Home / BLOG / SAN MARTINO. Quando i francesi misero sotto assedio il Castello di San Martino

SAN MARTINO. Quando i francesi misero sotto assedio il Castello di San Martino

Nel canavese su una collinetta dove la sterpaglia regna sovrana, si ergono le rovine di un castello detto di “San Martino”. Secondo il “De Bello Canepiciano” di Pietro Azario la sua costruzione risalirebbe all’XI secolo e secondo la tradizione popolare le origini del castello verrebbero attribuite al re Arduino, il quale vi avrebbe temporaneamente soggiornato nell’anno 1002.

Nel 1200 il castello dall’alto del colle dominava la zona e le sue milizie si batterono nelle aspre contese col Monferrato. Nelle successioni il castello passò dai conti del canavese ai conti di Ivrea di San Martino.

Nel 1361 Robert Du Aspin, con una compagnia di ventura, conquista il castello di San Martino. Per molti anni taglieggia senza pietà chi transita per le malsicure strade. I mercenari nelle loro incursioni anche lontane, non esitano a depredare chiese ed abbazie così il castello diventa un ricetto di ricchezze. A mettere fine a questa situazione ci pensano i Savoia costringendo Robin Du Aspin e la sua soldataglia ad abbandonare il canavese.

La compagnia di ventura non potendo portare via il loro bottino piuttosto considerevole, lo nascosero nei sotterranei del castello lasciando dei segni incisi in diverse parti del maniero che segnavano il punto preciso dei vari nascondigli. Nel 1364 il marchese del monferrato assolda la compagnia di ventura di Odoardo, detto “Il Dispensiero” (di morte), composta di oltre 2000 inglesi già agli ordini di Albaret Strez. “Il Dispensiero” mette il campo a Rivarolo e compie molte scorrerie nelle terre dei guelfi. Saccheggia il borgo e distrugge il castello di San Martino. Infine danneggia territori e paesi fino alle porte di Ivrea. Dopo poco tempo il castello di San Martino e le sue relative mura sono ricostruiti. Tra il 1384 e il 1387 le mura del castello, durante il tuchinaggio, vengono danneggiate, ma sono subito ricostruite impedendo così che il castello sia distrutto dai moti popolari. Ibleto di Challant invia nel 1387 soldati e balestrieri savoiardi per difendere il castello di San Martino. La difesa del castello da parte dei Savoia durante il tuchinaggio dimostra l’importanza che veniva data a questo centro fortificato.

Alla metà del 1400 i nuovi occupanti riattarono e ampliarono la cinta così la rocca adempiva alla duplice funzione difensiva ed offensiva.

Capo dei mercenari era Rolando Boroni, uomo di guerra, condottiero di alto valore, audace, intelligente e scaltro che si distinse in molte campagne in Italia, Francia e Spagna militando sotto varie insegne. La vita di questo guerriero fu offuscata da una tragedia accaduta nel 1458.

Rolando si era convinto che la sua giovane consorte Anna Guidarotti avesse una tresca con un giovane scudiero. Accecato da un’insana gelosia Rolando uccise con una pugnalata il presunto amante della moglie e con feroce decisione, incurante delle proteste di innocenza della donna, l’avvelenò. Un anno dopo questo tragico fatto, si risposò con una giovinetta francese di nobili natali di cui si ricorda solo il nome, Francine. Dopo pochi mesi dal matrimonio, cosa sia capitato resterà sempre avvolto dal mistero, la bella Francine venne trovata stesa a terra nella sua camera con un pugnale piantato nel petto. La gelosia, vera ossessione in Rolando, pare che anche quella volta gli abbia armato la mano ingiustamente e dopo quell’episodio Boroni si chiuse nel suo dolore e nella sua sofferenza, lui uomo di guerra, schiavo della gelosia al punto da diventare irresponsabile dei propri atti. La vita nel maniero gli era diventata insopportabile ed un giorno partì con i suoi uomini in cerca di avventure sotto cieli lontani.

Nel 1552 i francesi invadono l’intero canavese saccheggiando e devastando al loro passaggio. Impauriti, molti abbienti abitanti della zona, si rifugiarono nella rocca con tutte le loro ricchezze per mettersi al sicuro. Il castello o rocca poichè ne possedeva le caratteristiche, aveva una cinta esterna irregolare che si adattava alla configurazione del terreno. Una torre quadrata proteggeva l’entrata, mentre altre quattro più piccole ne difendevano i fianchi. All’interno un’altra cinta con un torrione; la cinta esterna era destinata a formare la prima linea di difesa, la seconda interna arretrata di una quindicina di metri, costituiva un ridotto per l’estrema difesa in caso di sfondamento. Il concetto di creare una rocca dentro la rocca era un accorgimento dell’arte militare dell’epoca per un diverso grado di resistenza nell’economia difensiva.

Ai primi del 1500 il profondo mutamento portato dall’avvento dell’artiglieria rese necessario aggiungere alcune difese esterne a bastionatura con il compito di fermare un eventuale assalitore prima di raggiungere le mura principali. Quando nell’inverno del 1552 i francesi decidono di porre l’assedio al castello di San Martino il comandante della rocca era Guerzo di Recanati soldato intrepido che non si scosse quando dall’alto di una torre vide i soldati francesi accamparsi attorno alla collina ed al suono di un corno un messaggero portarsi davanti al portale d’ingresso mostrando un rotolo di pergamena. Si trattava di un ordine di resa anche se scritto in stile forbito e velato. Il messaggero ripartì con una risposta negativa che inasprì i comandanti nemici. L’assalto alle robuste mura non si fece aspettare, accanitamente e gagliardamente si difesero i soldati di Guerzo infliggendo serie perdite ai francesi. A nuove imposizioni di resa, il comandante rispose agli assedianti che erano solo “soldati di pagnotta” e questo per i francesi suonava insulto. Nell’interno del castello i difensori giurarono di non cedere nè di arrendersi a nessun costo. Questo giuramento fu una cosa nuova, poichè quando dei soldati si radunavano sotto una bandiera giuravano che nè per viltà nè per timore avrebbero abbandonata la schiera nè il posto se non per colpire il nemico o difendere i compagni in pericolo.

Durante l’assedio, data la scarsa guarnigione, le difese esterne dovettero essere abbandonate e le occuparono i francesi che con uomini scelti disturbarono i difensori a colpi di archibugio. Un manipolo di milizia civile, pare i famosi “Vulpot” di Valperga agendo dall’esterno e passando tra le linee nemiche riuscì a sloggiare i tiratori avversari ed a portare un valido aiuto agli assediati. I francesi vedendo l’inutilità degli assalti ricorsero all’artiglieria e piazzate varie bombarde ai piedi della collina iniziarono un sistematico martellamento delle mura inframezzato da assalti intesi a fiaccare i difensori. Nella rocca vi erano alcuni pezzi di artiglieria, falconetti e colubrine che cercarono di controbattere le bombarde e fermarono più volte con il loro fuoco lo slancio degli assalitori.

Guerzo da Recanati da vero capitano, rimase sempre sugli spalti che diroccarono poco per volta con i suoi soldati e quando tra le brecce irruppe una terribile valanga di armati inferociti, si lanciò alla testa dei superstiti per difendere e permettere ai numerosi rifugiati di mettersi in salvo.

Dopo un terribile corpo a corpo tutti i difensori caddero e Guerzo di Recanati ferito non ebbe neppure il rispetto dei nemici che lo impiccarono sul posto con due grossi pani al collo per vendicarsi dell’insulto. Neppure i rifugiati vennero rispettati, furono tutti passati a fil di spada perchè non vollero rivelare dove avevano nascosto tutti i loro preziosi. Era usanza a quel tempo di smantellare dopo la conquista qualsiasi opera di difesa, così il castello vide abbattute le superstite torri ed infine dato alle fiamme dopo il saccheggio. Alla fine degli anni trenta la scoperta di una pietra con sopra incisi degli strani segni, un triangolo e due frecce incrociate, ai quattro angoli delle frecce i seguenti numeri romani II – IV – X – VII, incitò a cercare e nascosta dal terriccio apparve ai piedi del rudere del torrione, un’altra pietra di base con altri segni, un circolo con due punte di freccia, una all’insù ed un’altra volta a destra di chi guarda con le lettere A e D. Con il passare del tempo le erbe invasero la cima della collina ad avvolgere i pochi ruderi rimasti, l’oblio scese su un magnifico fatto di valore italico e canavesano, non abbastanza ricordato e che venne troppo presto dimenticato.

Commenti

Blogger: Fabrizio Bacolla

Fabrizio Bacolla
Curiosità Storiche

Leggi anche

FIDASAUGURI!

FIDASAUGURI! Caro donatore/donatrice, il Direttivo Fidas di Favria Ti aspetta Sabato 14 dicembre 2019 dalle …

SAN SEBASTIANO. Alessandra Birolo presenta l’associazione “Kids’ Dream”: tutti i bambini hanno il diritto di sognare, aiutiamoli a realizzare i loro sogni

“Kids’ Dream” è un’associazione nata due anni e mezzo fa e fondata da una famiglia …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *