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Il bacio di Francesco Hayez, 1859

Delatori

Durante le interminabili settimane del confinamento a causa dell’epidemia di Coronavirus è stato il diversivo preferito degli italiani. La delazione, cioè la denuncia dei comportamenti sanzionabili («per lucro, per servilismo o per altri motivi», come puntualizza il Vocabolario Treccani), ha unito la penisola dalle Alpi al Lilibeo. Stando alle cronache, si può dire che gli italiani hanno riscoperto il perverso piacere della spiata, offrendo ai sociologi – e non solo – ottimi argomenti per scandagliare, disquisire, dibattere, ecc.

Tutti i sistemi totalitari del Novecento si sono ingegnati per favorire la delazione. Al «lato più oscuro» del ventennio fascista, vale a dire alle spie e ai confidenti anonimi, lo storico lombardo Mimmo Franzinelli dedicò un bel libro dal titolo, guarda un po’, «Delatori» (Feltrinelli, 2001). In realtà, la malapianta della spiata affonda le radici in epoche ben più remote, praticamente alla notte dei tempi, cioè agli albori dei rapporti umani. Alla sua origine vi è sempre la volontà di nuocere a qualcuno, anche se sovente ci si richiama a motivi indiscutibilmente più nobili: il patriottismo, ad esempio, oppure le necessità di ordine sociale. E sanitario, come nei mesi scorsi.

Per quanto concerne il ventennio fascista, il fenomeno assunse dimensioni inquietanti. Franzinelli sostiene che divenne «parte costitutiva dell’identità nazionale», come ben sapevano gli stessi italiani, «afflitti da una miriade di spioni». Coloro che hanno un minimo di famigliarità con taluni fondi archivistici del Novecento (carte di polizia, ma anche corrispondenza riservata di podestà e commissari prefettizi) si sono certamente imbattuti in lettere anonime che denunciavano accaparratori di cibarie, borsaneristi, imbroglioni, ruffiani, donnine allegre, usurai, pederasti, traffichini e furfanti di vario genere, disfattisti, linguacciuti denigratori della pubblica autorità e incauti chiacchieroni, per tacere di oppositori politici, doppiogiochisti, renitenti alla leva, partigiani ed ebrei.

Naturalmente la Liberazione non segnò la fine della nefanda abitudine alla spiata. Mutò soltanto gli obiettivi. Militi delle Brigate nere e della Guardia nazionale repubblicana, collaborazionisti, donne che avevano amoreggiato coi tedeschi, confidenti della polizia politica e gerarchetti che non erano riusciti a rifarsi una verginità politica, oltre ai soliti incettatori dei generi di prima necessità, divennero le nuove vittime. In nome dei più nobili sentimenti civili, ben inteso, proprio come durante il regime.

A Torino, fra le migliaia di denunciati per violazione delle norme contro il Coronavirus, figurano anche due ragazzini sorpresi di notte, in una strada deserta, mentre si scambiavano effusioni. All’origine di tanta severità, la denuncia di un solerte cittadino – in altri tempi lo si sarebbe definito guardone o voyeur – che, adocchiati i rei dalla finestra del proprio appartamento, aveva pensato bene di telefonare alle forze dell’ordine. Per dovere civico? Per senso di responsabilità di fronte all’inosservanza delle disposizioni? Per ansia generata da una condotta potenzialmente pericolosa? Di tutto un po’, forse. Del resto, sulla salute propria e altrui non si scherza. E neppure sulle regole condivise. Che tristezza, tuttavia! Qualche commentatore ha tirato in ballo Raymond Peynet e i suoi celebri fidanzatini. Meglio il nostro Guido Gozzano che parlerebbe dell’invidia per la giovinezza perduta, quella giovinezza che – sosteneva con un’espressione decisamente forte – è «l’unica cosa che valga, la bellezza sola, spenta la quale nulla c’è di buono per l’anima in attesa del sonno senza risveglio».

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