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RUEGLIO. L’opera poetica di Péder Corzat Vignot

All’interno della letteratura in piemontese si può rilevare l’opera decisamente particolare, oltre che notevole quanto a contenuti, di quello che può essere considerato il più rilevante scrittore canavesano, laddove “canavesano” venga inteso non solo quanto alla nascita ma anche per l’uso di una parlata di ceppo piemontese, ma significativamente radicata nel territorio canavesano. Intendiamo parlare del poeta Pietro Corzat Vignòt e della parlata canavesana di Rueglio, suo paese natale.

Pietro Corzetto (questa la forma italianizzata del suo cognome, ma egli volle riappropriarsi, giustamente, della forma originaria, Corzat, a cui aggiunse Vignòt, in omaggio al soprannome della madre, Maria mazzarino la “Vignòta”) nacque dunque a Rueglio nel 1850 (e non nel 1851 come si legge in alcune sue biografie) e qui morì nel 1921, venendo sepolto nel locale camposanto, in cui il loculo che contiene le sue spoglie mortali si trovava fino a qualche tempo fa in uno stato di trascuratezza e di abbandono (non ho notizie recenti, ma spero che qualcuno me le possa dare, così come spero che lo stato della tomba sia ora più dignitoso e adeguato alla fama del personaggio).

Non mi soffermo sulle notizie relative alla sua attività di scienziato (l’invenzione della “sfera metidrica”, tanto per intenderci), certamente importantissima, ma di pertinenza più di uno studioso di scienza e di tecnica che non di un dilettante di studi linguistico-letterari quale sono io, volendo invece toccare più da vicino due momenti dell’esperienza letteraria e poetica del Nostro: la grafia da lui scelta per rappresentare al meglio possibile la parlata ruegliese e, soprattutto, la sua opera poetica. Per quanto riguarda la sua biografia mi paiono solamente opportune alcune osservazioni e precisazioni relative alla sua carriera scolastica, come risulta dalla consultazione dei registri del regio ginnasio-liceo “C. Botta” di Ivrea, scuola frequentata da Pietro, dai quali risulta anche chiaramente la data di nascita dello scrittore (1850, come si è detto, e non 1851).

Iscrittosi in prima ginnasio, l’attuale prima media, nell’anno scolastico 1865/66, all’età quindi di 15 anni, contro gli 11/12 dei suoi compagni di classe, Pietro, dopo aver frequentato brillantemente tutto il corso ginnasiale, risultò assente ingiustificato agli esami di licenza (anno scolastico 1868/69). Non conseguì, quindi, la licenza ginnasiale ad Ivrea e inoltre il suo nome non compare in nessun registro del regio Liceo di Ivrea negli anni successivi. C’è da ipotizzare quindi che la licenza sia stata conseguita presso un’altra scuola, forse a Torino.

Comunque, nel corso del quinquennio ginnasiale, durante il quale conobbe Piero Giacosa, ma non ne fu compagno di classe (Giacosa infatti frequentò a Ivrea, proveniente dal ginnasio di Brescia, la classe terza nello stesso anno scolastico 1865/66 in cui Pietro Corzetto frequentò la prima), il Nostro ottenne agli esami annuali medie sempre molto alte (addirittura 69 punti su 70 alla conclusione della prima classe), saltando la seconda classe per merito e venendo ammesso poi alla terza classe con la media di 67 punti su 70 all’esame, in cui riportò anche un “premio di primo grado”.

Dopo queste poche, ma credo utili, precisazioni scolastiche, veniamo al primo dei due aspetti su cui vorrei soffermarmi, e cioè la grafia dei suoi testi. Nel 1889 usciva a La Spezia, a fascicoli, la prima edizione della sua opera (Stil alpin o la cumegia dl-afarisim e varji rimi ’n ruvelais), ristampata poi con lo stesso titolo dall’editore Garda di Ivrea nel 1911. In questa seconda edizione precedono le poesie una prefazione di Francesco Ruffini (che collocò l’opera del ruegliese addirittura al di sopra di pressoché tutta la poesia italiana del tempo, eccezion fatta per quella di Carducci e di pochi altri) e la Teknigrafia del dialetto ruegliese, tentativo piuttosto estroso, ma non privo di un certo valore scientifico, con cui il poeta tentava di dar forma ai suoni della parlata del suo paese, alcuni dei quali non si trovano non solo nel piemontese comune ma neppure nelle parlate della pianura canavesana.

La grafia di Corzetto appare completamente diversa da quella adottata attualmente per la lingua piemontese e per i suoi dialetti, ma comunque Gianrenzo Clivio, uno dei massimi esperti contemporanei della nostra lingua, afferma che «la grafia adottata, per quanto poco maneggevole, rappresenta molto bene l’effettiva pronuncia».

Certamente si resta sorpresi di fronte sia ai termini («assai strani», come li definisce ancora Clivio) con cui il poeta cerca di descrivere i suoni caratteristici del ruegliese («Le anitre nel loro schiamazzare e lo stagno al tuffarsi della rana mandano un suono, che in ruegliese si rappresenta così: qu…»: ecco un esempio di questa stranezza), sia di fronte a questa grafia piena di segni con cui noi abbiamo poca dimestichezza (k, w, a in corsivo, a in tondo ecc.) per indicare suoni che noi siamo abituati a segnare in modo completamente diverso, e anche più semplice.

La risposta a questo generoso tentativo di creare un alfabeto canavesano, o addirittura ruegliese, è comunque negativa. Non è necessario infatti usare segni specifici per rappresentare dei suoni che, pur non essendo presenti o pur essendo differenti rispetto al piemontese comune (la koinè) ma presenti magari in altre varianti locali del piemontese (la l o la r rotacizzate o la a turbata, tendente cioè al suono o, si trovano sia in molte parlate canavesane che in quelle langarole), possono comunque essere rappresentati graficamente con i segni consueti usati per il piemontese. Si può far ricorso insomma a lettere dell’alfabeto comune (siamo sempre nel campo delle lingue romanze, e le k e le w si usano in quelle germaniche), con la semplice aggiunta di qualche segno diacritico (per es. accenti, dieresi, e quant’altro) che possa denotare appunto la pronuncia specifica locale.

C’è da aggiungere poi che la grafia adottata dal poeta ha spesso costituito un ostacolo per quanti volessero accostarsi all’opera di Pietro; bene ha fatto allora il poeta piemontese Giovanni Bono (originario di Agliè) a trascrivere in grafia “normalizzata” le sue poesie, pubblicate sulle riviste Ij Brandé e Musicalbrandé negli anni ’60.

L’opera poetica di Corzat Vignòt uscita in volume è costituita da una quarantina di componimenti e da una commedia (La cumegia dl-afarisim), a cui se ne devono aggiungere altri pochi stampati su giornali, mentre è purtroppo perduta una parte cospicua della sua produzione, quella relativa al periodo giovanile, agli anni trascorsi in Svizzera (periodo biografico di cui poco si sa nel suo complesso), e altre poesia perdute nel rogo della sua casa di Rueglio.

Ricollegandomi all’operazione effettuata da Giovanni Bono, presento una poesia di Péder Corzat Vignòt (Ël pari) scritta nella grafia normalizzata.

Com l’àrbol ch’a l’ha al càuss ël sòi noveli,/ ël pari a l’é ’l cap ’d ca e ’l nerf ’d famija:/ a pèrt mai temp ëntor al bagateli;/ ma a atènt ai bògn afar con man ardìa.// L’efet dël seu dojer e dj’òpri beli/ dël seu galantomìsim savi a lija/ co’ij genitor an pas fradej, soreli,/ tucc rich d’onòr, d’amor e d’armonìa.// Òh, sèmper i pensrò sl’avis ch’am dava/ sever e car l’autorità ’d qual euj,/ ch’ògni difet, baicantmi, am corezava:// «Armonta al bzavo, ch’ha lassà ’l mè pari,/ ch’m’ha lassà mi, ch’it lasso ti ai tò fieuj;/ e fà ch’a ’lvaji bèn da nèt ’t empari.» (Come l’albero che ha alla base i suoi virgulti,/ il padre è il capo della casa e il nerbo della famiglia:/ non perde mai tempo in sciocchezze,/ ma attende ai buoni affari con mano sicura.// L’effetto del suo dovere e delle buone azioni/ della sua onestà saggia lega/ in pace con i genitori i fratelli, le sorelle,/ tutti ricchi d’onore, d’amore e d’armonia.// Oh, sempre penserò al consiglio che mi dava,/ severo e caro, l’autorità di quello sguardo,/ che mi correggeva, solo guardandomi, ogni difetto:// «Risali al bisnonno, che ha lasciato mio padre,/ che ha lasciato me, che lascio te ai tuoi figli:/ e vedi di imparare da noi ad allevarli bene»).

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