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Said, la capacità di aggiustare le cose

Di fronte alla morte di Said, sono forse l’ultimo che può vantare un ricordo o una amicizia che valga la pena di celebrare. La mia amicizia con lui è il riflesso di un legame molto forte che c’era con mia moglie Chiara, che lo ha conosciuto e gli ha voluto bene sin da quando era un bambino.
Mi permetto tuttavia di scrivere poche righe perché più di tutto, più del profondo legame che evidentemente c’era tra lui e la gran parte dei cittadini di Settimo, mi colpisce il significato, se vogliamo la metafora, che Said incarnava.
Said era una persona che aggiustava le cose.
Cosa c’è di più fondamentale del saper aggiustare le cose? recuperare, tenere in vita cose che altrimenti sarebbero buttate?
Letteralmente, con pazienza, sempre sorridente.
Entravi nel suo negozio con due certezze; la prima che il tuo problema si sarebbe risolto, la seconda che non sapevi quando. In un mondo dove tutto va veloce, la cosa straordinaria era che a nessuno, in quel negozio, sembrava preoccuparsi del secondo problema.

Potevi uscire dopo un secondo oppure passare un intero pomeriggio li, quando non capitava di dover tornare.

La cosa non era importante.

Quello che contava era la certezza che qualcuno si sarebbe preso cura di te del tuo piccolo problema; sia che fosse un prezioso iPhone da ricostruire da cima a fondo, oppure che si trattasse di resettare una password (che poi Said diceva scherzando che mezza settimo avesse la stessa identica…..).

Che poi tanto piccoli questi problemi in fondo non lo sono mai.
Inutile negarlo, i nostri cellulari sono ormai definitivamente una estensione della nostra vita.
Qualcuno inorridirà al pensiero.

Ma è una cosa ormai assodata.
Viviamo in simbiosi con i nostri device; tramite loro comunichiamo continuamente con i nostri amici, i nostri parenti; certo c’è ancora chi non lo fa, chi resiste stoicamente alle deviazioni dei social network, chi usa i cellulari “solo per telefonare”, ma si tratta ormai di una minoranza, pochi virtuosi che assomigliano più a dei nativi relegati in una riserva indiana.
La maggioranza sta sui social network, comunica, dialoga, vive sui social una parte sostanziale delle proprie relazioni.
Quando questa esperienza viene a mancare ci sentiamo che manca qualcosa.
è un bene? è un male?
Non lo so.
O meglio, non è importante saperlo in questo caso.
Quello che importa è riconoscere che quando lo schermo del tuo smartphone si incrina, oppure quando si blocca il tasto laterale, la sensazione è sempre più quella di una piccola mancanza, un offuscamento nella possibilità di interagire con i propri legami.
Said era la persona in grado di ricomporre quella mancanza.
Sapeva prendere quella misteriosa scatola e scomporla in mille pezzi.
E tu vedevi il tuo prezioso mondo, racchiuso in una scatoletta metallica, frammentato e sparso in quel bancone delle meraviglie, insieme a mille altri frammenti; pezzi di altre esistenze che come te aspettavano di essere ricomposte.
Tutto avveniva in mezzo ad altri insieme a te, in fila, in gruppo; c’era sempre una discreta folla nel suo negozio, ma più che una fila per essere serviti sembrava un ritrovo tra amici.
Tanto che dopo un po’ non sapevi più quale fosse il tuo turno, ti limitavi ad aspettare, fiducioso che prima o poi il tuo problema si sarebbe risolto.

Abbiamo tutti bisogno di persone che sappiano aggiustare le cose.

Ci mancherà a tutti, Said:
l’uomo che sapeva aggiustare le cose.

“Quel gran genio del mio amico
Lui saprebbe cosa fare
Lui saprebbe come aggiustare
Con un cacciavite in mano fa miracoli

Ti regolerebbe il minimo
Alzandolo un po’
E non picchieresti in testa
Così forte, no
E potresti ripartire
Certamente non volare
Ma viaggiare…”

L’immagine è tratta da Wikipedia Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=472448

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