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La cascina Rio Martino fra Settimo e Brandizzo in una vecchia fotografia

SETTIMO. Agricoltura e Industria: un rapporto problematico

L’irriducibile contesa fra coloro che vogliono rilanciare la politica delle infrastrutture, a partire dalla ferrovia Torino-Lione, e coloro che si dichiarano favorevoli a ridurre la produzione economica e i consumi (la «decrescita felice») ripropone annose questioni. Non è privo di significato che un modo interessante di leggere la storia dei centri situati nelle adiacenze del capoluogo subalpino abbia origine dal problematico rapporto fra l’agricoltura e l’industria, cioè dal forte contrasto fra le mutevoli esigenze di quest’ultima, nel corso di oltre un secolo e mezzo, e il radicato persistere delle attività economiche tradizionali. L’intera storia del territorio che oggi fa parte della conurbazione torinese, pressappoco dal raggiungimento dell’unità italiana sino alla metà del Novecento, potrebbe essere efficacemente studiata secondo tali presupposti.

Nel caso specifico di Settimo Torinese, alcuni problemi si delinearono per tempo con maggiore evidenza rispetto alle località limitrofe. Già dopo il 1870, infatti, quando il paese non raggiungeva ancora i quattromila abitanti, gli opifici del territorio davano lavoro ad alcune centinaia di persone. Sotto il profilo sociale ed economico, la popolazione stava progressivamente perdendo quella omogeneità che l’aveva contraddistinta in altre epoche. E se un certo equilibrio ancora si manteneva, di lì a poco la comunità non sarebbe più riuscita ad assorbire, senza scosse traumatiche, gli effetti delle trasformazioni in atto. Lo dimostra lo stato di violenta conflittualità sociale e politica che s’instaurò all’inizio del seco¬lo scorso. Tutto ciò, ovviamente, in dipendenza delle forti spinte all’industrializzazione.

Settimo bruciò le tappe dello sviluppo. Dopo la prima guerra mondiale, le ciminiere delle numerose fabbriche si elevavano a simbolo dei desideri di modernità, come scriveva un autore dell’epoca. In confronto ad altri centri della pianura a oriente di Torino, il paese si caratterizzò presto per il buon tasso di crescita industriale. Tuttavia la Settimo delle grandi cascine, delle rogge pescose, dei prati, delle distese ininterrotte di frumento, dei pioppeti e degli orti coltivati con estrema cura continuava a mantenere una sua precisa dimensione. Tramite i cascinali che sorgevano all’interno o a ridosso del vecchio nucleo (la Prevostura, la Giardinera, San Rocco e tanti altri minori), la campagna sembrava penetrare sino al cuore del paese. La stessa popolazione, in maggioranza impiegata nelle indu¬strie, conservava modi di vita e mentalità semirurali.

La ferrovia per Milano e la «Canavesana», pur privando Settimo delle sue antiche connessioni territoriali, non avevano spazzato via i capisaldi della preesistente organizzazione agricola (la rete di canali irrigui, le strade poderali fiancheggiate da filari di alberi, ecc.). Di lì a qualche anno, la costruzione dell’autostrada Torino-Milano, completata nel 1932, vibrerà il colpo definitivo all’assetto agricolo della pianura settimese. Anche in questo caso, però, si produrrà una sovrapposizione di sistemi e non un annullamento repentino del preesistente.

Nel 1936 risultò che il 70 per cento della popolazione attiva di Settimo era occupato nell’industria, il 15 per cento nell’agricoltura, il dieci nei commerci e nei servizi, il restante 5 in altre attività. Sul finire del decennio, il passaggio da paese prettamente agricolo a centro di fabbriche, magazzini, laboratori e servizi (le lavanderie artigianali) poteva ritenersi in fase di avanzato compimento. Un ciclo storico stava per chiudersi definitivamente.

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Blogger: Silvio Bertotto

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