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ALBO ORLANDI Al centro, mentre discute con alcuni collaboratori

SETTIMO. La storia di Albo Orlandi, papà partigiano ed indimenticabile direttore della Farmitalia

Un partigiano ai vertici della fabbrica dei Tigli: la FarmItalia.

Ce lo racconta Maurizio Orlandi in un documentario, ancora in divenire, su suo padre dal titolo “Il Direttore” che ha avuto un finanziamento sullo sviluppo dalla Film Commission. Tra il 1969 e il 1978, Albo Orlandi, un partigiano combattente toscano, assunse il ruolo di responsabile del personale alla Farmitalia di Settimo. Anni difficili e controversi che molti settimesi ricorderanno.

Maurizio, professore di scuola media e documentarista d’eccezione con 41 lavori  cinematografici alle spalle, ha pensato insieme ad Angelo Santovito, amministratore della Filmrouge Produzioni, di realizzare un documentario sugli anni che suo padre trascorse a Settimo. E questo non poteva non farsi se non intrecciando la sua storia personale e lavorativa con quella della Farmitalia, un’azienda che contava più di 1500 dipendenti ed era situata in un luogo strategico in prossimità dei collegamenti ferroviari tra Milano, Genova e la Francia. La fabbrica era situata all’interno del tessuto urbano della città di Settimo e ne divenne parte integrante sia a livello sociale che politico. Se Settimo non è solo la FarmItalia, si può dire che la FarmItalia è senz’altro Settimo.

Ma andiamo per ordine, Maurizio, chi era suo padre?

Mio padre è nato a Gavorrano, un paesino nella Maremma toscana, dove faceva l’impiegato in una miniera di pirite della Montecatini, poi Montedison. Negli anni della guerra è stato un antifascista, partigiano combattente nella Resistenza a Firenze. É stato catturato e torturato dalla Banda Carità. Evaso dal carcere, ha poi combattuto con i partigiani in montagna, fino alla Liberazione della Toscana. Questa pagina eroica della sua vita, che io ho già raccontato nel film precedente “Le Foglie Volano”, ha avuto un valore enorme nella sua vita privata e professionale.

Quando venne trasferito a Settimo e perché?

Venne trasferito a Settimo nel 1969 quando la Farmitalia era diretta dal dott. Grosso. Era il periodo dell’autunno caldo, erano gli anni delle aspre lotte politiche e sociali che sfociarono in seguito nella stagione del Terrorismo e delle Brigate Rosse. Per lui, essere il collegamento tra la dirigenza e la forza lavoro, non deve essere stato così facile. Come per esempio la battaglia sulla cassa integrazione che era intesa dagli operai come il primo gradino verso il licenziamento e che fu, ovviamente, dura da far accettare. Oppure come la questione del depuratore in cui mio padre era il pendolo tra la Montecatini, con la sua visione ultra conservatrice, e il consiglio di fabbrica che spingeva per i lavori di purificazione dei vapori di scarico.

Suo padre a cosa è andato incontro, quando è arrivato a Settimo?

Mio padre, entrando a far parte dell’altro lato della barricata, ha dovuto fare scelte che io non accettavo e che stridevano con la sua storia di partigiano combattente. Ha preso delle decisioni difficili per il suo background culturale e politico. Io sono sicuro che lui abbia vissuto molto male alcune decisioni, ma era consapevole della fregatura che la Montecatini gli aveva dato.

Cosa intende con questo?

Lui era un semplice impiegato nelle miniere della Maremma, una realtà molto piccola, si conoscevano tutti. Venne trasferito a 50 anni a Settimo come responsabile del personale, una realtà in cui stava per esplodere la rivoluzione sindacale e sociale. Secondo me, lo ha salvato la sua coerenza. E tutto potevano dirgli, ma non che fosse un fascista.

Suo padre ha mai avuto dei pentimenti o dei sensi di colpa per le scelte fatte?

Non so se si può parlare di pentimento, però lo colpì moltissimo un evento: avvenne un incidente, un’esplosione nel reparto di fermentazione. Un sabato pomeriggio del 1973, Renzo Maietti, soprannominato in paese Abele, il figlio di un suo amico toscano e che proprio mio padre aveva fatto assumere, fu deturpato dalle fiamme. Fu un incidente gravissimo e mio padre, a livello emotivo, si sentì in colpa e fece di tutto per aiutarlo e farlo trasferire al suo paese d’origine. Questo se lo porterà dietro per tutta la vita, anche se in effetti non è stata colpa sua, ma questo lo segnerà particolarmente.

Perché ha avuto il bisogno di fare un documentario su suo padre e quindi anche sulla Farmitalia?

Questo documentario è  il racconto di un figlio che ha bisogno di ricucire la propria cesura nel rapporto con suo padre, di narrare la solitudine di un uomo e della sua sconfitta umana che legano, nel tempo e nelle contraddizioni, un padre e un figlio. Quella del partigiano e quella del dirigente sono due storie diverse e contrapposte, che vibrano dentro di me in maniera contrapposta. Due vite che hanno tracciato un confine tra quello che accettavo e quello che rimuovevo.

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Blogger: Marco G. Dibenedetto

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