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IN FOTO Una sbuffante Canavesana attraversa un passaggio a livello (da La ferrovia del Canavese di Nico Molino, edizioni Ellledi, Torino 1986)

RIVAROLO. L’ultimo capolinea

Bartolomeo sta riposando sotto la topia del suo giardino. L’uva è quasi matura. Il suo cane Cesare è accucciato ai suoi piedi, forse dorme.

I nipoti cercano invano di farlo giocare, e lo maltrattano. Bartolomeo interviene: «lasciatelo riposare, Cesare non ha più voglia di giocare, è vecchio». Prontamente i nipoti ascoltano il nonno e cercano altri divertimenti.

Cesare, che sembra aver capito, fissa benevolmente negli occhi il padrone; è un muto ringraziamento, come usa la razza canina. Nonno Bartolomeo, classe 1900, in quel tepore settembrino si addormenta e sogna.

E’ un sogno molto lungo, piacevole. Si rivede come in un film, appena dodicenne accalcato con decine di operai in attesa dell’apertura dei cancelli dello stabilimento Valle Susa di Rivarolo.

Gli adulti parlano di disoccupazione, di socialismo, di scioperi, di guerra. Bartolomeo ascolta in silenzio, ma ascolta. Non sapeva della guerra ancora in atto in Libia per “liberare” la Cirenaica-Tripolitania dalla occupazione turca. Gli italiani hanno vinto facilmente, lo dice un giovane del crocchio. Sempre sognando, Bartolomeo è contento che l’Italia ne esca vittoriosa.

Gli operai fuori dal cancello parlano anche dello sciopero avvenuto molti anni prima a Pont e finito in Tribunale. Il più anziano dei presenti racconta l’avvenimento, lui ne aveva preso parte.

«In tribunale erano presenti, oltre agli imputati anche i difensori, i causidici, così chiamati gli avvocati di quel tempo. Gli imputati furono tutti condannati per tentativo di delitto di sciopero commesso con violenza» (1).

Tutti ascoltano con molta attenzione il racconto. Finalmente aprono i cancelli. In fabbrica Bartolomeo viene assegnato al magazzino delle “forniture miste”. Sono in quattro, lui è il più giovane. Il capo è un invalido di Valperga, Luigi Vallero, vicino di casa. E’molto comprensivo verso i compagni di lavoro. Terminato il turno si avviano verso la stazione terminata da pochi anni. Il treno, che arriva da Feletto, sferraglia in lontananza emettendo una grande quantità di fumo: è la nuova Canavesana.

Molto lentamente si muove verso Valperga. Bartolomeo Bertino è eccitatissimo, guarda dal finestrino aperto la campagna, ma subito deve richiudere per non essere accecato dalle particelle di carbone emesse dalla locomotiva.

E’ la prima volta che sale sulla Canavesana. Il primo giorno di lavoro l’aveva accompagnato il padre in bicicletta fino ai cancelli.

Bartolomeo intanto continua a sognare tra una ronfata e l’altra sotto la topia.

Dopo un po’ di tempo il padre gli acquista una bicicletta di seconda mano, tanto per risparmiare il biglietto del treno. Dopo alcuni anni di lavoro alla Manifattura, scoppia la guerra del ‘15 – ’18 e la fabbrica produce coperte e altri manufatti per i soldati al fronte. Bartolomeo è promosso capo magazziniere, ha acquisito molta esperienza a smistare i lavorati e avviarli a destinazione.

Ricorda dell’incendio del 24 aprile del ‘18, quando le fiamme divorano, nella stazione di Rivarolo, un treno carico di materiale diretto al fronte. Tutti i dipendenti accorrono per salvare il salvabile e riescono a staccare due vagoni di testa dalla locomotiva. Il materiale rotabile appartiene alle Ferrovie dello Stato, imprestato alla ferrovia del Canavese, che non è in grado di far fronte al grande traffico di materiali da inviare al fronte.

Bartolomeo sogna i diversi momenti della sua esistenza non in ordine cronologico, ma qua e là. Sogna quel brutto giorno d’agosto del 1917 inviato dal direttore dello stabilimento per consegnare personalmente una lettera al Direttore dell’AEM (l’Azienda Elettrica Municipale di Torino) per ottenere maggior quantità di energia elettrica in considerazione dei lunghi turni necessari per fronteggiare le consegne di manufatti all’esercito. A Torino è inviato il giovane Bartolomeo per il semplice motivo che la maggior parte degli uomini è al fronte.

Quel giorno era sceso alla stazione di Porta Susa. L’esercito aveva sparato contro gli operai in sciopero, fomentato dai socialisti, che chiedevano più pane: oltre cinquanta morti.

Terminata la guerra Bartolomeo viene assunto alla Manifattura di Pont Canavese. Seppur giovane ha molta esperienza.

Continua a sognare, nel silenzio della topia.

Bartolomeo si ricorda di quando si trasferisce a Pont con i genitori, per essere vicino al lavoro. Si trova a suo agio. E’ praticissimo della produzione e della vendita dei manufatti, molto ricercati non solo in Piemonte. Inventa un modo pratico per la coloritura a caldo dei tessuti ricevendo un premio dalla direzione di ottocento lire. La mente va ai suoi amici d’allora (2).

La mamma muore improvvisamente, lui prende moglie. Il padre rimane in casa, è una brava persona e aiuta la nuora nei lavori di casa.

La figlia segue il riposo del padre sotto la topia. Lo vede agitarsi.

Non sa che lui sta sognando di quel mattino, di quando entra in una fabbrica, lui e molti altri, per far smettere le operaie dal proprio lavoro in segno di protesta sindacale. Di quel gesto si pentì e decise che non avrebbe mai più partecipato a simili scorrerie. Ma la legge, impietosa, non perse tempo ed il Tribunale pronunciò sentenza (3).

Il sogno continua.

Nell’ottobre del 1922 arrivano ai cancelli della filanda di Pont due scassatissimi camion carichi di Camicie Nere, fascisti, armati di manganello e bottiglie di olio di ricino. La fabbrica all’esterno è presidiata dai militari del Regio Esercito, che non intervengono. All’interno prelevano il vice direttore Lorenzo Martinetto, una brava e sensibile persona, padre di famiglia, lo costringono a bere un grosso bicchiere di olio di ricino in presenza di tutti i dipendenti, e ripartono cantando e schiamazzando.

Il povero Martinetto in seguito morirà. Bartolomeo segue l’episodio senza capire, ma col trascorrere degli anni capirà. Era l’inizio di una feroce dittatura che sarebbe durata venti anni. Bartolomeo quando sogna cose cattive si dimena molto e smette di russare. Il suo cane lo segue con gli occhi e sembra capire. Quando invece sogna le cose piacevoli russa come una locomotiva. Piacevole è il sogno di quando la Manifattura di Cuorgné chiede alla direzione di Pont un dipendente molto pratico di qualsiasi lavoro e capace di risolvere alcuni problemi tecnici: viene inviato lui.

Nel 1936 ritorna a Pont e i viaggi avvengono esclusivamente in treno, sulla gloriosa Canavesana.

La bicicletta non si addice ad un dipendente diventato “impiegato”. In quell’anno la Fiat lancia sul mercato l’utilitaria “500”, la mitica Topolino: costa novemila lire.

La Direzione ne acquista una, che gli viene consegnata per i suoi spostamenti in provincia col titolo di “rappresentante esclusivo”. Dopo breve tempo la Direzione gliela dona. E’ molto orgoglioso di possedere la Topolino. Con la famiglia gironzola per i paesi del Canavese, soprattutto tra Valperga, Rivarolo, Favria e Pont. Posteggia davanti ai caffè perché venga ammirata dalla gente, è un “cavallo” capace di viaggiare oltre 80 chilometri all’ora in quelle strade allora percorse dai carri e dalle “dome”.

Quando nel 1940, il 10 giugno, scoppia la guerra, la Manifattura aumenta la produzione per l’esercito. Nel 1944 gli anglo-americani mitragliano dagli aerei. Bartolomeo e la figlia sono sul treno, di ritorno dalla zona di Feletto dov’erano andati alla ricerca di farina di granoturco, di meliga, acquistata a borsa nera. E quindi molto cara. Ad un tratto il treno viene mitragliato da un aereo in piena campagna. Molti i morti, loro si salvano. Ricercano sul treno mezzo distrutto la farina che avevano acquistato. Si avviano presso una famiglia amica con il carico sulle spalle, che in seguito riprenderanno.

Nel 1960 lascia il lavoro e si trasferisce a Rivarolo con la famiglia. Acquista una casetta con l’orto. Non è mai solo, conosce molte persone, con altri ha lavorato fianco a fianco durante i tanti anni trascorsi in fabbrica. Il sogno di Bartolomeo sta volgendo al termine.

In pochi minuti ha rivissuto, come in un film, tutta la sua lunga vita. La figlia lo osserva sotto la topia, che lui ha voluto e costruita. Un raggio di sole penetrato attraverso il fogliame della vite gli illumina il viso. Il film è alla fine. Sogna ancora di prendere il treno a Rivarolo, parla con i conoscenti, guarda il panorama della bella campagna verde con gli alberi carichi di frutta.

Nella stazione di Valperga una grande ressa: «Forse desiderano salutarmi», pensa. Nella stazione di Cuorgné altra gente che lo saluta e lui risponde. Il treno è prossimo al capolinea, Pont, e qui altri amici gli stringono la mano diventata pesante e senza forze. Bartolomeo ha vissuto, ha sognato, è arrivato al traguardo finale: al capolinea del treno e della vita.

L’unica cosa che non poteva sognare era la collocazione data a una locomotiva della Canavesana, finita nella piazzetta antistante la stazione ferroviaria di Loano: la piccola vaporiera guarda smarrita e meravigliata il mare, lei che ha sempre “lavorato” nelle campagne del Canavese.             

Note

1. Domenico Rolando Eugio, anni 17; Giacomo Sandretto, anni 21; Carlo Bausano, anni 19; Giovanni Aimone, anni 15; Giuseppe Barinotto, anni 26; Savino Vacca, anni 22; Pietro Rolando, anni 21 (tutti filatori di Pont, tranne il Rolando di Salto e Aimone di Cuorgné). Imputati per avere con il loro contegno violento e minaccioso invaso l’officina della corderia nella fabbrica Laeuffer di Pont, il 12 marzo 1897, ed invitato le operaie di quel reparto a mettersi in sciopero per ottenere un aumento di salario. Il Tribunale condanna Sandretto e Bausano, perché non avevano ancora compiuto 21 anni, a 25 giorni di reclusione. Anche per il Rolando stessa condanna. Per tutti gli altri, un mese di detenzione per tentativo di delitto di sciopero commesso con violenza.

2. Angelo Balma, Giuseppe Coppo, Paolo Sandretto, Stefano Trione, Virginio Bugni, Gio’ Valentino Conterio, Giacomo Bruno e molti altri.

3. In tribunale sono presenti: Martino Cotellero di anni 23, Giovanni Barettini di anni 25, Alessandro Maneglia di anni 24, Cesare Pomatto di anni 20, Domenico Bertolero di anni 20, Giovanni Fornengo di anni 48, Giuseppe Vernetti di anni 24, Achille Aimone di anni 25, Paolo Morgando di anni 21, Giuseppe Aimone, Carlo Guidetto di anni 24, un certo Ciocatto, Giuseppe Fornara di anni 28, Battista Regis di anni 23, Antonio Peradotto di anni 19 e Bartolomeo Bertino Bartolomeo. Tutti di Cuorgné tranne il Bertino Valperga.

“Imputati per avere il 14 aprile 1920 e seguenti, in Cuorgné e Valperga, agendo quali capi e promotori del Movimento operaio locale, diretto a far cessare il lavoro in ogni ramo dell’attività, imponendo la cessazione presso: Carbonatto Caterina, Perona Margherita, Ceretto Giuseppe, segheria, Tomasi Maria, Pagliotti Adolfo, Botto Federico, Perotti Giuseppe, Burlando Oreste, Perona Antonio, Morgando Vittoria, Novascone Bartolomeo, Data Giuseppe e Verzino Quinto”.

Il Comitato d’agitazione emanando l’ordine di sospensione del lavoro disse che riguardava l’interesse di 1700 operai di Cuorgné. Il Tribunale condanna i promotori a 45 giorni di detenzione, altri a 25 e 30 giorni. Assolve Giuseppe Fornara, Antonio Peradotto, Paolo Morgando, Giuseppe Vernetti e Bartolomeo Bertino per non aver preso parte ai fatti. La Corte di Appello di Torino assolve Giovanni Barettini e Giuseppe Fornengo. Viene dichiarata estinta l’azione penale a tutti per intervenuta amnistia.

Tratto dalla rivista Canavèis

Mario Contratto

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