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Lo stabilimento Magliola di Settimo

Settembre 1920. E i lavoratori di Settimo Torinese occuparono le fabbriche

«Guarda là ‘n cola pianura, ij siminé fan pa pì fum», cantavano gli operai degli stabilimenti di Settimo Torinese. È storia di cento anni fa. Correva l’estate del 1920: le ciminiere avevano smesso di fumare perché le fabbriche erano occupate dai lavoratori.

Erano i giorni delle grandi speranze proletarie e della non meno grande paura borghese per i rivolgimenti rivoluzionari.

La storia di quegli eventi è nota. In luglio si aprirono le trattative fra le rappresentanze padronali e la Federazione italiana operai metallurgici (Fiom) allo scopo di rinnovare i contratti e adeguare le paghe al costo della vita. Abituati ai facili guadagni della prima guerra mondiale e alla protezione dello Stato, gli imprenditori dimostrarono assoluta intransigenza verso le richieste del sindacato. Allora la Fiom proclamò l’ostruzionismo in tutte le officine e nei cantieri navali. Gli imprenditori risposero con la serrata. Ma gli operai reagirono occupando gli stabilimenti metallurgici e meccanici.

A Settimo Torinese, pur con qualche giorno di ritardo, si mossero le maestranze delle officine Magliola che producevano e riparavano materiale ferroviario: senza incidenti, alle ore quindici del 6 settembre, presero possesso della fabbrica. Il commissario prefettizio Vincenzo Battù (la maggioranza consiliare aveva rassegnato le dimissioni nel febbraio precedente e non si erano ancora tenute le elezioni) informò il prefetto di quanto stava accadendo e chiese un «opportuno rinforzo» di carabinieri per la tutela dell’ordine pubblico.

Non pochi militanti socialisti s’illusero, in quei giorni, che la spinta del proletariato italiano fosse destinata a crescere ulteriormente, estendendosi dal mondo del lavoro a quello della politica e delle amministrazioni civiche, sino a sfociare nella rivoluzione. Ma di lì a breve, fra i lavoratori della Magliola cominciarono a palesarsi i primi segni di cedimento. Analogo fenomeno si manifestò nella maggior parte degli stabilimenti sotto il controllo operaio. In effetti i lavoratori italiani avevano avuto la forza di procedere all’occupazione delle fabbriche, però non erano in grado di propagare la carica rivoluzionaria dalle officine alla società. La situazione non presentava molte vie di sbocco.

Giovanni Giolitti, dal mese di giugno alla guida del governo, seppe abilmente resistere alle pressioni degli industriali che sollecitavano l’intervento della forza pubblica. Nel contempo lasciò che il movimento, costatando l’inattuabilità dei propositi rivoluzionari, perdesse progressivamente vigore. Attraverso la sua mediazione, il 13 settembre fu raggiunto un accordo salariale fra il sindacato e gli imprenditori. Inoltre il governo s’impegnò a presentare una legge per il controllo operaio sulla produzione.

A Torino, lo sgombero delle principali fabbriche fu eseguito il 30 settembre. In tale data, lo stabilimento Magliola di Settimo risultava ancora in mano agli operai. Proprio quel giorno, la commissione interna si rivolse a Battù per chiedere una mediazione. La trattativa si concluse il 2 ottobre. Lo stabilimento fu sgomberato il giorno dopo.

Tra i lavoratori era diffusa la sensazione di un fallimento proletario, non tanto sul piano economico quanto su quello politico. A prescindere dalle polemiche sulla mancata occasione rivoluzionaria, risultò subito evidente che il movimento operaio italiano aveva subito un grave scacco. Senza ricorrere alla forza, evitando uno scontro dalle conseguenze imprevedibili, Giolitti era stato in grado di sbloccare la situazione, lasciando che il moto sbollisse autonomamente. Il movimento dei lavoratori aveva vissuto la sua ultima tensione rivoluzionaria prima dell’avvento del fascismo.

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