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SAN SEBASTIANO PO. Il Giorno della memoria all’Unitre.

Il 29 gennaio l’Unitre di San Sebastiano ha tenuto viva la memoria dell’olocausto invitando il professore Mario Renosio, direttore dell’Istituto per la Storia della Resistenza di Asti, per una conferenza dal titolo “Il sistema concentrazionario nazista”. Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa, nella sua avanzata ormai inarrestabile, varcò i cancelli di Auschwitz decretando la caduta del mattatoio nazista probabilmente più celebre tra gli europei occidentali e destinato a diventare la figura per antonomasia del genocidio ebraico in tutto il mondo. Le Nazioni Unite, molti anni più tardi, adotteranno una risoluzione per decretare quel giorno “Giornata della memoria”, monito imperituro contro ogni rischio di rigurgito, contro ogni tentazione umana di ridare vita al mostro dell’intolleranza e del massacro. La relazione di Mario Renosio tuttavia ha mostrato come Auschwitz, nonostante fosse il lager più esteso con un peso di oltre un milione di vittime, non fosse che uno dei punti di una galassia sterminata di centri del terrore, sviluppatasi a partire dal ’33 secondo un piano freddamente razionale e tutt’altro che casuale, volto ad annullare tante umanità: gli oppositori politici del nazismo, i “diversi”, le razze inferiori. Ai “diversi” venne consacrato il T4, il Programma nazista di eutanasia per cancellare le “vite non degne di essere vissute”: i portatori di handicap e le persone affette da malattie genetiche furono le vittime designate del progetto, colpevoli di vivere, secondo i canoni ariani. Alle razze inferiori vennero dedicati i campi di sterminio di massa attorno ai quali si formarono équipes di scienziati, chimici e medici con l’obiettivo di gestire scientificamente la soppressione di grandi quantità di esseri umani nel minor tempo possibile. In realtà bastava un solo giorno di sciopero per entrare nella memoria indelebile del sistema ed essere deportati verso un destino inumano. I prigionieri diventeranno poi un bacino prezioso da cui pescare la mano d’opera necessaria per supportare la crescita dell’impero germanico. Tutti ne guadagnano, gli industriali possono accedere a risorse umane a costo zero, il nazismo può continuare ad alimentare i suoi sogni demenziali. L’Italia nera diede il suo contributo alle officine della morte tedesche a partire dalle sconsiderate leggi razziali del 1938 per poi passare ai fatti: 9000 ebrei, 25000 tra partigiani, antifascisti e civili, 1500 donne furono messi sulla scia delle macabre ambizioni dell’alleato tedesco. Meno del 10% degli ebrei italiani deportati sopravvivrà, degli altri meno del 50% tornerà a casa. Il Piemonte non fu esente dal dazio mortale, i suoi figli saranno coinvolti tardi, nell’inverno tra il ’44 e il ’45, ma pagheranno inesorabilmente: 500 ebrei, 1240 partigiani, operai e civili, 25 anni l’età media, 40% il tasso di sopravvivenza. Gli ebrei diretti a Fossoli, nel modenese, gli altri a Bolzano, poi biglietto, in molti casi di sola andata, per Dachau, Mauthausen o Falckenberg. Queste furono infatti le tre principali mete della deportazione piemontese. Tutto quanto sopra non ci giunge nuovo, l’abbiamo letto nei libri a scuola, lo abbiamo appreso dal cinema, lo abbiamo ascoltato dalle testimonianze di coloro che sono stati talmente svuotati della loro umanità da non ritenersi fortunati a poterlo raccontare ma da certe immagini presentate dal professore emerge un parallelo irresistibile con certe tendenze sciagurate dei giorni nostri: il girone infernale dei campi di concentramento nazisti venne spondato da una propaganda martellante nel tentativo di convincere le coscienze che il “diverso” andasse eliminato, allontanato, propinandone immagini volutamente distorte e grottesche: certi amministratori politici, nazionali, locali ed europei, non stanno cercando di farci bere lo stesso messaggio, dimenticandosi della giornata della memoria?

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