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In foto 1978, Celestina Adornato col sindaco Tommaso Cravero

SETTIMO. Libere tutte

«Il ricordo delle mie sofferenze passate è insopportabile, a sentire parlare di manicomio mi viene il terrore; a Settimo mi trovo bene, sono ben voluta e rispettata da tutti, mi sento una libera cittadina». Così scriveva, nel 1982, Celestina Adornato, un’ospite della locale comunità per donne dimesse dal manicomio. Le sue parole tornano d’attualità mentre televisioni e giornali ricordano Franco Basaglia, il padre della discussa quanto innovativa legge che soppresse gli ospedali psichiatrici (la numero 180 del 1978), scomparso quarant’anni or sono, nell’agosto 1980. Offrono, inoltre, l’occasione per rispolverare una pagina dimenticata della storia recente.

Negli anni Settanta dello scorso secolo, per quanto concerne la salute mentale, Settimo Torinese svolse un ruolo di netta avanguardia, anticipando il legislatore. Tutto cominciò nel 1971 quando il Comune promosse l’istituzione di un consultorio psico-medico-sociale, appoggiandosi a un medico, il dottor Enrico Pascal (che recentemente è stato definito «il Basaglia piemontese»), a un’assistente sociale e a cinque infermieri, tutti volontariamente distaccatisi dall’ospedale psichiatrico di Collegno, dove avevano costituito una comunità terapeutica con l’intento di riabilitare i pazienti «degradati e distrutti» dalla segregazione. Il sindaco dell’epoca era Antonio De Francisco; l’assessore Tommaso Cravero aveva la delega all’Assistenza. Ben radicato era il convincimento che solo attraverso la collaborazione con gli amministratori locali si sarebbero davvero chiusi i manicomi, valorizzando le potenzialità terapeutiche insite nell’ambiente di vita dei malati, soprattutto i legami sociali e affettivi.

Ciò non toglie che permanessero non pochi dubbi. «L’assistenza psichiatrica – riferirà Tommaso Cravero nel 1982 – era una competenza della Provincia, e quindi il Comune non c’entrava»: «era giusto deviare il nostro impegno» durante la delicata «fase di avvio dei servizi sociali, per farci carico di questo problema?». «Ci sorresse – aggiungerà Cravero – la convinzione che, senza la presa in carico dei bisogni da parte di tutti, indipendentemente dalle competenze», la bontà e l’efficacia degli stessi servizi comunali «sarebbero state in gran parte vanificate».

Un ulteriore progresso nella lotta alle spinte emarginanti fu conseguito nel 1976, quan¬do si costituì la comunità residenziale per donne anziane dimesse dai manicomi, dove fu accolta anche Celestina. A tal fine la nuova giunta presieduta dallo stesso Cravero mise a disposizione due appartamenti nello stabile edificato all’inizio degli anni Cinquanta per le famiglie dei dipendenti municipali (via Giovanni Amendola, sotto la torre dell’acquedotto, ora in demolizione). Negli spazi rimessi a nuovo furono ospitate nove donne che contavano, in tutto, oltre duecento anni d’internamento manicomiale.

«All’inizio – scrive Enrico Pascal – le donne erano molto scettiche, incredule, dicevano che il manicomio era la loro casa ed avevano paura a uscire». A fatica gli operatori del servizio ottennero di «farle partecipare con entusiasmo alla loro nuova vita in libertà». Ma qualcuno non accolse di buon grado l’iniziativa. I parenti, ad esempio, si rifiutarono di accettare il reinserimento delle rispettive congiunte all’interno della società civile. In genere, tuttavia, i cittadini presero atto con sentimenti di benevolenza misti a sorpresa che una nuova comunità era sorta in Settimo.

Le pazienti – dichiarerà Pascal – «erano assistite da noi, ma non custodite, e col tempo migliorarono enormemente. Arrivarono a gestirsi la vita, a svolgere i lavori di casa, ed oggi alcune vanno a farsi la spesa e cucinano normalmente. E pensare che queste donne erano definite pericolosissime, irrecuperabili».

Non c’è dubbio, una «bella stagione», quella dei servizi di salute mentale nella Settimo degli anni Settanta.

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