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SETTIMO. La guerra dell’acqua

«Guerra dell’acqua» è l’espressione con cui s’individuano i moderni conflitti per l’accesso alle risorse idriche. Mentre tutti gli esperti ritengono il problema è inesorabilmente destinato ad aggravarsi, non è forse privo d’interesse rispolverare le vicende attraverso le quali Settimo Torinese giunse ad avere un proprio acquedotto pubblico.

La storia ebbe inizio alla vigilia della Grande Guerra. Già allora, a causa dell’inquinamento idrico causato soprattutto dalle acque luride delle abitazioni e dagli scarichi delle industrie, si ponevano serissimi dubbi sulla salubrità delle falde freatiche che alimentavano i pozzi, tanto nel concentrico quanto in campagna. Ma solo nel 1938 l’ingegnere Giuseppe Guarino poté mettere a punto un progetto di massima allo scopo di costruire acquedotto e fognatura. Di lì a breve, tuttavia, lo scoppio di un nuovo conflitto mondiale impedì il passaggio alla fase esecutiva dell’opera.

Nel 1949, dopo un referendum popolare, la giunta presieduta dal sindaco Luigi Raspini decise d’iniziare le trivellazioni per individuare una falda d’acqua abbondante e pulita. Scartata l’ipotesi di scavare in regione Moglia, come previsto dal vecchio progetto di Guarino, la scelta cadde su un terreno al Borgo Nuovo, nei pressi del pilone votivo dedicato alla Madonna del Carmine.

Giunta la sonda a oltre ottanta metri di profondità senza rinvenire tracce d’acqua nelle falde profonde, l’amministrazione si rivolse all’ingegnere Luigi Peretti del Politecnico di Torino. Questi, escludendo che vi fossero, nella zona, falde acquifere «di discreta portata», sconsigliò ogni «ulteriore approfondimento delle trivellazioni». Tuttavia Peretti non nascose il proprio interesse per ciò che gli riferirono i fittavoli della cascina Americana, posta a circa un chilometro dalla borgata Fornacino. Costoro, nel 1949, scavando un pozzo a uso irriguo avevano individuato uno strato sabbioso «notevolmente acquifero, isolato dalla falda superficiale», in grado di fornire, «col pompaggio, una portata di circa quindici litri al secondo».

Luigi Raspini ritenne che non bisognasse desistere dalle ricerche. Avvicinandosi la scadenza elettorale del 10 e 11 giugno 1951, egli avrebbe voluto presentarsi al giudizio dei settimesi con un risultato positivo che giustificasse l’impiego di tante risorse economiche. Ma le nuove trivellazioni a nord della strada Cebrosa tardarono a produrre i frutti sperati. Infatti, anche se l’acqua fu effettivamente rinvenuta alla profondità di sessantotto metri, i primi esiti delle analisi chimiche non parvero incoraggianti, benché gli esperti ritenessero che la carica batterica nella falda fosse dovuta a infiltrazioni esterne. Solo nel marzo 1952, una volta messa in sicurezza la canna del pozzo, il «Bollettino Comunale» poté proclamare con tono trionfante: «Finalmente acqua potabile!!!».

Intanto i prelievi idrici per le necessità quotidiane dei settimesi diventavano più difficili e incerti. «La popolazione […] si vede man mano venir meno l’acqua per gli usi domestici dalle congiunte cause della siccità e dell’ingente consumo dello stabilimento Farmitalia», spiegò il periodico del Comune nell’aprile successivo.

I lavori per l’acquedotto ebbero infine inizio: progressivamente le condotte raggiunsero le diverse località del territorio di Settimo. Il serbatoio di compensazione in cemento armato, alto quaranta metri, fu costruito ai margini del campo sportivo di via Giovanni Amendola. La condotta principale nel sottosuolo della via Leinì venne dimensionata per una popolazione presunta di trentamila abitanti. E finalmente Settimo Torinese ebbe l’acqua potabile.

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