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Elena Piastra

SETTIMO. Concetta e il disagio

Molti sono usciti dall’incontro con Concetta e Gad Lerner più arrabbiati di quando erano entrati. Se qualcuno aveva dei dubbi su come è fatta una buona amministrazione, se li è fatti andare via. Nessuno! Non c’era nessuno a prendere schiaffoni, fatti salvi Massimo Pace in sala e l’indomita bella Elena sul palco, un po’ meno bella del solito, in verità, in quanto con la faccia da incazzata viene meno bene, almeno in foto. E comunque, lei la faccia l’ha messa (non capisco perché si seguiti a sprecare tempo e pagine per parlare di chi dovrà guidare la città: a prenderne quattro degli altri, maggioranza e opposizione fa uguale, non ne fai uno buono, e quando è ora di esserci non ci sono).

Il degrado non muore mai, bisogna dirlo alla Piastra e a Pace, che pure di cose per combatterlo ne hanno fatte. Non si crea né si distrugge, come la materia di Lavoisier. Semplicemente si trasforma e, se non si fa attenzione, debellato da una parte ricompare dall’altra, sotto altre forme.

Abbiamo sconfitto l’eroina coi drogati che si bucavano in Via Italia ma non lo squallore dello spaccio clandestino, abbiamo riqualificato il centro ma non le periferie. Abbiamo una bella Biblioteca, Suoneria, il Teatro (anche se molti preferivano quello di prima). Un pelo e diventiamo città della Cultura. Ma non è detto che sia scomparso il disagio, non è detto che le paure siano dissolte, e vivere, lavorare o crescere un figlio a Settimo sia diventata cosa facile. Il degrado è infido, alle volte non lo vedi, uno spettatore l’ha detto: disoccupati rifugiati nei videogiochi (e nei videopoker, ndr), case una volta troppo piene oggi troppo vuote, solitudine, giovani con pochi valori in testa e troppi soldi in tasca. L’estate scorsa, due sciagure che non ci aspettavamo. In pieno centro, una mamma ha gettato la sua creatura dal balcone. Un mese dopo, il fattaccio Concetta, bruciata da sé perché gli erano negati diritti suoi, il TFR (che appartiene ai lavoratori, in troppi, troppo spesso, lo dimenticano!) e l’assegno di disoccupazione, per il quale, quando il lavoro girava, pagava fior di contributi. Roba da periferia degradata, appunto, che si aggiunge alla precarietà che va a mille. Vivere di incertezze è difficile, campare di sola assistenza umiliante, le nuove leggi sul lavoro non le hanno fatte gli amministratori settimesi, è vero, ma qui come altrove poco si è fatto per contrastarle. Non ci sono buoni e cattivi in questa storia di sconfitti, ha detto Lerner parlando anche agli imprenditori (che non sono mica obbligati a usarle tutte le armi della precarietà, ndr).

Bisogna scegliere. O da una parte, o dall’altra. Con il lavoro, o contro. Con la precarietà, o con la stabilità. Con l’ingiustizia o con la giustizia. Con la gente, o lontani dalla gente, ma nel secondo caso si eviti almeno di chiederle il voto. Accettare il disagio come fosse una seccatura, far finta che il degrado non esista, fare del welfare l’unica arma per la lotta alla precarietà, significa autoretrocedersi.

Non ce lo meritiamo.

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