Home / BLOG / SAN BENIGNO. L’Abbazia della Fruttuaria, un complesso di straordinaria bellezza

SAN BENIGNO. L’Abbazia della Fruttuaria, un complesso di straordinaria bellezza

A San Benigno Canavese esisteva nel periodo romanico un complesso abbaziale di straordinaria bellezza.

L’abbazia della Fruttuaria sorgeva su un vasto appezzamento di terreno boschivo che si stendeva sulla sinistra del torrente Malone e nell’anno 997 ne vennero gettate le fondamenta. Sul finire dell’anno 1002 si potevano già considerare terminate la massiccia torre che doveva poi fungere da campanile ed il grandioso chiostro, rinserrato da poderosi bastioni in cui pare si aprissero due porte. La posa della prima pietra dell’abbazia avvenne il 23 febbraio 1003 alla presenza di Ottobiano, vescovo di Ivrea, da cui la zona allora dipendeva, di Arduino marchese di Ivrea e re d’Italia e della moglie Berta. Alla cerimonia, a cui si volle dare tutto il fasto della liturgia cattolica di quel tempo, assistevano anche un folto gruppo di notabili e dignitari della corte del re. In quello stesso anno la Cattedra Vescovile di Ivrea era tenuta da Warmondo, fiero oppositore di Arduino d’Ivrea, si é quindi avanzata l’ipotesi che Ottobiano fosse Anti-Vescovo di Ivrea, nominato in questa carica da Arduino stesso.

La chiesa venne consacrata negli ultimi giorni dell’anno 1006 e seguiva la regola benedettina riformata di Cluny. Fondatore e primo abate di Fruttuaria fu Guglielmo da Volpiano. L’edificazione dell’abbazia é frutto della sua sapienza architettonica, Guglielmo fu infatti, tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, oltre che una figura religiosa di primo piano anche un costruttore e restauratore di alcuni dei più importanti edifici religiosi di Francia e del Piemonte. Arduino d’Ivrea, che promosse la costruzione dell’abbazia, l’aveva dotata già nel 1005 di terre, castelli e privilegi, a cui più tardi, ed a varie riprese, si aggiunsero altre cospicue donazioni da parte di Imperatori, Re, Principi, Conti e Marchesi. Re Arduino dopo tante battaglie e vittorie in difesa della sua terra cadde seriamente ammalato. Coloro che riteneva amici ed alleati lo abbandonarono ed egli sfiduciato si ritirò nell’abbazia per cercarvi pace.

Depose sull’altare, come omaggio e segno di umiltà, la corona e le sue insegne del potere. Pochi giorni dopo, nell’anno 1015, improvvisamente spirava e secondo il suo desiderio veniva sepolto nell’abbazia. Nel 1017 l’abbazia della Fruttuaria era celebre fino oltre i monti e tutti la sapevano ricchissima. Il suo abate per proteggerla dalle mire di alcuni vescovi che volevano dividersi i beni ricorse in Vaticano, ponendo l’abbazia sotto la diretta protezione del papa. nel 1027 Giovanni XIX, con Bolla Pontificia, pone l’abbazia e tutti i suoi beni, sotto il controllo diretto di Roma.

Il periodo di massimo splendore di Fruttuaria si colloca nei secoli XII e XIII. Nel 1265 l’abbazia possiede duecento tra chiese e celle in Italia ed altre trenta in Germania ed Austria. Alcuni documenti riferiscono addirittura il numero di 1200 monaci presenti nel monastero.

Oltre a chiese e monasteri gli abati governano direttamente quelle che vengono comunemente dette “Le Quattro Terre Abbaziali” ossia gli attuali comuni di San Benigno Canavese, Montanaro, Lombardore e Feletto. Le terre di Fruttuaria arrivano anche a battere moneta. Il declino inizia nel XIV secolo e giunge al suo culmine nel 1477 quando i monaci perdono il privilegio di nominare l’abate che viene sostituito da un abate commendatario, di nomina papale, il quale non risiede nell’abbazia. Da quel momento Fruttuaria viene diretta da un vicario.

Nel 1585 papa Sisto V decreta la soppressione del monastero sostituito da una collegiata di preti secolari. L’ultimo monaco muore nel 1634. Nel 1525 invece era abate della Fruttuaria il cardinale Bonifacio Ferrero, che un giorno girando per la chiesa capitò davanti a un sacello, sul quale erano scolpite le armi del re Arduino.

L’abate ricordò che il primo re d’Italia era stato scomunicato e maledetto a più riprese da vescovi, cardinali e papi, senza che lo scomunicato si fosse ravveduto e le scomuniche in qualche modo ritrattate. Fece aprire la tomba e si impadronì delle insegne di colui che là era stato sepolto, di una cassetta di gioielli, dello scettro e della collana di comando che il re si metteva al collo durante le udienze.

Lo scettro e la collana erano di oro massiccio con smeraldi. Raccolse le poche ossa che ancora restavano e di nascosto andò a seppellirle nella terra sconsacrata dell’orto, affinchè perdendosene anche la memoria, si consumassero completamente in nessuna venerazione. Un frate che di nascosto aveva assistito, mentre i confratelli stavano adunati per le funzioni, andò nell’orto e pose sulla terra appena smossa un ramoscello per potere individuare il posto.

Alcuni giorni dopo informava il conte di San Martino di Agliè, discendente di Arduino, del sacrilego gesto compiuto dall’abate. Il conte si limitò a mandare un uomo di fiducia a dissotterrare quelle ossa, che sistemò provvisoriamente in una cassetta, che finì sul fondo di un armadio nella sacrestia del castello. Dopo che il castello passò ai Savoia, le ossa vennero prelevate dalla marchesa Cristina di Agliè e portate nel castello di Masino dove trovarono degna sistemazione nella cappella del salone. Una parte sotterranea vene costruita dopo che l’abbazia fu completata, cioè da quando cominciarono i doni dei feudatari e delle comunità e quei preziosi necessitavano di un luogo sicuro. Fu progettata e poi costruita da uno degli abati una camera segreta dalle spesse mura con intorno un corridoio che poteva essere inondato in caso di pericolo convogliando le acque del vicino torrenete attraverso un condotto munito di saracinesche. Per accedere alla camera segreta si passava attraverso un finto sepolcreto e spostando il coperchio di un sarcofago con una stretta scala si raggiungeva il corridoio. La porta di accesso era costituita da una pesante lastra di pietra che scorreva su guide  ricavate nello spessore di un muro perfettamente combaciante con le pareti per non lasciare filtrare, in caso di inondazione, l’acqua nella camera.

Tutti i preziosi donati all’abbazia, compresi quelli trafugati dalla tomba di re Arduino, finirono in questa camera che nessuno riuscì mai a scoprire dove si trovasse. Vi erano pure due vie sotterranee che partivano da sotto la chiesa: una raggiungeva una cappelletta distante circa ottocento metri dall’abbazia con l’uscita dietro l’altarino. Cappelletta andata da tempo in rovina e scomparse persino le tracce. L’altra via pare che raggiungesse Volpiano e sbucasse in una torre, ma é più probabile che finisse dopo qualche centinaio di metri in qualche avvallamento con l’uscita mascherata, come si usava allora, da un masso circondato di vegetazione.

Nel 1710 Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, occupa militarmente le “Terre Abbaziali”, occupazione che termina nel 1741 con la rinuncia papale al controllo su quelle terre.Nel 1749 diviene abate commendatario il cardinale Carlo Vittorio Amedeo delle Lanze che dopo aver rinunciato al soglio pontificio,vuole riportare Fruttuaria al suo splendore, facendone una piccola Roma.

Nel 1770 fa abbattere ciò che rimane ciò che rimane della chiesa e del monastero romanici per edificare tra il 1770 e il 1776 una nuova chiesa. Unico a salvarsi é il campanile. Gli architetti Vittone e Quarini organizzano la nuova costruzione in uno stile a cavallo tra il barocco e il neoclassico, definito appunto begninista e che ricorda nella struttura interna la basilica di San Pietro in Vaticano. La serie degli abati terminerà nel 1848 e la chiesa diventerà una normale parrocchia della diocesi d’Ivrea. Il palazzo abbaziale verrà affidato nel1879 a don Bosco e a i suoi salesiani, mentre nel 1952 il parroco  di San Benigno riottiene dal papa il prilivegio del titolo di abate. I complessi lavori di scavo e di restauro, iniziati nel 1979 ed ultimati nei primi anni novanta, hanno consentito di conoscere quale fosse la planimetria della chiesa abbaziale progettata da Guglielmo da Volpiano.Si trattava di una chiesa a tre navate non molto estese, delimitate da quattro pilastri quadrati. Relativamente più esteso era il transetto dal quale sporgevano verso oriente due cappelle absidate che, in coerenza con lo schema cluniacense, fiancheggiavano il coro. Vista dall’esterno la chiesa presentava cinque navate, quella centrale, quelle che delimitavano le navatelle laterali e quelle delle cappelle del transetto.L’area presbiteriale era, a sua volta, affiancata da quattro pilastri, che assieme ai quattro della navata, sostenevano il tetto formato da una travatura lignea con copertura a tegole piane.L’area presbiteriale, in posizione elevata rispetto al piano  della navata, sovrastante una cripta che la sosteneva, si connotava per la presenza di un altare: l’altare della croce, posto di fronte alla così detta “Rotonda del Santo Sepolro”, dove si svolgevano le funzioni religiose.

Tale struttura architettonica, volta a richiamare simbolicamente il Santo Sepolcro fatto erigere da Costantino sulla tomba di Cristo, era dunque il fulcro della liturgia celebrata a Fruttuaria. Ad ovest, davanti alla facciata della chiesa si ergeva un quadriportico secondo uno schema architettonico assai diffuso nelle chiese romaniche.Abbiamo detto che dell’antica chiesa romanica presente nell’abbazia rimane intatta solo la torre campanaria. Costruita a nord della chiesa con conci di pietra accuratamente squadrati e tagliati, la torre ha sezione quadrata. Gli archetti che formano le cornici marcapiano sono in laterizio, una lesena centrale percorre internamente ciascuna delle sue pareti, definendo specchiature nelle quali si aprono , salendo verso l’alto, monofore e bifore. All’interno del campanile in una delle due cappelle sovrapposte troviamo, in cattivo stato di conservazione, un affresco raffigurante una “Madonna col Bambino” che risale alla prima decade dell’XI secolo, negli anni di costruzione dell’abbazia.Nell’affresco realizzato con diverse tonalità di rosso, si può ancora leggere la figura della Madonna che regge con il braccio sinistro il Bambino, mentre tiene nella mano destra un ramo fiorito. Il linguaggio pittorico si connota per la staticità delle figure, le marcate linee di contorno, i pomelli rossi sulle guance. Elementi stilistici tipici della pittura romanica più antica. Gli elementi artisticamente più rilevanti emersi durante gli scavi, sono i resti del rafinato pavimento musivo dell’area presbitale, realizzato con tessere bianche e nere con l’aggiunta di limitati inserimenti di tessere colorate che disegna motivi geometrico-vegetali e figure di animali fantastici. Si tratta di un’opera databile alla seconda metà dell’XI secolo. Sembra che anche la faciata esterna originale della chiesa avesse come tema gli animali che rappresentavano intrecci scolpiti di pesci con teste umane e teste di leone. La decorazione musiva invece constava di due ampi pannell rettangolari posti ai lati dell’altare, raffiguranti animali affacciati tra loro. Di fronte all’altare, in posizione ribassata, si disponeva una fascia costituita da cerchi che si intersecavano, variamete adornati con motivi geometrico-vegetali e piccole figure di uccelli. Al di sotto di un gradino, andando verso la navata, trovava posto un’altra fascia formata da pannelli retangolari con rombi che racchiudono ancora figure di volatili, mentre altri pannelli, che riprendono l’immagine del grifo e dell’albero della vita delimitavano la fascia.

Particolarmente suggestivo, al punto di essere stato scelto come emblema dei mosaici ritrovati, é il pannello rettangolare, egregiamente conservatosi, che mostra due grifi alati che si affrontano. Le due figure animali sono poste al centro di un riquadro delimitato da una treccia  con tondi in cotto.Tra di esse é posto un traliccio vegetale raffigurante l’albero della vita. I due grifoni, con la sua duplice natura (testa di aquila e corpo di leone) simboleggiano verosimilmente la figura di Cristo, Dio e uomp allo stesso tempo.   

Commenti

Blogger: Fabrizio Bacolla

Fabrizio Bacolla
Curiosità Storiche

Leggi anche

CAREMA. Un malore improvviso strappa alla vita l’ex sindaco Giovanni Aldigheri

Aveva 67 anni anni il vicesindaco Giovanni Aldigheri e nulla che facesse presagire la tragedia. …

La fatina dei denti.

La fatina dei denti. Fin da piccoli ai bambini viene raccontato dai propri genitori dell’esistenza …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *