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A sinistra Allegoria dell’Italia del pittore toscano Giorgio Kienerk. A destra Tessera del Partito Socialista Italiano per il 1907

SETTIMO. Dalla bandiera rossa al tricolore

Qualcuno continua a stupirsi quando la sinistra italiana scende in piazza sventolando il tricolore. Perché ci fu un tempo tutt’altro che remoto in cui comunisti e socialisti dimostravano scarsissime simpatie per la bandiera nazionale. Ancora negli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo, il vessillo di riferimento non era affatto quello dei tre colori. Preistoria politica, si obietterà. Ma non è così.

In una nazione di smemorati, dove tutti riscrivono la storia in base alle convenienze contingenti, il caso di Settimo Torinese appare non solo emblematico, ma istruttivo. La giunta di sinistra eletta nell’ottobre 1920 era solita esporre il vessillo rosso al balcone del municipio, quando si riuniva il consiglio comunale. Il che mandava su tutte le furie la minoranza liberalcattolica. Nel giugno 1921, chiamato direttamente in causa, il sindaco socialista Luigi Raspini sentenziò che il tricolore italiano «era simbolo della idealità di patria», mentre la bandiera rossa, «emblema della fratellanza universale», superava «in grandezza lo stesso sentimento di patria». Perdinci! Non esporre il tricolore – fece notare il sindaco – significava opporsi alla monarchia sabauda e al governo italiano.

Osserva lo storico Federico Chabod (1901-1960): «Nella propaganda socialista, la patria è quel che era stata per gl’internazionalisti del diciannovesimo secolo, la patria “borghese”, la patria d’una classe sociale contro cui il socialismo deve combattere». «Noi sentiamo di essere italiani [e] amiamo la nostra patria» che «ha come simbolo la bandiera tricolore», replicarono Carlo Ossola, Carlo Benedetto ed Emilio Roggeri, consiglieri della minoranza settimese.

Solo dopo l’intervento di Paolo Taddei, prefetto di Torino, la sinistra locale acconsentì a non mettere fuori il vessillo rosso. Ma la questione ebbe un seguito. Due mesi più tardi, all’indomani della festa per la presa di Roma (20 settembre 1870), il tricolore fu esposto con forte ritardo, dopo mezzogiorno. Toccò al sindaco cercare di prevenire la reazione del prefetto. «Siccome – spiegò Luigi Raspini – mi immagino che sulla cosa si vorrà fare della speculazione politica e siccome non rifuggo da qualunque occasione per manifestare il mio pensiero chiaramente, così, con tutta lealtà, mi dichiaro dolente dell’accaduto e prego la S. V. a non attribuire un significato che non ha, dato che (e qui parlo come uomo di parte) le nostre assemblee avevano già preventivamente deciso che, per le maggiori feste nazionali, venisse esposta al palazzo comunale la bandiera tricolore. Le dovevo questa spiegazione, e l’ho fatto per debito di sincerità e per evitare malintesi».

A stretto giro di posta, il prefetto Taddei rispose che prendeva atto del proposito di «voler ottemperare alle disposizioni impartite» dall’autorità superiore in merito alla bandiera italiana. Di lì a qualche settimana, il maresciallo dei carabinieri di Settimo fornì agli amministratori l’elenco dei giorni in cui era previsto che si mettesse fuori il tricolore. Le date erano le seguenti: 8 gennaio (genetliaco della regina Elena Petrović, consorte del re Vittorio Emanuele III); 9 gennaio (lutto per il re Vittorio Emanuele II, morto a Roma il 9 gennaio 1878); 14 marzo (nascita del re Umberto I); prima domenica di giugno (festa dello Statuto di Carlo Alberto); 20 luglio (Santa Margherita, onomastico della regina madre, Margherita di Savoia, vedova del re Umberto I); 29 luglio (lutto per il re Umberto I, ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci); 18 agosto (Sant’Elena, onomastico della regina); 15 settembre (genetliaco del principe ereditario Umberto); 4 novembre (anniversario della vittoria italiana nella Grande Guerra); 11 novembre (genetliaco del re Vittorio Emanuele III); 20 novembre (genetliaco della regina madre, Margherita di Savoia).

E per il momento, ma solo per il momento, la disputa parve appianata.

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