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SETTIMO. A proposito del 2 novembre

In foto funerale a Mezzi Po

“Mors ultima linea rerum est» ossia «la morte è l’estremo limite delle cose», scriveva il poeta latino Orazio nelle sue «Epistole», quasi una sorta di autoritratto fra intelletto e sentimento. Con lucido disincanto, egli intendeva dire che la morte pone fine a ogni affanno umano.

Per i cristiani, invece, essa non è che un passaggio. Fin dai primi tempi, ritenendo che la morte non spezzi la «comunione di tutti i fedeli di Cristo», essi hanno coltivato «con una grande pietà la memoria dei defunti», come sintetizza il «Catechismo della Chiesa cattolica»: «coloro che sono pellegrini su questa terra», i defunti «che compiono la loro purificazione» e i «beati del cielo» formano una sola Chiesa.

Un tempo tale legame era reso in qualche modo più manifesto, quasi tangibile. Non a caso, i cimiteri sorgevano presso i luoghi di culto, in posizione centrale o molto prossima ai centri abitati, come a Settimo Torinese, San Mauro, Gassino, Brandizzo, Leinì, San Raffaele, Feletto, Casalborgone e in quasi tutte le altre località della zona. Si voleva, infatti, che i propri cari riposassero vicino alla chiesa, il luogo dove erano rinati a nuova vita, ricevendo il Battesimo. Sorretti dalla fede, al termine della loro esistenza terrena, essi avevano chiuso gli occhi in Cristo per attendere la risurrezione («chi crede in me – disse Gesù a Marta di Betania, la sorella di Lazzaro – anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno»). Nel medesimo luogo, uniti da vincoli di comunione spirituale coi defunti, i fedeli continuavano a riunirsi e a celebrare i sacra¬menti, nell’attesa di diventare anch’essi partecipi della vita eterna.

Per esemplificare meglio. A lungo la gente di Settimo Torinese seppellì i propri morti nel cimitero che circondava la chiesa romanica di San Pietro, l’antica parrocchiale, in una piccola parte dell’area ora occupata dai giardini pubblici di piazza degli Alpini. All’interno della chiesa si trovavano le tombe di alcune delle famiglie più eminenti del paese; vi era anche il sepolcro dove venivano tumulati gli iscritti alla confraternita di Santa Croce.

La presenza dei cimiteri nei pressi dei luoghi di culto costituiva pure un tacito richiamo al dovere di pregare per i defunti («santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati», si dice nel «Secondo Libro dei Maccabei», un testo biblico). Inoltre era una sorta di monito perenne a riflettere sulla caducità delle cose terrene e a considerare – come scriveva San Paolo agli ebrei – che gli uomini non hanno «quaggiù una dimora definitiva», ma sono «in cerca di quella futura».

Il piccolo camposanto di San Pietro accolse le spoglie dei settimesi fino al 1835, allorché l’incremento demografico e le nuove norme d’igiene pubblica imposero agli amministratori locali di costruirne un altro, in un terreno più ampio non lontano dal rio San Gallo, esattamente dove oggi si trovano i giardinetti di via Giuseppe Verdi. Nel 1854 il Comune vi fece traslare le salme che ancora erano sepolte nel vecchio cimitero. Lo stesso anno gli amministratori chiesero all’arcivescovo Luigi Fransoni di demolire la chiesa che minacciava rovina. L’autorizzazione venne concessa, ma i lavori non furono eseguiti. Al contrario, poiché i settimesi continuavano a frequentare l’antica parrocchiale, «accorrendo […] a pregare» per le «anime dei fedeli defunti», alcuni abitanti del paese s’incaricarono di reperire i fondi per farla restaurare.

Pregava Giuseppe Ungaretti: «Purificante amore, […] vorrei di nuovo udirti dire / che in te finalmente annullate / le anime s’uniranno / e lassù formeranno, / eterna umanità, / il tuo sonno felice».

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