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IN FOTO Cappella di S. Rocco a San Maurizio. La Deposizione, dipinto a olio su tavola scontornata

SAN MAURIZIO. Il pittore cerettese Gioachino Cubito (1791-1872)

Documentando l’attività degli artisti e degli artigiani presenti a San Maurizio nel secolo XIX, troviamo il cerettese Gioachino Cubito, del quale si può tracciare una prima nota biografica.

I registri parrocchiali di San Maurizio riportano la nascita, avvenuta il 15 dicembre 1791: Gaspare Gioachino Venceslao era figlio del calzolaio Giuseppe Cubito e di Teresa Chiodo; fu battezzato il giorno successivo (a quei tempi la frazione Ceretta non aveva ancora il parroco, ma solo un cappellano, motivo per cui occorreva rivolgersi al pievano di San Maurizio per i battesimi, i matrimoni e i funerali).

Le famiglie dei Cubito erano ben presenti fin dal 1600, tanto da dare il loro nome ad una borgata situata tra la  frazione e il capoluogo.

L’espansione edilizia ha esteso la zona abitativa tra i due nuclei, che appare attualmente quasi senza soluzione di continuità.

In un ambiente rurale ebbe dunque inizio la vita di Gioachino Cubito, del quale non sappiamo come abbia potuto applicarsi allo studio dell’arte, né chi furono i suoi maestri. E’ probabile che le prime esperienze le abbia maturate presso qualche decoratore del posto, dedicandosi per la maggior parte del tempo a lavori di tinteggiatura. Aveva però le carte in regola e, certamente, anche l’ambizione per migliorare le sue prestazioni, come si può constatare dai lavori ancora conservati in diversi luoghi.

Nel 1815 sposò Caterina Cerva. Il matrimonio fu celebrato con dispensa dalle pubblicazioni; testimone risulta essere stato quel Felice Bianco, sergente nel Regg.to Susa, che nel 1826 fu sepolto accanto al muro esterno del cimitero (1).

Nel 1833 gli “Stati d’anime” registrano la famiglia del “pittore Cubito” vivente con la moglie e sei figli. Vi sono però delle inesattezze per quanto riguarda l’età: a Gioachino, che dovrebbe avere 41 o 42 anni, se ne attribuiscono 39; alla moglie 37 invece che 40. Può darsi che il compilatore degli elenchi abbia segnato le date senza chiedere conferma agli interessati.

La morte del pittore – vedovo – avvenne il 1° maggio 1872, all’età di 80 anni; fu sepolto il giorno seguente.

Esaminando i lavori rimasti, si nota che l’attività del Cubito spaziava dall’affresco alla pittura ad olio su tela e su tavola. Egli restaurava e riparava anche gli arredi sacri; inoltre conosceva la musica perché, dal 1836, ricoprì per vari anni l’incarico di organista. Numerose annotazioni di pagamento si trovano sui registri della Compagnia del Corpus Domini e ci fanno conoscere che nel 1847 lasciò il posto al figlio Francesco, allora trentenne. A proposito di questa attività ebbe una curiosa controversia con i responsabili della cappella della Madonna della Neve, ai quali aveva imprestato un piccolo organo che risultò rovinato e per il quale richiese il pagamento dei danni.

Quando l’arcivescovo proibì l’uso dell’olio di noce per accendere le lampade nelle chiese, la Compagnia (che ne riceveva sempre in offerta dai contadini) lo vendeva al Cubito, il quale lo adoperava per dipingere; col ricavato veniva poi acquistato l’olio di oliva, meno puzzolente.

La Confraternita di S. Croce ebbe tra i suoi iscritti anche il pittore che, nella lite che contrappose il sodalizio al pievano tra il 1810 e il 1822 – a proposito del disturbo causato alle funzioni dal canto dei confratelli – fu uno dei più ostinati e venne anche arrestato. Per conto della Confraternita “rifece la tinta” cioè ripassò l’affresco con le figure dei confratelli, esistente sulla facciata della parrocchiale e fu pagato con 5 franchi e 50 centesimi nel 1815 (2).

L’elenco dei lavori continua con la tela eseguita nel 1833 per la cappella della Madonna della Neve e creduta un tempo opera di Giacomo Genta; durante il restauro venne invece in luce la firma di Gioachino Cubito posta sul retro (e ora purtroppo ricoperta dal rintelo).

Rappresenta la Vergine assisa tra le nubi col Bambino, implorata da San Maurizio genuflesso a destra. Dietro le figure appaiono le case dell’attuale via Olivari, con la chiesa ed il campanile, in una prospettiva accentuata che allunga le proporzioni ma illustra in modo preciso l’aspetto della contrada nel secolo XIX.

Nello sfondo si vede una montagna sulla cui cima vi è un’altra piccola immagine della Madonna; il tutto sotto l’incombere di un oscuro cielo temporalesco, attraversato da una rossa saetta. La posizione della montagna corrisponde a quella della Quinzeina, come si osserva da sud del paese, nei pressi della cappella. Si ha l’impressione che si sia voluto rappresentare un fatto realmente accaduto e che il quadro sia un grande ex-voto per scampato pericolo, ma nulla è rimasto negli archivi o nella tradizione orale per confermare l’ipotesi.

Cubito era nato negli ultimi anni dell’antico ordinamento sabaudo, visse nel periodo dell’occupazione francese e vide la Restaurazione e poi l’avvento del Regno d’Italia. Qualcosa del clima di quei tempi si può notare nel dipinto: il pennacchio che orna l’elmo di San Maurizio è composto da tre penne formanti il tricolore.

Un’altra tela importante è conservata nella cappella dell’Assunta a San Francesco al Campo. Rappresenta la Madonna ritta sulle nubi, attorniata da angioletti; ai suoi piedi S. Maurizio, S. Francesco, S. Antonio da Padova e S. Sebastiano, figure importanti di patroni del paese, testimonianti anche la presenza dei francescani fondatori della cappella.

Una “specialità” del Cubito erano le figure dipinte ad olio su tavole scontornate, usate nella Settimana Santa quando si ornavano gli altari per la visita dei “Sepolcri”: ogni chiesa aveva un soggetto, stabilito in modo che i fedeli potessero meditare i momenti salienti della Passione. Su Canavèis è già comparsa la fotografia della “Flagellazione”, un tempo esistente presso la Chiesa Vecchia (3). Possiamo ancora vedere la “Deposizione” nella cappella di S. Rocco, per la quale il pittore ricevette 30 lire dalla Compagnia nel 1860.

Tra il 1842 e il 1863 Gioachino Cubito eseguì vari lavori di restauro ai dipinti, alle carte-gloria e alle cornici posseduti dalle Compagnie di S. Croce e di S. Vincenzo Ferreri, ornò con una corona reale la cimasa di un baldacchino, dipinse un medaglione ovale, fece delle decorazioni in falso marmo.

Per quanto riguarda la pittura di interni, il Bertolotti cita gli affreschi realizzati per il santuario della Consolata a Levone, già segnalati dal prevosto Rostagno nel 1854 (4).

Nella chiesa di Balme, in val d’Ala, si possono ancora vedere la bella volta e la cupola dipinte dal Cubito con vari ornati ed i quattro Evangelisti.

Dall’esame di tutte queste opere emerge la figura di un pittore con delle doti artistiche modeste, ma in possesso d’una buona preparazione tecnica, espressa in modi convenzionali, nell’intento di corrispondere alle aspettative dei committenti.

Le immagini hanno proporzioni allungate, le espressioni dei visi sono alquanto uniformi e manierate, ma hanno un loro stile che può aiutare nell’attribuzione delle opere non firmate e prive di documentazione.

Il puntuale riordino di quanto si può ancora trovare presso le chiese e le cappelle potrebbe forse aumentare la consistenza delle testimonianze artistiche di Gioachino Cubito e confermare il suo impegno professionale.

Note

1. Canavèis n. 11 – Primavera/Estate 2007, pgg. 49-50

2. Canavèis n. 6 – Autunno 2004/Inverno 2005, pag. 80

3. Canavèis n. 9 – Primavera/Estate 2006, pag.16

4. A. Bertolotti, Passeggiate nel Canavese, Tomo VII, Curbis, Ivrea 1874, pgg. 263-264

ARTICOLO TRATTO DA LA RIVISTA

Canavèis

Giuseppe Balma-Mion

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