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SETTIMO. Quando a Settimo si contraffacevano le penne

«Computer e tablet spiazzano Settimo», titolava «Il Sole 24 Ore» nell’agosto 2012, riferendosi al distretto industriale della penna che pativa le conseguenze di una crisi senza precedenti. A distanza di sette anni, la situazione non appare affatto migliorata. Anzi! Settimo non è più la capitale internazionale della penna.

Alle difficoltà originate da un’asprissima congiuntura economica si aggiungono quelle dovute alla gaglioffa concorrenza di alcuni Paesi che solo negli ultimi decenni si sono affacciati al mercato degli articoli per la scrittura. Il design delle penne di Settimo è imitato, riprodotto, contraffatto. Si ripropongono, in pratica, situazioni già sperimentate dai produttori locali, anche se a ruoli invertiti. In tempi non lontani, infatti, erano questi ultimi a copiare le penne delle maggiori aziende.

Negli anni Cinquanta del secolo scorso, il modello più riprodotto era la Parker 51, una stilografica progettata da Laszló Moholy-Nagy, già esponente della Bauhaus, la famosa scuola che l’architetto Walter Gropius aveva aperto nel 1919 per promuovere l’integrazione fra tutte le espressioni artistiche e la produttiva compenetrazione delle arti nell’industria. Lanciata nel 1940, la Parker 51 risentiva della tendenza a geometrizzare le forme per renderle essenziali. Dotata di un bel cappuccio metallico, con un pennino quasi nascosto dal corpo, aveva suscitato il consenso entusiastico del pubblico, nonostante la difficile situazione economica.

A partire dagli ultimi anni Quaranta del secolo, molti fabbricanti settimesi trassero ispirazione dalle eleganti forme della stilografica americana. Ma alcuni si spinsero più in là, giungendo a riprodurla integralmente o quasi, al punto che il distributore italiano della Parker dovette adire le vie legali per bloccare quelle che si presentavano, a tutti gli effetti, come contraffazioni.

Racconta un tecnico del settore, già titolare di un laboratorio di penne: «Fu un produttore di Settimo a chiedermi di fabbricare le false Parker 51. Quando avevo ventimila stilografiche, le trasportavo a Genova in treno, sperando di non essere fermato per un controllo. Effettuavo le consegne alla stazione di Brignole e tornavo indietro col primo treno per Torino. Ritengo che le penne venissero inviate a Napoli. Col committente di Settimo pattuivo una certa somma per ogni esemplare prodotto: era una cifra alquanto modesta in confronto a ciò che, presumibilmente, egli riusciva a ricavare dalla vendita in blocco della merce».

«I venditori – riferisce un fabbricante settimese – smerciavano le stilografiche in tutt’Italia, specie a Napoli, Venezia e Roma. Credo che molte finissero pure all’estero. I migliori acquirenti erano i turisti che venivano avvicinati davanti ai grandi alberghi o nei pressi dei luoghi d’arte». Ogni penna presentava l’inconfondibile fermaglio a freccia della casa americana con la scritta «P.Ark» o altre simili che erano facilmente scambiate per il marchio originale. Il cliente sprovveduto pensava di acquistare un’autentica Parker 51 a un prezzo stracciato. La stilografica era riprodotta nei minimi dettagli, tuttavia la qualità dei materiali e dei componenti (il pennino e l’alimentatore, ad esempio) lasciava alquanto a desiderare.

La faccenda ebbe fine quando il distributore della Parker subodorò la frode e si rivolse al magistrato. Ma l’inchiesta non giunse a chiarire tutte le implicazioni. Questa, per lo meno, è la versione dei fatti che circolava in Settimo sino a non molto tempo fa. Si diceva anche che alcuni elementi di prova, come i rullini metallici che servivano a marchiare le penne, furono nascosti a tempo debito e poi distrutti. «Eravamo giovani e un po’ sprovveduti…», commenta uno degli implicati nella vicenda. E conclude: «Nessuno di noi si arricchì con le false Parker».

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