta per porre rimedio a un tentativo poco felice di deviare le acque del fiume in un alveo secondario, verso la sponda destra. «Nil sub sole novi», dice la Bibbia. Non vi è nulla di nuovo sotto il sole!

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