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SALUGGIA. I tumori non sono riconducibili al nucleare. Lo dice l’Iss

Lo stato di salute di chi vive in un Comune con un impianto nucleare complessivamente non è peggiore di quello del resto della popolazione della sua Regione, anche se tra il 1980 e 2008 in queste località è stato rilevato un maggior numero di casi di morti rispetto alla media regionale per tumori a tiroide, stomaco, encefalo, e sistema nervoso centrale.

E’ quanto emerge dal rapporto “Stato di salute della popolazione residente nei Comuni già sedi di impianti nucleari”, realizzato e pubblicato sul suo sito dall’Istituto superiore di sanità (Iss), nel quale si precisa però che questa maggior mortalità rilevata non è imputabile direttamente alla presenza delle centrali.

L’indagine, partita nel 2010, ha analizzato lo stato di salute di 8 comuni (Bosco Marengo, Caorso, Ispra, Latina, Rotondella, Saluggia, Sessa Aurunca, Trino Vercellese) più l’area di Roma Casaccia, nell’arco di 30 anni circa, in cui c’è stato anche lo stop nel 1987 al nucleare in Italia. E’ stata valutata la mortalità per 62 malattie, di cui 24 tumori dove l’esposizione a radiazioni ionizzanti è uno dei fattori di rischio. La maggiore mortalità rilevata per alcuni tumori rispetto alla media regionale non è imputabile in modo diretto agli impianti nucleari, precisa Francesco Bochicchio, curatore del rapporto, “’perché si tratta di tumori multifattoriali, su cui incidono cioè più fattori di rischio, e mancano i dati di esposizione degli individui alle radiazioni degli impianti. Inoltre non è stato possibile fare un’analisi dell’incidenza delle malattie perché i registri dei tumori coprono sono una parte del territorio italiano”. Per i singoli comuni la mortalità media complessiva nei 30 anni per i 24 tumori risulta in eccesso a Latina (+4%), e in difetto a Ispra (-18%), Sessa Aurunca (-12%) e Trino Vercellese (-15%) e per l’insieme dei comuni (-9%) tranne Latina. I ricercatori hanno ipotizzato 3 livelli di esposizione alle radiazioni (normale, massimo e anomalo). “Abbiamo calcolato che gli eccessi di mortalità osservati non possono essere attribuibili, se non in piccola parte, alle radiazioni degli impianti, in quanto le dosi che aumentano la mortalità avrebbero potuto essere prodotte solo da un continuo e rilevante funzionamento anomalo degli impianti”, conclude.

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