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SETTIMO. Liberalizzazioni: la rabbia dei commercianti

Continua l’urlo di protesta da parte dei commercianti settimesi. Questa volta, a scaldare gli animi dei piccoli esercenti della città, non è il continuo aumento delle tasse- Tares, Tasi ed Imu. Bensì la liberalizzazione delle aperture dei centri commerciali proposta nel 2011 con la manovra Salva Italia dell’allora ministro Monti e attualmente ripresa dal ministro dello sviluppo Federica Guidi.. Liberalizzazione, soprattutto domenicale, che contribuisce sempre più ad attrarre i consumatori nei grandi centri di consumo- le strutture della grande distribuzione organizzata- deteriorando l’economia dei piccoli negozi del centro storico. Girando per le vie principali del centro cittadino, forte è lo scontento degli esercenti commerciali. Ecco le loro opinioni. “Trovo assurde le liberalizzazioni delle aperture. Chi ha potere dovrebbe fare in modo di incentivare il commercio dei piccoli negozi, non ammazzarlo“, afferma la titolare del negozio di abbigliamento per bambini “Via Italia” in via Italia 46/A. “Sinceramente credo che ci siano altre priorità da mettere in atto nel nostro nel paese“. Vanina Garbarini di “Arianna Profumi” situato in via Italia 31/A esordisce: “Sinceramente non c’è da stupirsi. Ormai il commercio non ha più regole“. E continua: “Prima o poi bisognava aspettarsi che accadesse anche in Italia. D’altronde è una politica economica che in altre città europee, esiste già“. “Andando a Praga o Berlino, ad esempio, è facile incontrare mini- market aperti anche alle due di notte“. Il pensiero negativo è condiviso anche da Aurelia De Carolis, proprietaria del Centro Tim situato sempre nella via centrale della città. “Le liberalizzazioni delle aperture non hanno senso“. “In questo periodo di crisi, io credo che decidere di tenere aperto un centro commerciale un giorno in più, non significhi guadagnare di più“. “Piuttosto– spiega- le entrate economiche che prima avvenivano in sei giorni, ora avvegono in sette“. Continuando il giro tra i negozi, i pensieri dei lavoratori non toccano solamente la questione economica relativ ai guadagni. A preoccuparli è anche il profondo mutamento delle abitudini, della cultura e degli stili privi di radici e di identità degli abitanti. “Viene a mancare il rapporto diretto col venditore. I centri commerciali sono diventati i nuovi luoghi di aggragazione“, racconta un passante per strada. “La gente per incontrarsi non va più nei parchi, nei bar o nelle piazze, ma nelle gallerie commerciali“. Infine, Maria Grazia Beltrame, titolare di “Intima Età” tuona: “Bisognerebbe rivedere la scala di valori. La vita non è solo consumismo e divertirsi non vuol dire solo consumare“. E conclude: “È triste vedere la gente andare nei supermercati perchè non ha altro da fare“.

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