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SETTIMO. Il taglio del bosco

Ci fu un tempo in cui fitti boschi ricoprivano buona parte del territorio di Settimo. Il «Li¬ber expensæ» di Pietro Panissera, sovrintendente di Filippo I d’Acaia, attesta che notevoli quantità di legname furono tagliate a Volpiano, Settimo e Leinì per ricostruire il castello torinese di Porta Fibellona (ora Palazzo Madama), a partire dal 1317. Gli Statuti medioevali del Comune di Settimo menzionano il bosco di Cantababbio, lungo la riva del Po. Altri boschi fiancheggiavano la strada per Brandizzo e quelle per Volpiano e Torino.

Dopo la pestilenza e le guerre della prima metà del dicias¬settesimo secolo, allorché una parte dei settimesi abbandonò il vecchio borgo per trasferirsi in campagna, iniziò una lenta opera di disboscamento. Ma nel 1836 l’estensione delle selve sfiorava ancora i 500 ettari, contro i circa 2.000 delle terre coltivabili e i poco meno di 300 dei gerbidi. «L’agro – ebbe modo di rilevare il corografo canavesano Antonino Bertolotti nel 1872 – per un quarto è lasciato a querceti cedui».

Allora i boschi fornivano travi e tavole tanto per l’edilizia quanto per le falegnamerie, nonché legna da ardere. Ma la produzione di legname non bastava a soddisfare le necessità locali («il bosco da costruzione non si trova il necessario; i minusieri sono costretti ricorrere dai paesi lontani e vicini, massime la scarsità del bosco di roveri», chiarisce un «Rapporto statistico» del 1822): solo la legna da ardere eccedeva il fabbisogno dei settimesi. «I cedui e le fustaie – puntualizzò la giunta presieduta da Giovanni Antoniotti nel 1885 – sono in generale di essenze forti (querce) ad eccezione dei boschi che esistono nei terreni alluvionali presso il Po dove predominano le essenze dolci (pioppi, ontani, ecc.)».

Dei grandi disboscamenti ottocenteschi, gli amministratori del 1885 davano un giudizio negativo: «purtroppo sono scarsissimi i boschi cedui e le fustaie, essendone stati distrutti – per soverchie facilità con cui lo si concedeva ed in ultimo per la legge in vigore che tolse malauguratamente ogni vincolo sui boschi di pianura – circa 300 ettari di 450 che esistevano in principio di questo secolo».

D’altro canto – osserva Pier Luigi Ghisleni, dal 1989 al 1995 presidente della storica Accademia di agricoltura di Torino – «il disboscamento quale mezzo di messa a coltura del terreno agrario era in generale sconsigliato dai tecnici ed inviso agli agricoltori più evoluti perché molto si temevano i danni che ad esso si potevano collegare, come si rileva dall’esame della letteratura tecnica di quel tempo». «Poiché la pioppicoltura non era ancora nota nei suoi sviluppi industriali», lo stesso Ghisleni rileva che il taglio dei boschi era «sempre e solamente effettuato per rendere il terreno atto ad ospitare piante erbacee». Su tali aree, ridotte «in tristi arativi, […] il povero contadino» consumava «inutilmente denaro e fatiche», denunciarono i civici amministratori settimesi nel 1884. E non era tutto. «L’umidità relativa – fecero notare – pare piuttosto accresciuta dopo l’importante dissodamento dei boschi […] dal 1850 in poi». «A questo fatto – aggiunsero – alcuni attribuiscono i malanni che affliggono l’agricoltura e […] danneggiano lo stato sanitario, ritenendo dannosa la soppressione di tali importanti serbatoi d’umidità quali erano i folti boschi esistenti in questo territorio come in quello degli altri comuni».

Ben lontani sembravano i tempi in cui il conte Giovanni Antonio Sicco scriveva che gli alberi prosperavano nel territorio («ne vanno tuttora crescendo […] sulle ripe dei beni et in tutti quei altri siti ove possono utilmente prodursi»).

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